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ricordare... sapere... riflettere... ...per agire Diocesi di Roma - Settore Ovest (Vescovo: Benedetto Tuzia) A cura di Valentino Tresalti - Anno X - ultimo aggiornamento: 16/5/2010 |
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Pio XII e gli ebrei
Che il clero, e i credenti, fossero stati i principali protagonisti del salvataggio di migliaia e migliaia di ebrei italiani, ci apparve subito evidente, ed è fuori dubbio. Curiosamente, nessuno di noi si interrogò allora su quello che il papa avesse o non avesse fatto.
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La Chiesa in dialogo con le verità degli altri L'incontro
con il mondo della cultura lusitana - momento centrale della seconda
giornata del viaggio - ha offerto a Benedetto XVI l'occasione per ribadire
l'importanza del dialogo tra cristianesimo e modernità. Un'opportunità
già evidenziata martedì mattina nella conferenza stampa in aereo, quando
il Pontefice aveva parlato dell'incontro tra fede e secolarismo come di
una "chance" per un mondo sempre più pluralista e
multiculturale. Le letture bibliche di Tommaso Federici sulla carità e sulla fede - La sapienza in cura d'anime |
Un
aspetto importante dell'ecclesiologia di comunione del Concilio è stato la
riscoperta della strutturazione ecclesiale locale del popolo di Dio. Nella
concezione gerarchica
MESSAGGIO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA GIORNATA MONDIALE
DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO (2010)
"I migranti e i rifugiati minorenni"
Cari fratelli e sorelle,
la celebrazione della Giornata del Migrante e del Rifugiato mi offre nuovamente l'occasione di manifestare la costante sollecitudine che la Chiesa nutre verso coloro che vivono, in vari modi, l'esperienza dell'emigrazione. Si tratta di un fenomeno che, come ho scritto nell'Enciclica Caritas in veritate, impressiona per il numero di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili da rispettare sempre e da tutti (cfr n. 62). Il tema di quest'anno - "I migranti e i rifugiati minorenni" tocca un aspetto che i cristiani valutano con grande attenzione, memori del monito di Cristo, il quale nel giudizio finale considererà riferito a Lui stesso tutto ciò che è stato fatto o negato "a uno solo di questi più piccoli" (cfr Mt 25, 40.45). E come non considerare tra "i più piccoli" anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso da bambino ha vissuto l'esperienza del migrante perché, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria (cfr Mt 2,14).
Se la Convenzione dei Diritti del Bambino afferma con chiarezza che va sempre salvaguardato l'interesse del minore (cfr art. 3), al quale vanno riconosciuti i diritti fondamentali della persona al pari dell'adulto, purtroppo nella realtà questo non sempre avviene. Infatti, mentre cresce nell'opinione pubblica la consapevolezza della necessità di un'azione puntuale e incisiva a protezione dei minori, di fatto tanti sono lasciati in abbandono e, in vari modi, si ritrovano a rischio di sfruttamento. Della drammatica condizione in cui essi versano, si è fatto interprete il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nel messaggio inviato il 22 settembre del 1990 al Segretario Generale delle Nazioni Unite, in occasione del Vertice Mondiale per i Bambini. "Sono testimone - egli scrisse - della straziante condizione di milioni di bambini di ogni continente. Essi sono più vulnerabili perché meno capaci di far sentire la loro voce" (Insegnamenti XIII, 2, 1990, p. 672). Auspico di cuore che si riservi la giusta attenzione ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale. Vivere in un paese straniero senza effettivi punti di riferimento crea ad essi, specialmente a quelli privi dell'appoggio della famiglia, innumerevoli e talora gravi disagi e difficoltà.
Un aspetto tipico della migrazione minorile è costituito dalla situazione dei ragazzi nati nei paesi ospitanti oppure da quella dei figli che non vivono con i genitori emigrati dopo la loro nascita, ma li raggiungono successivamente. Questi adolescenti fanno parte di due culture con i vantaggi e le problematiche connesse alla loro duplice appartenenza, condizione questa che tuttavia può offrire l'opportunità di sperimentare la ricchezza dell'incontro tra differenti tradizioni culturali. È importante che ad essi sia data la possibilità della frequenza scolastica e del successivo inserimento nel mondo del lavoro e che ne vada facilitata l'integrazione sociale grazie a opportune strutture formative e sociali. Non si dimentichi mai che l'adolescenza rappresenta una tappa fondamentale per la formazione dell'essere umano.
Una particolare categoria di minori è quella dei rifugiati che chiedono asilo, fuggendo per varie ragioni dal proprio paese, dove non ricevono adeguata protezione. Le statistiche rivelano che il loro numero è in aumento. Si tratta dunque di un fenomeno da valutare con attenzione e da affrontare con azioni coordinate, con misure di prevenzione, di protezione e di accoglienza adatte, secondo quanto prevede anche la stessa Convenzione dei Diritti del Bambino (cfr art. 22).
Mi rivolgo ora particolarmente alle parrocchie e alle molte associazioni cattoliche che, animate da spirito di fede e di carità, compiono grandi sforzi per venire incontro alle necessità di questi nostri fratelli e sorelle. Mentre esprimo gratitudine per quanto si sta facendo con grande generosità, vorrei invitare tutti i cristiani a prendere consapevolezza della sfida sociale e pastorale che pone la condizione dei minori migranti e rifugiati. Risuonano nel nostro cuore le parole di Gesù: "Ero forestiero e mi avete ospitato" (Mt 25,35), come pure il comandamento centrale che Egli ci ha lasciato: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, ma unito all'amore al prossimo (cfr Mt 22,37-39). Questo ci porta a considerare che ogni nostro concreto intervento deve nutrirsi prima di tutto di fede nell'azione della grazia e della Provvidenza divina. In tal modo anche l'accoglienza e la solidarietà verso lo straniero, specialmente se si tratta di bambini, diviene annuncio del Vangelo della solidarietà. La Chiesa lo proclama quando apre le sue braccia e opera perché siano rispettati i diritti dei migranti e dei rifugiati, stimolando i responsabili delle Nazioni, degli Organismi e delle istituzioni internazionali perché promuovano opportune iniziative a loro sostegno. Vegli su tutti materna la Beata Vergine Maria e ci aiuti a comprendere le difficoltà di quanti sono lontani dalla propria patria. A quanti sono coinvolti nel vasto mondo dei migranti e rifugiati assicuro la mia preghiera e imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 16 ottobre 2009
BENEDICTUS PP. XVI
© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
Memoria
e definizione dello sterminio degli ebrei
Perché
Shoah e non Olocausto
di
Mordechay Lewy
Ambasciatore
di Israele presso
Per chiarezza qualsiasi discorso sulla Shoah dovrebbe affermare che essa
è il male estremo. Un evento che proietta la sua ombra su ogni risultato
che il progresso umano possa raggiungere,
che ha scatenato una crisi di valori identificati con la
civiltà occidentale e ha scosso la fede
dell'umanità nell'esistenza di Dio.
All'inizio degli anni Novanta, durante un incontro con gli ambasciatori,
un anziano funzionario del ministero degli Esteri israeliano disse che il
ricordo della Shoah si sarebbe dovuto mantenere come intima memoria privata
piuttosto che come esposizione in pubblico delle sofferenze e dei traumi. Solo
così il ricordo sarebbe rimasto autentico e immune da banalità e
strumentalizzazioni.
Queste osservazioni, benché di grande impatto, contrastano con
l'esperienza pubblicamente condivisa sul modo in cui creare e conservare una
cultura della memoria. Queste dichiarazioni sembrano di fatto minare alla base
un certo concetto dell'ethos israeliano che lega
(©L'Osservatore Romano -
21 ottobre 2009)
«Caritas in veritate» «Caritas in veritate»
La Trasfigurazione, una delle feste teologicamente più ricche, rivela il vero volto del Signore, Figlio amato del Padre, e il destino a cui i discepoli e tutti gli uomini siamo chiamati, svelando la verità di Cristo e dell'intera umanità, come racconta san Marco: "Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro" (9, 2).
Alcuni Padri della Chiesa hanno inteso le parole "sei giorni dopo" come un annuncio del compimento della creazione. La creazione di Adamo ed Eva da parte di Dio si compie cioè nella rivelazione dell'uomo vero, il nuovo Adamo, Gesù Cristo, nel quale la gloria di Dio dimora fisicamente.
Inoltre, la progressiva educazione dell'umanità da parte di Dio, attraverso la paziente pedagogia della Torah e dei Profeti, culmina nel Figlio di Dio. Pertanto, Mosè ed Elia appaiono avvolti nella luce, la cui fonte è Cristo. La loro testimonianza è stata un'anticipazione della gloria pienamente rivelata in Cristo, le loro parole un'eco della Parola del Padre diventata umana in Gesù.
Nella Caritas in veritate il Papa scrive: "Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale" (n. 78). Questo tema, caro a Paolo VI, ispira la dottrina sociale della Chiesa e spinge a ricercare lo sviluppo umano integrale. Attingendo alla Populorum progressio, l'enciclica di Benedetto XVI sottolinea che "la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità: se non è di tutto l'uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo" (n. 18).
L'umanesimo integrale esalta la dignità di ogni persona dal concepimento alla morte naturale. Riconosce i bisogni materiali e spirituali della famiglia umana. Promuove la giustizia sociale e attribuisce il posto più elevato al bene comune. Sa che il servizio a questo bene esige una solidarietà concreta ed efficace a ogni livello. Riconosce che il destino dell'umanità è collettivo e che il suo fine ultimo è la comunione dei santi, che vivono con Dio per l'eternità. Un umanesimo davvero integrale contempla l'umanità e tutto il creato alla fine trasfigurati in Cristo.
In questa luce, pertanto, si può celebrare la Trasfigurazione come la festa in cui la Chiesa proclama la sua visione dell'umanesimo integrale. Il contemplare la bellezza del Cristo trasfigurato fa sì che i discepoli desiderino che il mondo intero sia avvolto dalla luce trasfigurata e agiscano con audacia secondo questo santo desiderio.
Ma la Trasfigurazione rivela anche "il prezzo del discepolato" (Dietrich Bonhoeffer). Nel racconto di san Luca, Mosè ed Elia parlano con Gesù del "suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (9, 31). La piena portata dell'amore di Gesù, la sua caritas in veritate, si manifesta solo nel mistero pasquale. La nuova vita trasfigurata può essere ottenuta solo attraverso la morte del vecchio Adamo in noi, affinché possiamo rinascere alla novità della vita trasfigurata.
Per vivere fedelmente il cammino della fede serve un rinnovato impegno a seguire il Cristo trasfigurato. La visione cristiana di un umanesimo integrale deve essere incarnata in una spiritualità integrale in cui preghiera e azione, verità e amore, responsabilità individuale e giustizia sociale formano un insieme inconsutile.
La Caritas in veritate è permeata dalla convinzione che occorrano disciplina spirituale e conversione costante: "Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i "cuori di pietra" in "cuori di carne" (Ezechiele, 36, 26), così da rendere "divina" e perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra" (n. 79).
Paolo VI ha manifestato questo mistero nella sua vita. L'immagine del Signore trasfigurato ha dato energia al cuore della sua spiritualità e della sua speranza per la Chiesa e l'umanità. È una meravigliosa grazia della Provvidenza che questo Papa sia morto la sera della festa, il 6 agosto 1978.
Tra le ultime parole ascoltate da Paolo VI, nella messa della festa, c'erano probabilmente quelle della seconda lettera di Pietro (1, 17-19), che sono una testimonianza di questo grande Pontefice. Gesù "ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce della maestosa gloria: "Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale ho posto il mio compiacimento". Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino".
(©L'Osservatore Romano - 5 agosto 2009)
Lettera agli amici di don Claudio Bucciarelli
Lettera di Mons. Casale a Il Regno (Attualità 2009 n. 6)

Non nascondere i problemi ma mediare
per la loro soluzione
(Dall'intervento di don Guerino Di Tora alla
presentazione dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni 2009)
Anche nel corso di questa fase di crisi si aggiungono
annualmente alla popolazione romana migliaia e migliaia di nuove persone tra
nuovi nati, minori o altri parenti che si ricongiungono e nuovi lavoratori che
arrivano dall’estero. La domanda fondamentale rimane sempre la stessa: i
nostri problemi sono da addebitare unicamente o in prevalenza agli immigrati?
Essi, in ultima analisi, sono un problema o una risorsa?
Molti italiani sono portati a inquadrarli in maniera
negativa e a considerarli, specie in questa difficile congiuntura, la causa
prevalente dei propri disagi. Nell’introduzione all’Osservatorio mi sono
appositamente soffermato sulla infondatezza e sui rischi di questa impostazione,
proponendone un’altra – come cittadino e ancor di più come cristiano -
improntata alla speranza e alla fiducia nella convivenza.
L’immigrazione come uno specchio che riflette i
problemi incontrati nel Paese di accoglienza, che erroneamente riteniamo
importati. Una grande città come Roma soffre, insieme ai Comuni vicini, dei
mali tipici dei grandi agglomerati urbani. Da un lato sussistono possibilità più
elevate per il tenore di vita, i servizi e l’ambiente, lo svago, la stessa
occupazione (anche se non per tutti), per d’altro lato si riscontra un basso
livello di soddisfazione degli abitanti e una situazione precaria dell’ordine
pubblico. Aspetti di eccellenza si uniscono a situazioni insoddisfacenti. Basti
pensare alla gravità del problema casa, una questione che è andata peggiorando
dai primi anni ’90, causando disagi a italiani e immigrati, facendo lievitare
i prezzi, e aumentando gli sfratti: questa emergenza è contrassegnata dalla
necessità di almeno 80.000 alloggi, in buona parte popolari, o addirittura il
doppio secondo i costruttori edili romani. Gli immigrati, come si vede,
risentono di questa carenza senza averla determinata.
Roma, insieme a Milano, si colloca in fondo alla
classifica per i fenomeni di microcriminalità, come borseggi e scippi, e anche
altri reati, dove anche gli stranieri sono coinvolti senza però esserne gli
unici protagonisti, come abbiamo spiegato nel Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes. Anche se questa convinzione è dura a morire, è
assolutamente infondato stabilire una corrispondenza automatica tra aumento
dell’immigrazione e aumento della delinquenza. In ogni modo, alla fine del
2008 Roma è stata indicata dalla Questura come una città più sicura con una
diminuzione complessiva dei reati del 20%, mentre a preoccupare le forze
dell’ordine è specialmente la criminalità organizzata alla quale si è unita
quella di importazione (‘ndrangheta, mafia, camorra e anche malavita)
impegnandosi nel riciclaggio del denaro.
È fondato concludere che, così come per gli aspetti
positivi dell’andamento della città il merito va parzialmente agli immigrati,
lo stesso si deve dire per gli aspetti negativi che sono di natura strutturale e
di vecchia data. Di essi il “sistema Italia” non può fare a meno, perché
rappresentano per l’economia un forte vantaggio, per le tasse che pagano e la
ricchezza che producono, che peraltro non trovano un adeguato riscontro nei
servizi loro erogati. Dal punto di vista umano, poi, la grande indagine che
abbiamo condotto lo scorso anno su circa 1.000 persone segnalate dalle
associazioni degli immigrati, ha mostrato che sono amichevoli nei nostri
confronti, tenaci nel lavoro e anche capaci accontentarsi: una buona base per
costruire una convinta politica di convivenza.
La dottrina sociale della Chiesa e l’accoglienza degli
immigrati. Le classi più disagiate non sono una realtà da cui difendersi e non
è giusto che su di esse vengano scaricati i problemi della città. Purtroppo, i
poveri ieri e gli immigrati oggi rischiano di essere inquadrati sotto l’ottica
della pericolosità e dell’instabilità sociale, che invece si ricollegano ad
altre ragioni. Nella dottrina sociale della Chiesa troviamo alcune costanti che
possono essere a tutti di grande aiuto nella riflessione: l’attenzione
evangelica va a quelli che anno di meno; le migrazioni sono un fenomeno da
apprezzare e tutelare; la vita va difesa in tutti gli stadi del suo ciclo.
Benedetto XVI, intervenendo nel mese di giugno 2008
all’annuale convegno diocesano per tracciare il programma di attività, ha
insistito sull’apertura al futuro perché “è diffusa la sensazione che per
l’Italia e l’Europa gli anni migliori siano alle spalle e che il futuro sia
solo di incertezza e precarietà per le giovani generazioni”. Per il Pontefice
bisogna farsi carico dello “sforzo per rendere più bello, più umano e
fraterno il volto di questa nostra città”, occupandosi perciò di tutti,
senza esclusioni.
Voglio qui ribadire, con le stesse parole del Pontefice,
che “come Chiesa condivideremo l’impegno per rendere la nostra città più
sicura e vivibile, per tutti e specie per i più poveri, ma anche perché non
sia escluso l’immigrato che viene tra noi per trovare uno spazio di vita nel
rispetto delle nostre leggi”.
1.
Una "good bank" per favorire lo sviluppo. La finanza può fare
miracoli
di Ettore Gotti Tedeschi, 30 gennaio 2009
La finanza è solo uno strumento. Uno strumento recentemente male
utilizzato e, di conseguenza, troppo vituperato. Esso può invece essere
usato per fare del bene. In un certo senso, la finanza può fare miracoli.
L'occasione c'è, ed è la soluzione alla crisi in corso. Il modo c'è, ed
è la progettazione di una "good bank" che finanzi un progetto
planetario per la soluzione della crisi e che rappresenti la copertura a
termine della "bad bank" proposta in questi mesi.
Nel biennio 1939-1940 vennero emessi prestiti per finanziare la seconda
guerra mondiale e, in seguito, altre obbligazioni per finanziare il piano
Marshall. La tragedia della guerra risolse – se così si può dire – i
problemi di disoccupazione. Il piano Marshall risolse i problemi di povertà,
garantendo la ricostruzione dell'Europa postbellica. Entrambe le
iniziative risolsero i problemi economici americani.
La guerra da finanziare oggi per sconfiggere la crisi è invece la guerra
alla povertà globale. La ricostruzione da garantire oggi è quella dei
paesi poveri.
Potrà sembrare una contraddizione, ma solo coinvolgendo tutto il mondo in
uno sforzo superiore si potranno riassorbire, prima e meglio, gli effetti
della crisi. Dopo il discorso di insediamento del nuovo presidente degli
Stati Uniti, si può auspicare che venga lanciato un "piano Obama"
per sconfiggere la crisi, combattendo la povertà e permettendo così, non
solo alla sua nazione ma all'umanità intera, di uscire dalla congiuntura
negativa.
Nel 1939 si risolsero i problemi di sostegno produttivo e di
disoccupazione armando soldati e costruendo cannoni. Nel 1946 ricostruendo
una Europa semidistrutta. Oggi si può sostenere la capacità produttiva
– molto più globale e a costi molto più bassi – con un piano di
interventi a favore dei paesi poveri, per soddisfare la loro domanda
potenziale e per avviare attività economiche adeguate attraverso
investimenti in opere infrastrutturali.
I paesi poveri sono quindi l'oggetto della ricostruzione di oggi. Il
progetto di una guerra alla povertà per affrontare la crisi darebbe
immediatamente il via a iniziative economiche indotte e ai conseguenti
investimenti. Si alimenterebbe di nuovo l'iniziativa imprenditoriale e le
borse premierebbero le imprese coinvolte, garantendo sostegno alla loro
capacità produttiva.
Quanto vale questo progetto e come finanziarlo? Può valere quanto
l'assorbimento della bolla che dovrebbe gravare sulla "bad bank"
di cui tanto si parla e, come quest'ultima, potrebbe esser finanziato con
un prestito cinquantennale da fare sottoscrivere a tutti i paesi ricchi
del mondo. Probabilmente spaventa anche solo l'ipotesi di una stima delle
risorse necessarie. Ma dovrebbe spaventare di più la mancanza di vere
alternative. Si dovrebbe invece ragionare in termini di costi e di ricavi,
in termini di opportunità, come fu fatto quando si decise di finanziare
la seconda guerra mondiale e il successivo piano di ricostruzione.
Oggi sono necessarie maggiori risorse. Ma oggi il mondo – entrato nel
ciclo economico di produzione e benessere – ha capacità ben superiori
di quello di settant'anni fa. Per assorbire la grande bolla che confluirà
nella "bad bank" è necessario quindi un progetto di copertura
produttiva di vera ricchezza sostenibile: la copertura a termine della
"bad bank" va fatta con la "good bank". Per assorbire
le perdite passate è necessaria un'economia mondiale totale di crescita e
benessere.
Come fu per l'Europa, rilanciata con il piano Marshall, che in dieci anni
riprese a crescere fino a produrre un boom economico, così potrà
avvenire – sia pure con fasi e processi diversi – per le economie dei
paesi più poveri che fra venti o trent'anni potrebbero cominciare a
ripagare il debito producendo a loro volta benessere e ricchezza. Così è
stato negli ultimi vent'anni in Asia, dove ora ci sono economie che stanno
addirittura sostenendo le nostre. La solidarietà paga anche in termini
concreti.
Si tratta di un progetto coraggioso e complesso. Non produrrà subito i
risultati sperati e molti saranno gli ostacoli. Ma è un progetto
fattibile, e lo è usando proprio la finanza. Che potrebbe così
recuperare il suo vero senso. Quello buono.
__________
2. Una sfida globale. Crisi economica e sradicamento della povertà
di Gordon Brown, 19 febbraio 2009
Da Rio a Roma e da Lagos a Londra ci troviamo di fronte a una delle più
grandi sfide economiche della nostra generazione. In quella che sarà
probabilmente definita dagli storici come la prima crisi economica di
livello davvero mondiale, le previsioni di crescita per il 2009 sono state
ritoccate in quanto vicine allo zero, c'è un crollo del commercio e dei
flussi di capitale e si sta estendendo la disoccupazione.
La crisi finanziaria ed economica minaccia l'occupazione e le prospettive
delle famiglie di ogni paese e di ogni continente. In tutta Europa,
migliaia di persone si trovano improvvisamente senza lavoro e sono sempre
più preoccupate per il proprio futuro. Ma si tratta di tendenze
internazionali, che hanno impatto anche sui più poveri in Africa, Asia e
altrove. Qui la crisi economica significherà fame per altri milioni di
persone, meno istruzione e meno servizi sanitari. So che la Chiesa
cattolica e il Santo Padre condividono queste preoccupazioni. I paesi più
poveri vedono che ogni fonte di finanziamento del proprio sviluppo –
esportazioni e domanda di derrate alimentari, commercio e project finance,
aiuti, rimesse, flussi di capitale – è stata colpita dalla dimensione e
dall'estensione senza precedenti di questa crisi.
Nel Regno Unito stiamo usando ogni mezzo a nostra disposizione perché la
recessione sia per quanto possibile breve e poco profonda. Ma la
recessione globale richiede una risposta globale, se vogliamo che le
nostre misure abbiano successo. Il 2 aprile prossimo il G20 – cioè la
riunione dei leader dei paesi più grandi e più ricchi del mondo, che
rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e il 90 per
cento dell'economia globale – si riunirà a Londra per discutere questa
risposta.
Riuscirci è di vitale importanza. Altrimenti, la recessione sarà più
profonda, più lunga e colpirà un numero maggiore di persone. Se non
risolveremo gli effetti della crisi, la Banca Mondiale stima che da oggi
al 2015 nel mondo in via di sviluppo altri 2,8 milioni di bambini
potrebbero morire prima di aver compiuto cinque anni. È come se l'intera
popolazione di Roma morisse nei prossimi cinque anni.
Non ci potrebbero quindi essere ragioni morali più valide di queste. Ma
non si tratta più solo di ragioni morali. Questa crisi ci ha dimostrato
che non possiamo permettere che i problemi si aggravino in un paese, poiché
di riflesso il loro impatto sarà avvertito da tutti. È dunque nostro
dovere comune far sì che le esigenze dei paesi più poveri non siano un
pensiero secondario, a cui si aderisce per obbligo morale o per senso di
colpa. È ora di vedere i paesi in via di sviluppo inseriti nelle
soluzioni internazionali di cui abbiamo bisogno. Ed è fondamentale che
queste soluzioni internazionali tengano conto dei paesi in via di
sviluppo.
La nostra risposta globale deve perciò in primo luogo prevedere
finanziamenti maggiori, migliori e più rapidi da parte delle istituzioni
finanziarie internazionali, che possano contribuire a salvaguardare gli
investimenti nella sanità e nell'istruzione e a stimolare le economie.
Uno stimolo internazionale funzionerà soltanto se avrà davvero carattere
globale. Per troppo tempo solo i paesi ricchi sono stati in grado di
introdurre capitali nelle proprie economie nei periodi difficili. Questa
volta deve essere diverso.
Ho già avviato colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca
Mondiale e altri organismi per elaborare proposte che, se accolte dal G20,
potrebbero immettere miliardi di dollari nelle economie dei paesi in via
di sviluppo. Come secondo punto, sono necessarie riforme delle istituzioni
finanziarie internazionali per dare più voce al mondo in via di sviluppo,
rendendo le istituzioni più efficaci, legittime e sensibili. E come terzo
punto, occorre trovare le vie per mobilitare le risorse a salvaguardia dei
più poveri, come il Global Vulnerability Fund, che può essere mirato in
modo specifico ai più poveri e più vulnerabili.
Per i cambiamenti climatici, inoltre, dobbiamo fare in modo che la crisi
dell'economia non ci distolga dal far fronte a quella del clima. Dobbiamo
cogliere il momento per garantire investimenti nelle industrie verdi che
ci preparino per il futuro, invece di mettere a repentaglio le generazioni
che verranno.
Dobbiamo inoltre cercare di mettere in moto il commercio internazionale.
Sappiamo che rifugiarci nel protezionismo ci renderà tutti più poveri,
ma questo è anche un momento di opportunità. Se sapremo sfruttare lo
slancio politico per concludere l'accordo di Doha sul commercio, si valuta
che l'economia mondiale potrebbe beneficiarne per 150 miliardi di dollari.
La Santa Sede ha sostenuto con forza un accordo commerciale favorevole ai
poveri, e io spero che questa voce sia finalmente ascoltata.
Come politico so che quando le religioni mobilitano le proprie risorse, ne
viene vivamente avvertito l'impatto. Abbiamo appena assistito al ruolo
preminente delle religioni nell'ambito della più larga alleanza formatasi
per sostenere gli obiettivi di sviluppo del millennio nell'evento di alto
livello dello scorso settembre a New York.
Valori religiosi, come la giustizia e la solidarietà – valori che
affermano che i bambini poveri, come quelli ricchi, devono avere accesso a
vaccini e medicinali – hanno portato Regno Unito e Santa Sede a
sostenere insieme l'International Finance Facility for Immunisation e gli
Advanced Market Commitment. L'acquisto da parte del papa nel 2006 del
primo bond per l'immunizzazione è stato espressione tangibile
dell'impegno comune di Santa Sede e Regno Unito a favore dello sviluppo
internazionale. Grazie a questo bond, sono stati raccolti oltre un
miliardo e seicento milioni di dollari, e 500 milioni di bambini saranno
immunizzati fra il 2006 e il 2015 – portando a cinque milioni i bambini
salvati.
Lo scorso 18 giugno papa Benedetto ha sollecitato attraverso il suo
segretario di Stato una "risposta efficace alle crisi economiche che
affliggono diverse regioni del pianeta" e l'attuazione di "un
piano d'azione internazionale concertato volto a liberare il mondo dalla
povertà estrema". Io sostengo questo appello. Il vertice di Londra
ad aprile deve vederci rispondere alla sfida.
__________
3. L'intervento di Gordon Brown sulla crisi economica. Lezione d'inglese
di Ettore Gotti Tedeschi, 22 febbraio 2009
Molti ritengono che le grandi crisi siano anche – o forse soprattutto
– crisi morali. Anche l'attuale crisi economico-finanziaria non si
sottrae a questa regola, essendo stata provocata da scelte di sviluppo
egoistiche e insostenibili, che hanno poi scatenato i peggiori
"spiriti animali" nel mondo della finanza.
Su "L'Osservatore Romano" dello scorso 19 febbraio il primo
ministro britannico Gordon Brown è sembrato volere esprimere la ricerca
di una autorità morale necessaria alla soluzione della crisi,
riconoscendo implicitamente l'insostenibilità dell'autonomia morale
dell'economia. Avanzando anche la proposta di una solidarietà strutturale
verso i paesi poveri come possibile soluzione strategica della crisi.
Oltre a invocare azioni di "giusta solidarietà" è infatti
necessario proporre azioni di "opportuna solidarietà" verso i
paesi poveri.
Questi paesi vanno coinvolti nel processo di soluzione della crisi
inducendoli a creare la ricchezza necessaria a risollevare il mondo
intero. Ciò può essere fatto trasformando la loro domanda inespressa di
beni e di investimenti in valore per le economie dei paesi che oggi si
trovano ad avere capacità produttive pericolosamente inutilizzate. La
strategia di soluzione della crisi sta nel creare ricchezza per compensare
le perdite, dove c'è il potenziale per farlo rapidamente.
In apparenza, le costosissime manovre in atto tendono invece a sostenere
il consumismo dei paesi ricchi e a trasferire allo Stato gli insostenibili
debiti delle banche, delle imprese e delle famiglie. Ma questa soluzione
rischia di creare inflazione invece che ricchezza. Avere trasferito negli
ultimi anni benessere e ricchezza in vari paesi emergenti ha reso forse
meno grave la crisi in atto. Le previsioni del prodotto interno lordo per
il 2009 lo vedono crollare del 3,4 per cento negli Stati Uniti e dell'1,5
in Europa.
Eppure, il PIL mondiale cresce ancora dell'1 per cento grazie alle
economie di grandi nazioni come Cina (più 5 per cento), India e Brasile.
Avere esteso, sia pure egoisticamente, benessere a quei paesi –
sviluppando domanda, offerta, risparmio e crescita – permette oggi di
immaginare rimedi agli errori delle nazioni ricche. Si sarebbe forse
potuto evitare la crisi globale se l'estensione della ricchezza avesse
riguardato anche il resto del pianeta. Invece di pensare egoisticamente a
difendere, per di più barando, i privilegi.
Ma gli errori del mondo occidentale non sono dovuti unicamente
all'eccessiva disinvoltura dei manager bancari e alla mancanza di
controllo. L'economia e la finanza sono solo strumenti gestiti dall'uomo,
che all'uomo devono essere utili. Loro scopo è, secondo le leggi che le
regolano, utilizzare efficacemente le risorse, sviluppare benessere per
tutti e ridurre le disuguaglianze. Questa non è morale, è economia.
Ma il bilancio non è sempre confortante. Si è spesso abusato delle
risorse, si è bluffato nello sviluppo del benessere, le disuguaglianze
non sono state ridotte come si poteva e doveva. Non si è dato cioè un
senso agli strumenti. Il mondo ricco è stato stupido – non solo egoista
– rifiutando di riconoscere la necessità di autorità e leggi morali, e
confondendo perciò i mezzi con i fini.
Gordon Brown, primo ministro di una grande nazione, con il suo intervento
ha dato una magistrale lezione per chi vuole intenderla: si deve dare un
senso allo strumento economico e si deve riconoscere che l'economia non può
avere una sua autonomia morale.
Giovedì 26 febbraio, Benedetto XVI si è così espresso sulla crisi finanziaria mondiale, nell'udienza ai preti di Roma:
È dovere della Chiesa denunciare gli errori fondamentali che si sono oggi mostrati nel crollo delle grandi banche americane. L'avarizia umana è idolatria che va contro il vero Dio ed è falsificazione dell'immagine di Dio con un altro dio, Mammona. Dobbiamo denunciare con coraggio ma anche con concretezza, perché i grandi moralismi non aiutano se non sono sostenuti dalla conoscenza della realtà, che aiuta a capire che cosa si può in concreto fare. Da sempre la Chiesa non solo denuncia i mali, ma mostra le strade che portano alla giustizia, alla carità, alla conversione dei cuori. Anche nell'economia la giustizia si costruisce solo se ci sono i giusti. E costoro si formano con la conversione dei cuori.
La rivoluzione degli ingegneri analfabeti
"Prima
ti ignorano, poi ridono di te, poi ti combattono, poi tu vinci". La
perseveranza di Sanjit Bunker Roy è racchiusa nella frase di Gandhi che ama
citare, una determinazione che lo ha portato nel 1972 a fondare e a
garantire - in India, e precisamente a Tilonia nel distretto rurale del
Rajastan - uno sviluppo inaspettato al Social Work and Research Center
meglio conosciuto come Barefoot College (ovvero il college "dei piedi
scalzi") - un'istituzione scolastica unica, che rovescia il principio
stesso dell'educazione: non più un sapere infuso dall'alto, ma una
pratica derivata dall'esperienza comune. L'istituto accoglie uomini, donne e
bambini provenienti dai villaggi più poveri per insegnare loro una
professione da svolgere all'interno delle loro comunità.
"Di gran lunga - spiega Bunker Roy al quale il 26 settembre sarà
consegnato il Premio internazionale Masi Grosso d'Oro Veneziano - la più
grande minaccia allo sviluppo economico è costituita dalle persone
istruite, frutto del sistema di educazione ufficiale: gente che
conosce la teoria e ignora la pratica, che non ha mai affrontato le reali
difficoltà della vita. La loro conoscenza è di seconda e terza mano. Si
considerano esperti per avere letto dei libri. La loro preparazione è
incompleta e assolutamente inadeguata a trovare soluzioni a basso costo per
migliorare la qualità della vita dei più poveri. Il sistema educativo
ufficiale, inoltre, ti porta a disprezzare il villaggio dal quale provieni,
a rinnegare le radici rurali. Tornare a casa dopo gli studi viene
considerato un fallimento. Così le persone che hanno studiato preferiscono
sopravvivere nelle baraccopoli cittadine o languire sui marciapiedi
piuttosto che tornare nei villaggi.
La lotta contro la povertà è anche una lotta contro l'irresistibile
desiderio di ottenere un titolo in una scuola di città.
Questa è una delle ragioni principali per cui i giovani abbandonano i
villaggi. Mettendogli nelle mani un pezzo di carta che certifica le loro
attitudini e la loro professionalità (in molti casi si tratta di titoli
senza valore) si incentivano i giovani a lasciare i luoghi d'appartenenza.
Tragicamente in questo modo li si rende sostanzialmente inadatti a qualsiasi
tipo di lavoro. Le persone che hanno più alti riconoscimenti hanno infatti
meno coraggio e meno abilità nel tentare di applicare nuove idee, hanno
paura di essere inadeguati, di sbagliare. Questo timore blocca qualsiasi
iniziativa. Il sistema educativo ufficiale svilisce le conoscenze
tradizionali, le peculiarità dei villaggi, la saggezza popolare. Ma il
sapere popolare deve essere considerato inferiore solo perché non è
ufficialmente certificato? È un fatto che questo genere di conoscenze sono
state utilizzate per centinaia di anni con successo prima che medici,
insegnanti e ingegneri della città arrivassero nei villaggi.
Quindi un nuovo approccio che si concentra sulla campagna piuttosto che
sulla città. Ma come ha fatto un brillante laureato al New Delhi's St.
Stephen's College, una delle istituzioni scolastiche più importanti
dell'India, a ideare questo cambio di prospettiva?
Dal 1967 al 1971 - dopo la devastante carestia nello Stato di Bihar del
1965-66 che provocò migliaia di morti - ho vissuto in un remoto villaggio
rurale guadagnandomi lo stipendio come lavoratore non specializzato,
scavando pozzi utilizzati per irrigare o per trarne acqua potabile. Ho
ascoltato i più poveri e sono entrato in contatto con le loro eccezionali
conoscenze e capacità. Nessuno ha imparato quello che sa dai libri.
Attraverso un processo di "deistruzione" ho acquisito le basi per
avviare il progetto del Barefoot College. Credo che sia l'unica scuola al
mondo costruita da poveri, che la gestiscono e ne controllano la proprietà.
L'idea originaria è comunque dedotta dall'insegnamento di Gandhi, che
rifiutava il classico e arrogante approccio allo sviluppo propinato dagli
"esperti", che fanno calare le cose dall'alto, e pone l'accento
invece sul rispetto e l'applicazione delle conoscenze tradizionali e sulle
capacità pratiche, considerate più importanti della conoscenza teorica. Il
fatto che una persona sia analfabeta non significa che non possa diventare
un ingegnere o un architetto. Ci sono altri modi di imparare oltre alla
parola scritta.
Come si entra nel College?
Chiunque arrivi con un diploma viene retrocesso e deve adattarsi alla vita
del villaggio. Siamo sicuri che nessuno viene per arricchirsi, perché
comunque non potrà guadagnare più di centocinquanta dollari al mese. Le
persone arrivano con la voglia di affrontare una sfida, perché portate dal
desiderio di cambiamento, dalla necessità di provare nuove idee, dalla
possibilità di fare errori e di imparare.
Come funziona il meccanismo decisionale?
Coinvolgendo tutti nei progetti sin dall'inizio. Le persone non vengono
consultate dopo che le decisioni sono già state prese nelle istituzioni
cittadine dove l'esperienza della povertà è virtuale, ma allo stadio
iniziale, quando bisogna discutere su cosa fare. Nessun "esperto"
della Banca mondiale, delle Nazioni Unite, delle università viene invitato
al college. Se vogliono venire devono lasciarsi alle spalle i loro studi e
presentarsi come esseri umani, con umiltà e pazienza, pronti a imparare
dagli altri, apparentemente inferiori socialmente e intellettualmente.
Così ha ottenuto risultati dove le politiche governative spesso hanno
fallito?
Il merito è delle competenze dei più poveri, della fiducia data a quelli
che vivono con meno di un dollaro al mese, alla loro capacità di analizzare
un problema e trovare una soluzione. Le decisioni sono collettive e
trasparenti, le responsabilità dei successi e dei fallimenti sono comuni, i
progetti rimangono di proprietà del college. Le politiche governative,
invece, sono gestite dall'alto verso il basso, i poveri sono beneficiari e
non partner, nei circoli governativi c'è ancora la convinzione
che per lanciare lo sviluppo rurale ci sia bisogno delle conoscenze
acquisite in città.
Ci sono altre iniziative che ricalcano questo modo di fare?
Solo pochi individui e organizzazioni credono e agiscono allo stesso modo
del Barefoot College, in primo luogo perché pensano che non ci sia
differenza tra alfabetizzazione ed educazione. Noi crediamo che ci sia una
enorme differenza. Noi crediamo a quello che diceva Mark Twain:
"Non lasciare che la scuola interferisca con la tua educazione".
Noi crediamo che gli esperti diplomati nel sistema formale educativo non
siano qualificati o competenti per affrontare i problemi della povertà.
Il progetto è lanciato nel futuro, ma come vengono coinvolte le giovani
generazioni?
A partire dall'esperienza della Scuola serale di Tilonia, inaugurata
C'è straniero e straniero, delitto e delitto
Lettera a Corrado Augias, - La Repubblica (non pubblicata) di Tommaso Federici jr. del 20.5.2001
Egregio Dottor Augias,
con troppa frequenza (purtroppo) ascoltiamo e leggiamo titoli (spesso "sparati") di notizie come: "giovane compie una rapina", "due uomini armati assaltano una banca", oppure "albanese rapina tabaccheria", "rumeno investe un ciclista", o addirittura ipotesi come "forse un marocchino è implicato nel delitto", fino a quella perla di giornalismo che è stata l'attribuzione in un tg serale ad una "banda di slavi" dell'orrendo delitto di Novi Ligure (che poi abbiamo scoperto essere maturato nell'ambiente famigliare). Ci siamo così abituati a pensare che quando manca l'indicazione della nazionalità, il reo è un nostro connazionale, perché altrimenti tra le prime cose sarebbe specificata la sua provenienza, determinante per tratteggiarne la figura criminale. Poi sabato scorso (19 maggio 2001), in diversi notiziari, abbiamo appreso la tragica notizia di un "uomo che, dopo aver ucciso una ragazza si è suicidato" e nel servizio, solo dopo molte parole e in mezzo ad altre cose dette, siamo venuti a sapere che costui aveva un cognome e una nascita britannica. Sia chiaro che io propendo per quest'ultima forma di informazione, ma a lei che è autorevole giornalista pongo la domanda a cui proprio non so rispondere: perché un italiano (e uno scozzese) è sempre un "uomo", anche quando compie un delitto, mentre un albanese (o uno slavo) è sempre e solo un "albanese" (o uno "slavo"), una specie di "negro" insomma? E poi non crede che la stampa e la tv, che in casi come questi sono l'anello iniziale nella catena di diffusione della notizia, abbiano una enorme responsabilità sulla creazione di mostri e proprio tanto da riflettere e migliorare?
Grazie e cordiali saluti.
Caritas diocesana di Roma - Comunità di Sant’Egidio - Arci Solidarietà – Comunità di Capodarco – Jesuit Refugee Service - FCEI
Rom e legalità
Il dibattito nazionale sulla sicurezza emerso in questi giorni sui media dopo la firma del “Patto per Roma Sicura” tra il Comune di Roma e il Ministero dell’Interno ci sollecita ad alcune considerazioni.
Siamo organizzazioni che, a diverso titolo e da molto tempo, sono presenti accanto ai Rom e ai Sinti di Roma e di altre città italiane. Conosciamo bene i “campi”, i “villaggi” e i tanti “non luoghi” in cui i Rom vivono nelle nostre città, e frequentiamo chi li abita. In questi giorni abbiamo sentito parlare dei Rom nelle maniere più stereotipate e persino fantasiose, spesso con toni ostili e talvolta apertamente intolleranti. Di fronte a queste manifestazioni preoccupanti, riteniamo più opportuno riflettere piuttosto che agire e parlare sull’onda dell’ultima esternazione.
In Italia e in Europa: discriminazione e diritti
E’ necessario riflettere, in primo luogo, sul numero complessivo dei Rom e Sinti presenti in Italia. Nonostante l’aumento dovuto, negli ultimi 6 anni, alle migrazioni di rom romeni, la percentuale totale di Rom e Sinti sul totale della popolazione in Italia rimane al di sotto dello 0,3% (di cui circa la metà cittadini italiani). Va inoltre ricordato che la popolazione Rom e Sinta ha una media di età molto bassa: quasi il 40% ha meno di 18 anni.
Può la sicurezza del nostro Paese essere messa in crisi da 150.000 persone di cui la metà bambini? Può veramente la sicurezza di Roma essere a rischio per 10.000 rom?
Forse non è superfluo ricordare che i Rom e Sinti sono presenti in quasi tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa e che il numero totale dei presenti in Italia è di gran lunga inferiore a quello di molti altri Stati (ad esempio Germania, Francia, Spagna). Sono spesso considerati dalla maggioranza della popolazione come “altri”, come stranieri nei loro paesi natali e l’antigitanismo è una realtà diffusa, professata senza alcun pudore o memoria storica. La vita dei Rom e Sinti è caratterizzata dal disprezzo e dall’isolamento. L’apice atroce della persecuzione è stato raggiunto con l’immenso - e purtroppo spesso ignorato - olocausto di circa mezzo milione o più durante la seconda guerra mondiale.
Questa memoria ci invita alla vigilanza di fronte ad ogni manifestazione di intolleranza, che suscita antichi fantasmi. L’ostilità allo zingaro fa spesso emergere nella mentalità corrente un universo di pregiudizi normalmente sommerso. Molte delle parole dette in questi giorni – spesso in maniera incosciente – creano allarmismo sociale in tessuti urbani difficili e ritornano allo stereotipo dello zingaro criminale-girovago.
La nostra Costituzione pone all’apice dell’ordinamento il principio di eguaglianza e tutela le minoranze; ne garantisce l’accesso all’istruzione, la promozione e il pieno sviluppo della persona umana a qualsiasi formazione sociale appartenga. Questi orientamenti costituzionali impegnano la coscienza democratica a rispondere con fermezza a un clima intollerante e irrazionale, che si nutre di pregiudizi antichi e di nuove avversioni.
La situazione a Roma
Non si può utilizzare la popolazione Rom e Sinta, come falso bersaglio, anziché mettere a fuoco i reali problemi delle nostre periferie. Siamo cittadini di questa metropoli e come i nostri concittadini crediamo che la sicurezza e la legalità un diritto per tutti; anche per Rom e Sinti. Ma non crediamo ai capri espiatori. Dire che l’illegalità a Roma e nelle grandi città sia un problema di Rom, immigrati e prostitute ci sembra fuorviante della realtà e fa tornare alla mente fantasmi del passato. La proposta di risolvere “il Problema Rom” costruendo mega campi “controllati” da 1000-1500 persone “fuori del Raccordo” ci appare una palese violazione dei diritti umani della popolazione presa di mira. È grave sia la proposta in sé, sia il messaggio che essa contiene.
I rom e i sinti che vivono a Roma non sono nomadi, ma stanziali (sebbene vittime di continui sgomberi) e aspirano ad una soluzione abitativa stabile. Ciò è dimostrato dalle centinaia di famiglie che sono in lista d’attesa nelle graduatorie per l’assegnazione di case popolari. Per giunta 5000 di loro vivono a Roma da più di trenta anni.
Basta parlare di “soluzioni temporanee”del genere:“stanno un po’ qui e poi si spostano”! E’ questa mentalità che ha fatto crescere più di due generazioni di Rom nelle discariche delle nostre periferie, senza servizi essenziali, in situazione simile alle metropoli del Terzo Mondo. Il fatto che il degrado e la marginalità sociale spingano alla devianza non è certo imprevedibile.
Già oggi, e ormai da tempo, i “campi” rom riconosciuti (cioè tutti, a parte i “non luoghi” di baracchette) sono fuori o a ridosso del GRA. La novità della proposta dunque non è nell’ubicazione dei luoghi, ma nel messaggio: “accanto ai Rom e ai Sinti non si può vivere”, e perciò vanno isolati. Esattamente il contrario di quello che il Comune ha fatto in questi anni con le politiche di scolarizzazione, inclusione sociale, avviamento al lavoro. Esattamente il contrario di quanto approvato dal Consiglio Comunale nel 2005 con il cosiddetto “Piano Rom” (che prevedeva una “progressione” abitativa da grandi campi di prima accoglienza, a piccoli campi per nuclei familiari, fino “all’uscita” dal campo e all’inserimento in abitazioni). Esattamente il contrario di quanto raccomandato dai vari organismi dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa, preoccupati di una recrudescenza del razzismo verso i rom[1]; e di ciò che ha raccomandato il Comitato europeo per i diritti sociali presso il Consiglio d’Europa nella “Decisione del merito” del 7.12.05 [2]. Ma è soprattutto l’esatto contrario di quanto raccomandato dall’Ecri (Commissione Europea contro il Razzismo e l’intolleranza) nel suo “Terzo rapporto sull’Italia” del 16.12.05, in cui si legge:
“L’Ecri riafferma che le autorità italiane non dovrebbero basare le loro politiche relative ai Rom e ai Sinti sul presupposto che i membri di tali gruppi preferiscono vivere come nomadi. Raccomanda vivamente alle autorità italiane di affrontare la questione dell’alloggio delle popolazioni Rom e Sinti in stretta collaborazione con le comunità stesse, e raccomanda che l’obiettivo sul lungo periodo delle politiche abitative dovrebbe essere quello dell’eliminazione dei campi nomadi”.
Un patto per l’inclusione sociale
Vorremmo risposte efficaci a problemi veri.L’impegno di spesa per attuare il “Patto per Roma Sicura” è di tutto rispetto (sono stati già stanziati 15 milioni di Euro). Avremo più controlli di polizia e più agenti impegnati; ma quanti assistenti sociali, quante risorse economiche e quali strumenti di inserimento sociale in più? Siamo disponibili, come sempre, a collaborare nel progettare insieme queste risposte, convinti che non esista altra strada che prescinda dall’integrazione sociale. Proponiamo, quindi, un patto nel quale la sicurezza di tutti venga perseguita mediante l’inclusione sociale. Proponiamo misure concrete e decisive per la promozione umana dei bambini e dei giovani, sostenendo il diritto allo studio e l’inserimento nella scuola; chiediamo che il diritto allo studio sia garantito anche con l’attribuzione di borse di studio; si prendano misure efficaci per la tutela e la promozione della donna e per l’inserimento nel mondo del lavoro. Chi commette reati sia sanzionato secondo le leggi: frequentando ogni giorno i “campi” saremo noi i primi ad esserne contenti! Ma non criminalizziamo un intero popolo.
Diffondere una cultura della paura può produrre conflitti maggiori e più violenti. Temiamo che i fantasmi liberati non si trattengano più. E’ la storia che lo insegna: oggi i grandi ghetti; e domani?
[1] Ad esempio quanto affermato dalla risoluzione del Parlamento Europeo sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata nel 2005, in cui si legge:
(si) ritiene che (la comunità dei Rom e Sinti) necessiti di una protezione speciale essendo diventata, a seguito dell'allargamento, una delle minoranze numericamente più importanti nell'UE ed essendo stata, in quanto comunità, storicamente marginalizzata ed ostacolata nel suo sviluppo in taluni settori chiave: la cultura, la storia e le lingue rom sono spesso trascurate o denigrate;
(si) rileva che i rom subiscono la segregazione razziale nell'ambito dell'istruzione e spesso rischiano di essere ingiustamente collocati in istituti per disabili mentali, sono oggetto di discriminazioni per quanto riguarda la fornitura di alloggi, l'assistenza sanitaria e i servizi pubblici, registrano elevati tassi di disoccupazione, le autorità pubbliche spesso non ne riconoscono i diritti e sono inoltre politicamente sottorappresentati;
[2] quando ha affermato: “persistendo nella sua pratica di mettere i rom e sinti nei campi, il Governo (italiano) ha fallito nel prendere in considerazione tutte le differenze rilevanti o di prendere misure adeguate per assicurarsi che essi abbiano accesso ai diritti e ai benefici collettivi che devono essere disponibili a tutti”, e concludendo che:
- la scarsità e l’inadeguatezza dei campi sosta per rom e sinti nomadi costituisce una violazione dell’Articolo 31§1 della Carta, letto congiuntamente all’Articolo E
- gli sgomberi forzati e le altre sanzioni ad essi associati costituiscono una violazione dell’Articolo 31§2 letto congiuntamente all’Articolo E;
la mancanza di soluzioni abitative stabili per rom e sinti costituisce una violazione dell’Articolo 31§1 e dell’Articolo 31§3 della Carta, letti congiuntamente all’Articolo E.