Dio è Amore

ricordare... sapere... riflettere... ...per agire

Diocesi di Roma - Settore Ovest (Vescovo: Benedetto Tuzia)

A cura di Valentino Tresalti  - Anno X - ultimo aggiornamento: 16/5/2010

Pio XII e gli ebrei

 

 

 

 Che il clero, e i credenti, fossero stati i principali protagonisti del salvataggio di migliaia e migliaia di ebrei italiani, ci apparve subito evidente, ed è fuori dubbio. Curiosamente, nessuno di noi si interrogò allora su quello che il papa avesse o non avesse fatto. 

La cosa importante ci apparve allora quello che il papa, o i preti, i frati, le suore, avevano fatto: non a caso l'ebraismo mondiale fu, subito dopo la fine della guerra, generosissimo di complimenti ed espressioni di gratitudine verso Pio XII. Impossibile immaginare che tanti sacerdoti avessero aiutato gli ebrei perseguitati (o i partigiani) e avessero dato la vita per salvarli, senza il consenso della Chiesa, fino ai suoi più alti livelli. 

La cosa importante, per noi, fu che lo zio Camillo e suo figlio si fossero salvati rifugiandosi fra le mura del Vaticano, grazie all'amicizia con un alto prelato, quel monsignor Guidetti che ho già citato. 

Soltanto oggi può venir fatto di chiedersi come possa, il papa, aver taciuto vedendo razziare, al di là del Tevere, gli ebrei di Roma, i "suoi" ebrei, senza recarsi a piedi, nella sua bianca veste, con la croce in mano, a dire: fermatevi. 

Se lo avesse fatto, la Chiesa avrebbe vissuto un momento di gloria suprema. Ma migliaia e migliaia di ebrei rifugiatisi nei conventi, e le suore e i frati che li avevano accolti, non si sarebbero salvati.  

Forse questo interrogativo è semplicemente assurdo, anacronistico. Non tiene conto di quel che era il mondo quando accadde tutto ciò che accadde: quando il meglio sarebbe stato molto peggio del bene.

 

(Arrigo Levi, Un paese non basta, ed. Il Mulino, pag. 144)

La Chiesa in dialogo con le verità degli altri

L'incontro con il mondo della cultura lusitana - momento centrale della seconda giornata del viaggio - ha offerto a Benedetto XVI l'occasione per ribadire l'importanza del dialogo tra cristianesimo e modernità. Un'opportunità già evidenziata martedì mattina nella conferenza stampa in aereo, quando il Pontefice aveva parlato dell'incontro tra fede e secolarismo come di una "chance" per un mondo sempre più pluralista e multiculturale.
L'annuncio della verità - ha sottolineato parlando mercoledì a intellettuali e artisti portoghesi - è "un servizio" che la Chiesa "offre alla società", aprendole "nuovi orizzonti di futuro, di grandezza e dignità". In questa missione i cristiani devono imparare a vivere insieme a chi non condivide la loro fede:  "la convivenza della Chiesa con il rispetto delle altre "verità", o con la verità degli altri - ha precisato - è un apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo". Vincendo la tentazione di alzare steccati o scavare fossati, essa comprende che "in questo rispetto dialogante si possono aprire nuove porte alla trasmissione della verità". 
( L'Osservatore Romano - 13 maggio 2010)


Le letture bibliche di Tommaso Federici sulla carità e sulla fede - La sapienza in cura d'anime


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Le letture bibliche di Tommaso Federici sulla carità e sulla fede - La sapienza in cura d'anime

di Raffaele Alessandrini

L'amore e il servizio di uno studioso d'eccezione, e di un umile uomo di Dio, alla Chiesa si riflette in ogni pagina di due sussidi per la catechesi biblica e liturgica sulla carità e sulla fede ora ristampati. I volumi presentati a Roma, venerdì 14 maggio, presso la Casa Bonus Pastor, furono scritti quarant'anni fa dal biblista, liturgista, patrologo e orientalista Tommaso Federici (1927-2002), per lunghi anni amico e collaboratore del nostro giornale. L'iniziativa, promossa dalla Fondazione a lui intitolata, ha visto la partecipazione del cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, di monsignor Vincenzo Apicella, vescovo di Velletri-Segni, e del biblista somasco padre Giovanni Odasso.
La Fondazione Federici (www.fondazionetommasofederici.it) che cura la conservazione e la prosecuzione dell'opera culturale e teologica del suo titolare, con la pubblicazione degli inediti e la riedizione di quanto già pubblicato, riprende in gran parte gli interessi vitali dello studioso come la formazione del clero in cura d'anime e degli operatori pastorali.
I due volumi presentati:  Letture bibliche sulla carità (Bologna, Edb, 2008, pagine 351, euro 27)e Letture bibliche sulla fede (Bologna, Edb, 2009, pagine 555, euro 44), furono pubblicati rispettivamente nel 1970 e nel 1971. La ristampa - come hanno sottolineato i relatori - si rivela opportuna rappresentando nel suo genere un unicum. Sono infatti opera di uno specialista che mette a disposizione della formazione e della predicazione, ma anche della preghiera e della meditazione della comunità, tutto il materiale possibile sforzandosi di tenere sempre un tono accessibile con il maggior rigore pensabile. È significativo rileggere qualche passaggio dell'introduzione al secondo dei due volumi, quello dedicato alla fede - che nondimeno è strettamente connesso al precedente "poiché la fede si rende operante attraverso la carità" (Galati, 5,6) -. Anche qui, scrive Federici, è stata omessa la bibliografia. "Facile - egli dice - riempire alcune pagine di titoli ricercati; sono opere che, per la loro inaccessibilità, di solito il parroco, il catecheta, la religiosa che deve curare l'infanzia o la gioventù, lo studente, l'intellettuale - per non dire anche lo studioso o lo specialista... - non avranno mai a disposizione; e che, inoltre, creerebbero confusione di schemi, di visuali, di idee. Unica bibliografia che indichiamo è una buona traduzione della Bibbia (...) Sono offerti - invece - molti testi biblici tradotti. Ciascuna traduzione è condotta sugli originali sempre e comunque. Per l'importanza della materia la traduzione è stata condotta in modo letterale, così da rispettare anche la posizione dei termini dentro la frase. Quindi si troveranno anacoluti e sgrammaticature, ma facilmente comprensibili; il lettore infatti è sempre più intelligente di quanto si vorrebbe ammettere".
Il cardinale Kasper si è soffermato sul profilo dello studioso ricordandone il percorso formativo. Federici era nato a Canterano nel Sublacense, terra di spiritualità monastica, ma di fatto visse sempre a Roma. Conseguì la licenza liceale al "Visconti", quindi si laureò in lettere orientali antiche a La Sapienza - primo interprete delle iscrizioni accadiche del Museo Barracco. Iniziò quindi gli studi di Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico, conseguì il diploma di paleografia presso l'Archivio di Stato, poi per un certo tempo passò al campo giuridico per aiutare il padre notaio. Si laureò così in giurisprudenza all'università di Sassari - ma la svolta della sua vita avvenne al Pontificio Ateneo di Sant'Anselmo dove conobbe e fu allievo del benedettino Cipriano Vagaggini e di Salvatore Marsili. Con essi portò a termine il dottorato in teologia e grazie a loro entrò nel mondo dell'insegnamento accademico. Docente ordinario  di liturgia a Sant'Anselmo fu tra i fondatori del Pontificio Istituto Liturgico e di teologia biblica alla Pontificia Università Urbaniana dove entrò chiamatovi da Salvatore Garofalo. Molte istituzioni scientifiche richiesero la sua collaborazione e allo stato  attuale  è  impossibile  fornire una biografia completa dei suoi scritti. Fu consultore delle Congregazioni per il Culto divino e per le Chiese Orientali e fu pro-segretario della Pontificia Commissione per la Neo-Vulgata. Il cardinale Kasper ha tenuto a ricordare il contributo di Federici anche nella Commissione per i rapporti con l'ebraismo e l'apporto rilevante alla stesura del Dizionario del concilio ecumenico Vaticano ii.
Profondamente romano e latino, Federici amò intensamente le Chiese d'Oriente e da grande conoscitore di tutti i riti orientali scrisse, tra l'altro, il commento al Lezionario bizantino oltre a distinguersi per aver promosso la rinascita e il rilancio dell'antica abbazia di Pulsano sul Gargano - di monaci diocesani - dove oggi si trova tutta la sua biblioteca e dove egli stesso ha voluto essere sepolto.
I due volumi di Federici, come hanno detto monsignor Apicella e padre Odasso, rappresentano il frutto della matura indagine dei temi biblici trattati in capitoli paralleli e in costante connessione tra la Scrittura, la liturgia e i Padri. Possono dirsi un'opera sapienziale in cui vanno considerati i misteri delle realtà realizzate da Dio nella vita del credente il primo dei quali origine e fonte di ogni altro è la Risurrezione. Che causa l'invio dello Spirito e produce la trasformazione nella vita di fede. Vi è poi l'Alleanza nel sangue, concepita come dono gratuito del Signore; quindi l'Esodo a cui si connettono il battesimo, la penitenza e il perdono; ma tema biblico non ultimo è la Sponsalità. L'esodo è sempre verso la casa dello Sposo poiché l'amore va sempre riconsiderato nella metafora delle divine Nozze.



(©L'Osservatore Romano - 16 maggio 2010)


Gli uomini devono chiedere perdono alle donne


Pubblichiamo il testo dell'omelia del predicatore della Casa Pontificia, durante la celebrazione della Passione del Signore presieduta da Benedetto XVI nel pomeriggio del 2 aprile, Venerdì Santo, nella basilica Vaticana.
 
di Raniero Cantalamessa

"Abbiamo un grande Sommo Sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, il Figlio di Dio":  così inizia il brano della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato nella seconda lettura. Nell'anno sacerdotale, la liturgia del Venerdì Santo ci permette di risalire alla sorgente storica del sacerdozio cristiano.
Essa è la fonte di entrambe le realizzazioni del sacerdozio:  quella ministeriale, dei vescovi e dei presbiteri, e quella universale di tutti i fedeli. Anche questa infatti si fonda sul sacrificio di Cristo. Egli, dice l'Apocalisse, "ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti del Dio e Padre suo" (Apocalisse, 1, 5-6). È di vitale importanza perciò capire la natura del sacrificio e del sacerdozio di Cristo perché è di essi che sacerdoti e laici, in modo diverso, dobbiamo recare l'impronta e cercare di vivere le esigenze.
La Lettera agli Ebrei spiega in che consiste la novità e l'unicità del sacerdozio di Cristo, non solo rispetto al sacerdozio dell'antica alleanza, ma rispetto a ogni istituzione sacerdotale anche fuori della Bibbia. "Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri (...) è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurar la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!" (Lettera agli Ebrei, 9, 11-14).
La novità è questa. Ogni altro sacerdote offre qualcosa fuori di sé, Cristo ha offerto se stesso; ogni altro sacerdote offre delle vittime, Cristo si è offerto vittima! Sant'Agostino ha racchiuso in una formula celebre questo nuovo genere di sacrificio in cui sacerdote e vittima sono la stessa cosa:  "Ideo sacerdos, quia sacrificium":  sacerdote perché vittima" (Sant'Agostino, Confessioni, 10, 43).
Nel 1972 un noto pensatore francese lanciava la tesi secondo cui "la violenza è il cuore e l'anima segreta del sacro" (cfr. R. Girard, La violence et le sacré, Paris, Grasset, 1972). All'origine infatti e al centro di ogni religione c'è il sacrificio, il rito del capro espiatorio che comporta sempre distruzione e morte. Il giornale "Le Monde" salutava tale affermazione, dicendo che essa faceva di quell'anno "un anno da segnare con asterisco negli annali dell'umanità". Già prima però di questa data, quello studioso si era riavvicinato al cristianesimo e nella Pasqua del 1959 aveva reso pubblica la sua "conversione", dichiarandosi credente e tornando alla Chiesa.
Questo gli permise di non fermarsi, negli studi successivi, all'analisi del meccanismo della violenza, ma di additare anche come uscire da esso. Molti, purtroppo, continuano a citare René Girard come colui che ha denunciato l'alleanza tra il sacro e la violenza, ma non fanno parola del Girard che ha additato nel mistero pasquale di Cristo la rottura totale e definitiva di tale alleanza.
Secondo lui, Gesù smaschera e spezza il meccanismo che sacralizza la violenza, facendo di se stesso il volontario "capro espiatorio" dell'umanità, la vittima innocente di tutta la violenza. Cristo non è venuto con sangue altrui, ma con il proprio. Non ha messo i propri peccati sulle spalle degli altri - uomini o animali -; ha messo i peccati degli altri sulle proprie spalle:  "Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce" (1 Pietro, 2, 24).
Il processo che porta alla nascita della religione è rovesciato, rispetto alla spiegazione che ne aveva dato Freud. In Cristo, è Dio che si fa vittima, non la vittima (in Freud, il padre primordiale) che, una volta sacrificata, viene successivamente elevata a dignità divina (il Padre dei cieli). Non è più l'uomo che offre sacrifici a Dio, ma Dio che si "sacrifica" per l'uomo, consegnando alla morte per lui il suo Figlio unigenito (cfr. Giovanni, 3, 16). Il sacrificio non serve più a "placare" la divinità, ma piuttosto a placare l'uomo e farlo desistere dalla sua ostilità nei confronti di Dio e del prossimo.
Si può, allora, continuare a parlare di sacrificio, a proposito della morte di Cristo e quindi della Messa? Per molto tempo lo studioso citato ha rifiutato questo concetto, ritenendolo troppo segnato dall'idea di violenza, ma poi ha finito per ammetterne la possibilità con tutta la tradizione cristiana, a patto di vedere, in quello di Cristo, un genere nuovo di sacrificio, e di vedere in questo cambiamento di significato "il fatto centrale nella storia religiosa dell'umanità".
Visto in questa luce, il sacrificio di Cristo contiene un messaggio formidabile per il mondo d'oggi. Grida al mondo che la violenza è un residuo arcaico, una regressione a stadi primitivi e superati della storia umana e - quando si tratta di credenti - è un ritardo colpevole e scandaloso nella presa di coscienza del salto di qualità operato da Cristo.
Ricorda anche che la violenza è perdente. In quasi tutti i miti antichi la vittima è lo sconfitto e il carnefice il vincitore (cfr. R. Girard, Il sacrificio, Milano 2004, pp. 73 s.). Gesù ha cambiato segno alla vittoria. Ha inaugurato un nuovo genere di vittoria che non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima. Victor quia victima!, "vincitore perché vittima", così Agostino definisce il Gesù della croce (Sant'Agostino, Confessioni, 10, 43).
Il valore moderno della difesa delle vittime, dei deboli e della vita minacciata è nato sul terreno del cristianesimo, è un frutto tardivo della rivoluzione operata da Cristo. Ne abbiamo la controprova. Appena si abbandona (come ha fatto Nietzsche) la visione cristiana per riportare in vita quella pagana, si smarrisce  questa conquista e si torna a esaltare "il forte, il potente, fino al suo punto più eccelso, il superuomo", e si definisce quella cristiana "una morale da schiavi", frutto del risentimento impotente dei deboli contro i forti.
Purtroppo, però, la stessa cultura odierna che condanna la violenza, per altro verso, la favorisce e la esalta. Ci si straccia le vesti di fronte a certi fatti di sangue, ma non ci si accorge che si prepara a essi il terreno con quello che si reclamizza nella pagina accanto del giornale o nel palinsesto successivo della rete televisiva. Il gusto con cui si indugia nella descrizione della violenza e la gara a chi è il primo e il più crudo nel descriverla non fanno che favorirla. Il risultato non è una catarsi del male, ma un incitamento a esso. È inquietante che la violenza e il sangue siano diventati uno degli ingredienti di maggior richiamo nei film e nei videogiochi, che si sia attirati da essa e ci si diverta a guardarla.
Lo stesso studioso ricordato sopra ha messo a nudo la matrice da cui prende avvio il meccanismo della violenza:  il mimetismo, quella connaturata inclinazione umana a considerare desiderabile le cose che desiderano gli altri e, quindi, a ripetere le cose che vedono fare gli altri. La psicologia del "branco" è quella che porta alla scelta del "capro espiatorio" per trovare, nella lotta contro un nemico comune - in genere, l'elemento più debole, il diverso -, una propria artificiale e momentanea coesione.
Ne abbiamo un esempio nella ricorrente violenza dei giovani allo stadio, nel bullismo delle scuole e in certe manifestazioni di piazza che lasciano dietro di sé distruzione e macerie. Una generazione di giovani che ha avuto il rarissimo privilegio di non conoscere una vera guerra e di non essere stati mai richiamati sotto le armi, si diverte (perché si tratta di un gioco, anche se stupido e a volte tragico) a inventare delle piccole guerre, spinti dallo stesso istinto che muoveva l'orda primordiale.
Ma c'è una violenza ancora più grave e diffusa di quella dei giovani negli stadi e nelle piazze. Non parlo qui della violenza sui bambini, di cui si sono macchiati sciaguratamente non pochi elementi del clero; di essa si parla già abbastanza fuori di qui. Parlo della violenza sulle donne. Questa è una occasione per far comprendere alle persone e alle istituzioni che lottano contro di essa che Cristo è il loro migliore alleato.
Si tratta di una violenza tanto più grave in quanto si svolge spesso al riparo delle mura domestiche, all'insaputa di tutti, quando addirittura essa non viene giustificata con pregiudizi pseudo-religiosi e culturali. Le vittime si ritrovano disperatamente sole e indifese. Solo oggi, grazie al sostegno e all'incoraggiamento di tante associazioni e istituzioni, alcune trovano la forza di uscire  allo  scoperto  e  denunciare  i  colpevoli.
Molta di questa violenza è a sfondo sessuale. È il maschio che crede di dimostrare la sua virilità infierendo contro la donna, senza rendersi conto che sta dimostrando solo la sua insicurezza e vigliaccheria. Anche nei confronti della donna che ha sbagliato, che contrasto tra l'agire di Cristo e quello ancora in atto in certi ambienti! Il fanatismo invoca la lapidazione; Cristo, agli uomini che gli hanno presentato un'adultera, risponde:  "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei" (Giovanni, 8, 7). L'adulterio è un peccato che si commette sempre in due, ma per il quale uno solo è stato sempre (e, in alcune parti del mondo, è tuttora) punito.
La violenza contro la donna non è mai così odiosa come quando si annida là dove dovrebbe regnare il reciproco rispetto e l'amore, nel rapporto tra marito e moglie. È vero che la violenza non è sempre e tutta da una parte sola, che si può essere violenti anche con la lingua, non solo con le mani, ma nessuno può negare che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima è la donna.
Ci sono famiglie dove ancora l'uomo si ritiene autorizzato ad alzare la voce e le mani sulle donne di casa. Moglie e figli vivono a volte sotto la costante minaccia dell'"ira di papà". A questi tali bisognerebbe dire amabilmente:  "Cari colleghi uomini, creandoci maschi, Dio non ha inteso darci il diritto di arrabbiarci e pestare i pugni sul tavolo per ogni minima cosa. La parola rivolta a Eva dopo la colpa:  "Egli (l'uomo) ti dominerà" (Genesi, 3, 16), era una amara previsione, non una autorizzazione.
Giovanni Paolo ii ha inaugurato la pratica delle richieste di perdono per torti collettivi. Una di esse, tra le più giuste e necessarie, è il perdono che una metà dell'umanità deve chiedere all'altra metà, gli uomini alle donne. Essa non deve rimanere generica e astratta. Deve portare, specie chi si professa cristiano, a concreti gesti di conversione, a parole di scusa e di riconciliazione all'interno delle famiglie e della società.
Il brano della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato continua dicendo:  "Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte". Gesù ha conosciuto in tutta la sua crudezza la situazione delle vittime, le grida soffocate e le lacrime silenziose. Davvero, "non abbiamo un sommo sacerdote che non possa patire con noi nelle nostre debolezze". In ogni vittima della violenza Cristo rivive misteriosamente la sua esperienza terrena. Anche a proposito di ognuna di esse egli dice:  "L'avete fatto a me" (Matteo, 25, 40).
Per una rara coincidenza, quest'anno la nostra Pasqua cade nelle stessa settimana della Pasqua ebraica che ne è l'antenata e la matrice dentro cui si è formata. Questo ci spinge a rivolgere un pensiero ai fratelli ebrei. Essi sanno per esperienza cosa significa essere vittime della violenza collettiva e anche per questo sono pronti a riconoscerne i sintomi ricorrenti. Ho ricevuto in questi giorni la lettera di un amico ebreo e, con il suo permesso, ne condivido qui una parte. Dice: 
"Sto seguendo con disgusto l'attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli da parte del mondo intero. L'uso dello stereotipo, il passaggio dalla responsabilità e colpa personale a quella collettiva mi ricordano gli aspetti più vergognosi dell'antisemitismo. Desidero pertanto esprimere a lei personalmente, al Papa e a tutta la Chiesa la mia solidarietà di ebreo del dialogo e di tutti coloro che nel mondo ebraico (e sono molti) condividono questi sentimenti di fratellanza. La nostra Pasqua e la vostra hanno indubbi elementi di alterità, ma vivono ambedue nella speranza messianica che sicuramente ci ricongiungerà nell'amore del Padre comune. Auguro perciò a lei e a tutti i cattolici Buona Pasqua".
E anche noi cattolici auguriamo ai fratelli ebrei Buona Pasqua. Lo facciamo con le parole del loro antico maestro Gamaliele, entrate nel Seder pasquale ebraico e da qui passate nella più antica liturgia cristiana. (Le abbiamo recitate nell'Ufficio delle letture di ieri, dall'omelia pasquale di Melitone di Sardi): 
"Egli ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà,
dalla tristezza alla gioia,
dal lutto alla festa,
dalle tenebre alla luce,
dalla servitù alla redenzione"
Perciò davanti a lui diciamo:  Alleluia" (Pesachim, x, 5 e Melitone di Sardi, Omelia pasquale, 68 ["Sources Chrétiennes" 123, p. 98]).



(©L'Osservatore Romano - 3 aprile 2010)

da Europa del 24 marzo 2010

Un solo Bagnasco

I riassunti giornalistici dei discorsi (in termine tecnico “prolusioni”) che il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, rivolge al consiglio permanente dei vescovi italiani sono sempre necessariamente troppo poveri rispetto al testo di cui si parla.
E se poi il testo in questione è lungo venti pagine, come nel caso di quello letto l’altro ieri da Bagnasco, è chiaro che non bastano poche righe per coglierne tutti gli aspetti.
Circa l’aborto, tema indubbiamente centrale, Bagnasco non ha pronunciato un semplice no. Ha pronunciato piuttosto una condanna durissima della banalizzazione dell’aborto, sostenendo che con le risorse farmacologiche (pillola del giorno dopo, pillola dei cinque giorni) si torna paradossalmente e drammaticamente a quella privatizzazione e clandestinità del fenomeno che era proprio ciò che la legge 194 diceva di voler combattere. Spunto che andrebbe accolto per una riflessione seria.
E comunque nella prolusione non si è parlato solo di aborto. Si è parlato di diritto alla vita e dignità della vita, il che ne amplia di molto la portata. Tra i valori non negoziabili, secondo l’espressione ormai nota di Benedetto XVI, Bagnasco ha messo infatti anche l’accoglienza degli immigrati, il diritto al lavoro e alla casa, la difesa del creato, la lotta alla malavita. Nel suo ragionamento, tutti questi valori si tengono. Non si può essere per la vita e non fare nulla per dare lavoro e prospettive ai giovani. Non si può essere per la vita e non essere accoglienti verso i lontani che arrivano da noi per guadagnarsi onestamente da vivere. Non si può essere per la vita e inquinare i fiumi o privatizzare l’acqua.
È questione di coerenza.
Importante è la precisazione arrivata dallo stesso Bagnasco nella lettera firmata insieme agli altri vescovi della Liguria: se è vero che i cattolici, al momento del voto, devono scegliere i candidati che sono per la vita, è altrettanto vero che l’essere per la vita implica l’adesione convinta a tutti i valori menzionati sopra. Non è possibile una selezione personale. O li si accetta e li si difende in blocco, o si cade nell’incoerenza.
Nel ragionamento proposto dal cardinale ai suoi confratelli è poi importante la riflessione sul declino dell’Italia e sulla necessità di trovare le risorse per reagire. Risorse morali, certamente, che però hanno bisogno di trovare fondamenta solide in provvedimenti concreti, a partire dall’educazione.
E come dimenticare il dovere dell’onestà, richiamato in modo tanto esplicito a politici e amministratori? Rubare alla cosa pubblica, ha detto Bagnasco, non è un rubare di meno, ma un rubare di più. E sostenere che «tanto rubano tutti» non è una giustificazione, ma un’aggravante.
C’è, nel discorso del cardinale presidente dei vescovi, un’esplicita autocritica riguardante la Chiesa. Parte dai casi di pedofilia per coinvolgere lo stile di vita di tutti. Se non si sta con il Signore, se non si sta in lui, ogni deriva è possibile. Anche qui il richiamo è alla coerenza, e diventa durissimo perché in gioco c’è la credibilità della testimonianza cristiana, da cui dipende la vita stessa della Chiesa.
Mai come in questa occasione la prolusione di Bagnasco va letta integralmente.
Il pastore ha ricordato alle pecorelle i valori più importanti, ma non si è limitato a farne un elenco. Ha motivato.
E anche coloro che, come al solito, cercano di trarre profitto politico dalle sue parole dovrebbero avere per una volta l’onestà di prendere in considerazione la riflessione del cardinale nel suo complesso.

Aldo Maria Valli

La Chiesa locale

 

Un aspetto importante dell'ecclesiologia di comunione del Concilio è stato la riscoperta della strutturazione ecclesiale locale del popolo di Dio. Nella concezione gerarchica la Chiesa appare semplicemente come un costrutto centralistico, suddiviso ­ per ragioni pratiche ­ in filiali dipendenti non autonome. La Chiesa è la Chiesa universale, teologicamente essa non può essere altro da ciò. La Lumen gentium, di contro, presenta una prospettiva differenziata. La Chiesa non è né un'organizzazione monolitica e monarchica, né il raggruppamento di singole Chiese locali più o meno autonome. La Chiesa è entrambe: Chiesa locale e Chiesa universale sono talmente intrecciate tra di loro che la Chiesa può essere correttamente descritta solo mediante esse insieme, attraverso la rappresentazione delle funzioni non interscambiabili di entrambe. Essa consiste «nelle Chiese locali e a partire dalle Chiese locali». L'elemento costitutivo di queste ultime, e quindi conseguentemente anche della Chiesa universale, è la celebrazione dell'eucaristia. L'eucaristia viene sempre celebrata localmente e in un luogo.

 Sotto questo aspetto, quanto sta accadendo da noi nell'affrontare la questione della carenza di clero rappresenta un capovolgimento dei rapporti. Non è la necessità della Chiesa locale a regolare il servizio presbiterale, ma al contrario la (im)possibilità del servizio presbiterale strangola le esigenze e necessità della Chiesa locale. Questo dato non viene per nulla mascherato dal fatto che, di regola, venga preservata formalmente fino a oggi la struttura locale. Quando un'unità pastorale comprende sette o otto parrocchie ancora nominalmente esistenti, ma vi è un solo parroco per tutte, le parrocchie vengono derubate della loro identità (spesso antica di secoli). Le esperienze mostrano già ora che la mancanza di presenza della Chiesa a livello locale conduce alla vaporizzazione dell'ecclesialità.

 Ciò che propriamente irrita in tutto questo è che, a ben guardare, non vi è affatto una carenza di vocazioni al ministero del prete, ma che sempre meno persone chiamate possono rendersi disponibili ad accollarsi, oltre a quelle che sono le necessarie qualifiche teologiche, le condizioni di ingresso nel ministero richieste. Vi è quindi il pericolo che la Chiesa , per colpa propria, in un futuro prossimo sia sempre meno in grado di venire incontro al suo obbligo, che è quello di annunciare autenticamente la parola di Dio e di celebrare i sacramenti. La Chiesa diventa infedele al suo mandato.

 Wolfang Beinert (Il Regno Attualità 4 del 2010 p. 80)


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA GIORNATA MONDIALE
DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO (2010)

 "I migranti e i rifugiati minorenni"

Cari fratelli e sorelle,

la celebrazione della Giornata del Migrante e del Rifugiato mi offre nuovamente l'occasione di manifestare la costante sollecitudine che la Chiesa nutre verso coloro che vivono, in vari modi, l'esperienza dell'emigrazione. Si tratta di un fenomeno che, come ho scritto nell'Enciclica Caritas in veritate, impressiona per il numero di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili da rispettare sempre e da tutti (cfr n. 62). Il tema di quest'anno - "I migranti e i rifugiati minorenni" tocca un aspetto che i cristiani valutano con grande attenzione, memori del monito di Cristo, il quale nel giudizio finale considererà riferito a Lui stesso tutto ciò che è stato fatto o negato "a uno solo di questi più piccoli" (cfr Mt 25, 40.45). E come non considerare tra "i più piccoli" anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso da bambino ha vissuto l'esperienza del migrante perché, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria (cfr Mt 2,14).

Se la Convenzione dei Diritti del Bambino afferma con chiarezza che va sempre salvaguardato l'interesse del minore (cfr art. 3), al quale vanno riconosciuti i diritti fondamentali della persona al pari dell'adulto, purtroppo nella realtà questo non sempre avviene. Infatti, mentre cresce nell'opinione pubblica la consapevolezza della necessità di un'azione puntuale e incisiva a protezione dei minori, di fatto tanti sono lasciati in abbandono e, in vari modi, si ritrovano a rischio di sfruttamento. Della drammatica condizione in cui essi versano, si è fatto interprete il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nel messaggio inviato il 22 settembre del 1990 al Segretario Generale delle Nazioni Unite, in occasione del Vertice Mondiale per i Bambini. "Sono testimone - egli scrisse - della straziante condizione di milioni di bambini di ogni continente. Essi sono più vulnerabili perché meno capaci di far sentire la loro voce" (Insegnamenti XIII, 2, 1990, p. 672). Auspico di cuore che si riservi la giusta attenzione ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale. Vivere in un paese straniero senza effettivi punti di riferimento crea ad essi, specialmente a quelli privi dell'appoggio della famiglia, innumerevoli e talora gravi disagi e difficoltà.

Un aspetto tipico della migrazione minorile è costituito dalla situazione dei ragazzi nati nei paesi ospitanti oppure da quella dei figli che non vivono con i genitori emigrati dopo la loro nascita, ma li raggiungono successivamente. Questi adolescenti fanno parte di due culture con i vantaggi e le problematiche connesse alla loro duplice appartenenza, condizione questa che tuttavia può offrire l'opportunità di sperimentare la ricchezza dell'incontro tra differenti tradizioni culturali. È importante che ad essi sia data la possibilità della frequenza scolastica e del successivo inserimento nel mondo del lavoro e che ne vada facilitata l'integrazione sociale grazie a opportune strutture formative e sociali. Non si dimentichi mai che l'adolescenza rappresenta una tappa fondamentale per la formazione dell'essere umano.

Una particolare categoria di minori è quella dei rifugiati che chiedono asilo, fuggendo per varie ragioni dal proprio paese, dove non ricevono adeguata protezione. Le statistiche rivelano che il loro numero è in aumento. Si tratta dunque di un fenomeno da valutare con attenzione e da affrontare con azioni coordinate, con misure di prevenzione, di protezione e di accoglienza adatte, secondo quanto prevede anche la stessa Convenzione dei Diritti del Bambino (cfr art. 22).

Mi rivolgo ora particolarmente alle parrocchie e alle molte associazioni cattoliche che, animate da spirito di fede e di carità, compiono grandi sforzi per venire incontro alle necessità di questi nostri fratelli e sorelle. Mentre esprimo gratitudine per quanto si sta facendo con grande generosità, vorrei invitare tutti i cristiani a prendere consapevolezza della sfida sociale e pastorale che pone la condizione dei minori migranti e rifugiati. Risuonano nel nostro cuore le parole di Gesù: "Ero forestiero e mi avete ospitato" (Mt 25,35), come pure il comandamento centrale che Egli ci ha lasciato: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, ma unito all'amore al prossimo (cfr Mt 22,37-39). Questo ci porta a considerare che ogni nostro concreto intervento deve nutrirsi prima di tutto di fede nell'azione della grazia e della Provvidenza divina. In tal modo anche l'accoglienza e la solidarietà verso lo straniero, specialmente se si tratta di bambini, diviene annuncio del Vangelo della solidarietà. La Chiesa lo proclama quando apre le sue braccia e opera perché siano rispettati i diritti dei migranti e dei rifugiati, stimolando i responsabili delle Nazioni, degli Organismi e delle istituzioni internazionali perché promuovano opportune iniziative a loro sostegno. Vegli su tutti materna la Beata Vergine Maria e ci aiuti a comprendere le difficoltà di quanti sono lontani dalla propria patria. A quanti sono coinvolti nel vasto mondo dei migranti e rifugiati assicuro la mia preghiera e imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 16 ottobre 2009

BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana


 

Memoria e definizione dello sterminio degli ebrei

Perché Shoah e non Olocausto

di Mordechay Lewy

Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede

Per chiarezza qualsiasi discorso sulla Shoah dovrebbe affermare che essa è il male estremo. Un evento che proietta la sua ombra su ogni  risultato  che  il  progresso  umano  possa  raggiungere,  che ha scatenato  una  crisi di valori identificati con  la  civiltà  occidentale  e  ha  scosso  la  fede dell'umanità nell'esistenza di Dio.

All'inizio degli anni Novanta, durante un incontro con gli ambasciatori, un anziano funzionario del ministero degli Esteri israeliano disse che il ricordo della Shoah si sarebbe dovuto mantenere come intima memoria privata piuttosto che come esposizione in pubblico delle sofferenze e dei traumi. Solo così il ricordo sarebbe rimasto autentico e immune da banalità e strumentalizzazioni.

Queste osservazioni, benché di grande impatto, contrastano con l'esperienza pubblicamente condivisa sul modo in cui creare e conservare una cultura della memoria. Queste dichiarazioni sembrano di fatto minare alla base un certo concetto dell'ethos israeliano che lega la Shoah alla costituzione della patria ebraica. Già prima della Shoah si pensava che la ragion d'essere dello Stato d'Israele più che la mera realizzazione del sogno di ritornare nella Terra promessa, fosse creare un porto sicuro per il popolo ebraico, disperso e perseguitato nella diaspora. Come conseguenza della Shoah è emersa un'ulteriore nozione:  che non si sarebbe mai più permesso il verificarsi di una catastrofe simile. Israele non è stato fondato a motivo della Shoah, ma se fosse stato creato prima, essa si sarebbe evitata. Sembra dunque che gli israeliani siano destinati a vivere in uno stato permanente di paranoia giustificata. Il 12 agosto 2009 "The New York Times" ha attribuito grande importanza alla questione in un articolo intitolato:  "È tutto troppo tranquillo per gli israeliani? Cresce l'apprensione per capire quale asso i nemici nascondono nella manica". Pare che gli israeliani non si permettano il lusso di concepire una vita quotidiana priva di minacce. L'altra faccia di questa medaglia è l'assunzione di un atteggiamento eroico motivato dall'essere israeliani, invece che gli ebrei massacrati, indifesi e privi di un proprio Stato. Senza dubbio coltivare la memoria collettiva di un evento così traumatico, unico nel suo genere, è una necessità perché, con il trascorrere del tempo, i sopravvissuti scompaiono e il ricordo dei fatti potrebbe sbiadire. I primi anni Cinquanta furono caratterizzati dal silenzio delle vittime e degli aguzzini, un silenzio che lentamente si ruppe alla fine di quel decennio e durante gli anni Sessanta. Nonostante il processo Eichmann abbia portato a elaborare una nuova formulazione della Shoah fra i membri della seconda generazione - sia delle vittime sia degli aguzzini - è stata proprio la seconda generazione a promuovere più di ogni altra la cultura della memoria della Shoah. Si ritiene che la memoria si mantenga viva grazie alla ripetizione. Il tema della Shoah divenne una parte essenziale della letteratura postbellica e dei mezzi visivi di comunicazione sociale. Tuttavia l'avere modellato con successo una cultura della memoria ha causato anche effetti negativi. Con il passare dei decenni, da quell'evento unico emerse il problema della sua rilevanza, specialmente quando quegli eventi indescrivibili dovevano essere spiegati alle generazioni più giovani. Con il trascorrere del tempo nulla fu più così ovvio e, forse inevitabilmente, si aprì la strada alla banalizzazione. Inoltre, poiché per correttezza politica si usava il termine "olocausto" per descrivere il male estremo, la tentazione di etichettare altri eventi come olocausti divenne politicamente conveniente. Olocausti in Biafra, in Cambogia, in Burundi o nel Darfur hanno riempito i titoli dei media, contribuendo a richiamare l'attenzione su eventi che lo meritavano. Tuttavia lo scotto da pagare è stato il venir meno dell'unicità della Shoah e della sua memoria. Il termine "olocausto" si è politicamente inflazionato. È divenuto un mezzo per definire afflizioni politiche e umane di ogni tipo. "Olocausto" è la traduzione in greco del termine ebraico olah, adottata dalla versione dei Settanta. Olah è un sacrificio in cui tutto viene bruciato sull'altare. Secondo la Torah l'uso di questo termine religioso non riguardava gli esseri umani ma nel libro di Geremia (19, 4-5) i tanto esecrati sacrifici umani del culto pagano di Baal sono definiti, al plurale olot. La Bibbia di Donay-Rheims (edizione del 1750), che ha cercato di restare il più possibile fedele alla versione dei Settanta, offre la seguente traduzione:  "E hanno fabbricato altari a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli in olocausto a Baal:  cose che io non comandai, né mai mi vennero in mente". Non è noto se lo stesso termine greco holòkauston si riferisse a un rito sacrificale pagano o ebraico. Nell'Anabasi, molto antecedente alla traduzione della Bibbia in greco, Senofonte utilizza la forma verbale holokàutei in riferimento al rito sacrificale pagano greco. Il testo di Senofonte è stato letto praticamente da ogni classe istruita nel corso di tutta la storia europea. Anche per questo i termini "sacrificio" e "olocausto" sono stati spesso associati ai riti pagani, con il significato di "offerta interamente bruciata". Nella Encyclopédie (1765) di Diderot e D'Alambert, la voce Olocausto, in trenta righe, non fa alcun riferimento a ebrei o a pratiche ebraiche, ma solo a sacrifici in onore di "divinità infernali". Nel 1929 Winston Churchill definì le atrocità turche contro gli armeni come "olocausto amministrativo". D'altra parte, a New York, nel 1932, un annuncio pubblicitario di una grande svendita promozionale affermava che tappeti orientali e nazionali erano oggetto  di un "grande olocausto del prezzo". Il termine "olocausto" per indicare lo sterminio nazista degli ebrei fu utilizzato per la prima volta nel novembre 1942 in un editoriale del "Jewish Frontier". Tuttavia, anche dopo il 1945, non è mai divenuto un sinonimo preciso di sterminio degli ebrei, infatti, fino ai primi anni Sessanta, era usato principalmente nel contesto della catastrofe nucleare. Fu il pensatore cattolico François Mauriac, nel 1958, nella prefazione al libro di Eli Wiesel La notte ad adottare il significato religioso del termine "olocausto" utilizzato in Geremia 19, 4-5 per indicare grave peccato:  "Per Wiesel (...) Dio è morto (...) il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe si è dileguato per sempre (...) nel fumo dell'olocausto preteso dalla razza, la più ingorda di tutti gli idoli". L'interpretazione di Mauriac può condurre alla possibilità della formulazione di un impegno cattolico vincolante che dovrebbe considerare la negazione dell'"olocausto" un peccato contro Dio. È interessante osservare come il nome della legge israeliana che nel 1953 istituì lo Yad Vashem sia Remembrance Authority of the Disaster and Heroism. In questo caso il termine Shoah è stato tradotto con "disastro" o "catastrofe", resa abbastanza precisa del suo significato biblico. Il termine "olocausto" per indicare lo sterminio degli ebrei era dunque usato raramente e, perfino negli anni Sessanta, sempre insieme all'aggettivo "ebraico" o ad altri. Negli anni Settanta, nelle pubblicazioni americane l'uso del termine divenne più frequente per indicare lo sterminio degli ebrei. Nel 1978 la serie televisiva statunitense Holocaust fu trasmessa in tutto il mondo occidentale. E tuttavia il termine non poteva identificarsi esclusivamente con lo sterminio degli ebrei. Sono numerosi i motivi per cui è divenuto preferibile il termine Shoah per indicare l'evento, unico nel suo genere, dell'uccisione sistematica e meccanizzata che portò allo sterminio di un terzo del popolo ebraico. In primo luogo, esso offre un'alternativa ai significati, in qualche modo vaghi, del termine "olocausto". L'unicità è meglio mantenuta con il termine Shoah. In secondo luogo, utilizzando il termine Shoah si può mostrare rispetto e solidarietà alle vittime e al modo in cui esse stesse esprimono la propria memoria nella loro lingua ebraica. Più probabilmente dobbiamo questa sostituzione di termini al regista Claude Lanzmann, che, nel 1985, ha intitolato il suo acclamatissimo documentario di nove ore proprio Shoah. Ciò ha reso internazionalmente nota questa parola ebraica. La scelta è condivisa anche da Benedetto XVI, che, in occasione del settantesimo anniversario della "notte dei cristalli", ha definito, il 9 novembre 2008, "quel triste avvenimento" inizio della "sistematica e violenta persecuzione degli ebrei tedeschi, che si concluse nella Shoah". Gli ebrei, fin dalla seconda generazione dei sopravvissuti alla Shoah, hanno sviluppato un atteggiamento paranoico per evitare la dimenticanza. Ciò viene mitigato dalla ripetizione o, in altre parole, dalla memoria ritualizzata. A tutt'oggi accomunare la loro unica esperienza di vittime con le atrocità commesse contro altre nazioni sembra equivalere al tradimento di un lascito trasmesso alle generazioni di ebrei sopravvissuti a quell'evento. Infatti, se la possibile conseguenza della memoria è la banalizzazione, il prezzo  della  dimenticanza  è molto più alto. Per questo all'entrata dello Yad Vashem si possono leggere le parole attribuite al fondatore del movimento chassidico, il Ba'al Shem Tov:  "La  memoria è la fonte della redenzione".

(©L'Osservatore Romano - 21 ottobre 2009)


 

«Caritas in veritate» «Caritas in veritate»
«Caritas in veritate»

Due Papi e la Trasfigurazione

di Robert Imbelli di Robert Imbelli
di Robert Imbelli

La Trasfigurazione, una delle feste teologicamente più ricche, rivela il vero volto del Signore, Figlio amato del Padre, e il destino a cui i discepoli e tutti gli uomini siamo chiamati, svelando la verità di Cristo e dell'intera umanità, come racconta san Marco:  "Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro" (9, 2).
Alcuni Padri della Chiesa hanno inteso le parole "sei giorni dopo" come un annuncio del compimento della creazione. La creazione di Adamo ed Eva da parte di Dio si compie cioè nella rivelazione dell'uomo vero, il nuovo Adamo, Gesù Cristo, nel quale la gloria di Dio dimora fisicamente.
Inoltre, la progressiva educazione dell'umanità da parte di Dio, attraverso la paziente pedagogia della Torah e dei Profeti, culmina nel Figlio di Dio. Pertanto, Mosè ed Elia appaiono avvolti nella luce, la cui fonte è Cristo. La loro testimonianza è stata un'anticipazione della gloria pienamente rivelata in Cristo, le loro parole un'eco della Parola del Padre diventata umana in Gesù.
Nella Caritas in veritate il Papa scrive:  "Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale" (n. 78). Questo tema, caro a Paolo VI, ispira la dottrina sociale della Chiesa e spinge a ricercare lo sviluppo umano integrale. Attingendo alla Populorum progressio, l'enciclica di Benedetto XVI sottolinea che "la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità:  se non è di tutto l'uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo" (n. 18).
L'umanesimo integrale esalta la dignità di ogni persona dal concepimento alla morte naturale. Riconosce i bisogni materiali e spirituali della famiglia umana. Promuove la giustizia sociale e attribuisce il posto più elevato al bene comune. Sa che il servizio a questo bene esige una solidarietà concreta ed efficace a ogni livello. Riconosce che il destino dell'umanità è collettivo e che il suo fine ultimo è la comunione dei santi, che vivono con Dio per l'eternità. Un umanesimo davvero integrale contempla l'umanità e tutto il creato alla fine trasfigurati in Cristo.
In questa luce, pertanto, si può celebrare la Trasfigurazione come la festa in cui la Chiesa proclama la sua visione dell'umanesimo integrale. Il contemplare la bellezza del Cristo trasfigurato fa sì che i discepoli desiderino che il mondo intero sia avvolto dalla luce trasfigurata e agiscano con audacia secondo questo santo desiderio.
Ma la Trasfigurazione rivela anche "il prezzo del discepolato" (Dietrich Bonhoeffer). Nel racconto di san Luca, Mosè ed Elia parlano con Gesù del "suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (9, 31). La piena portata dell'amore di Gesù, la sua caritas in veritate, si manifesta solo nel mistero pasquale. La nuova vita trasfigurata può essere ottenuta solo attraverso la morte del vecchio Adamo in noi, affinché possiamo rinascere alla novità della vita trasfigurata.
Per vivere fedelmente il cammino della fede serve un rinnovato impegno a seguire il Cristo trasfigurato. La visione cristiana di un umanesimo integrale deve essere incarnata in una spiritualità integrale in cui preghiera e azione, verità e amore, responsabilità individuale e giustizia sociale formano un insieme inconsutile.
La Caritas in veritate è permeata dalla convinzione che occorrano disciplina spirituale e conversione costante:  "Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i "cuori di pietra" in "cuori di carne" (Ezechiele, 36, 26), così da rendere "divina" e perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra" (n. 79).
Paolo VI ha manifestato questo mistero nella sua vita. L'immagine del Signore trasfigurato ha dato energia al cuore della sua spiritualità e della sua speranza per la Chiesa e l'umanità. È una meravigliosa grazia della Provvidenza che questo Papa sia morto la sera della festa, il 6 agosto 1978.
Tra le ultime parole ascoltate da Paolo VI, nella messa della festa, c'erano probabilmente quelle della seconda lettera di Pietro (1, 17-19), che sono una testimonianza di questo grande Pontefice. Gesù "ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce della maestosa gloria:  "Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale ho posto il mio compiacimento". Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino".


(©L'Osservatore Romano - 5 agosto 2009)


Lettera agli amici di don Claudio Bucciarelli



Il papa in Israele. Primo giorno, sorpresa doppia (Sandro Magister)

Il papa in Israele. Primo giorno, sorpresa doppia (Sandro Magister) Il papa in Israele. Primo giorno, sorpresa doppia (Sandro Magister) Il papa in Israele. Primo giorno, sorpresa doppia (Sandro Magister)

Il mondo lo aspettava al varco sulle questioni più esplosive: l'antisemitismo, la guerra. Ma Benedetto XVI ha fatto a modo suo. Ha estratto dalla Bibbia due parole. E con la prima ha spiegato le condizioni della pace. Con la seconda ha illuminato il mistero della Shoah

ROMA, 12 maggio 2009 – Appena arrivato lunedì in terra d'Israele, Benedetto XVI ha immediatamente preso di petto le questioni più controverse: prima la pace e la sicurezza, poi la Shoah e l'antisemitismo.

Su entrambi i fronti era atteso al varco. Sottoposto a pressioni incessanti e non sempre leali. Per molti suoi critici il copione era già scritto, ed essi aspettavano solo di giudicare se e come il papa l'avrebbe osservato.

Invece Benedetto XVI s'è mosso con sorprendente originalità. In un caso e nell'altro.

L'avvento della pace l'ha legato indissolubilmente a quel "cercare Dio" che era già stato il tema dominante del suo memorabile discorso di Parigi al mondo della cultura: uno dei discorsi capitali del suo pontificato. Mentre il tema della sicurezza – nevralgico per Israele – l'ha svolto a partire dalla parola biblica "betah", che vuol dire sicurezza ma anche fiducia: e l'una non può stare senza l'altra.

Nella visita allo Yad Vashem – il memoriale delle vittime della Shoah con incisi i loro nomi a milioni – il papa ha poi illuminato il senso di un'altra parola biblica: il "nome". I nomi di tutti "sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio Onnipotente". E quindi "non si può mai portar via il nome di un altro essere umano", nemmeno quando gli si vuol toglier tutto. Il grido degli uccisi sale dalla terra come dai tempi di Abele, contro ogni spargimento di sangue innocente, e Dio tutti ascolta, perché "non sono esaurite le sue misericordie". Queste ultime parole, tratte dal libro delle Lamentazioni, il papa le ha scritte firmando il libro d'onore.

Il discorso di Benedetto XVI allo Yad Vashem, e prima di questo l'altro pronunciato su pace e sicurezza durante la visita al presidente Shimon Peres, sono riprodotti qui di seguito. Entrambi sono di lunedì 11 maggio 2009, primo giorno della sua visita in Israele.

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"Cercate Dio e la pace vi sarà data" "Cercate Dio e la pace vi sarà data" "Cercate Dio e la pace vi sarà data"

di Benedetto XVI


Signor presidente, [...] oggi desidero assicurare a lei [...] come pure a tutti gli abitanti dello Stato di Israele che il mio pellegrinaggio ai Luoghi Santi è un pellegrinaggio di preghiera in favore del dono prezioso dell’unità e della pace per il Medio Oriente e per tutta l’umanità. In verità, ogni giorno prego affinché la pace che nasce dalla giustizia ritorni in Terra Santa e nell’intera regione, portando sicurezza e rinnovata speranza per tutti.

La pace è prima di tutto un dono divino. La pace infatti è la promessa dell’Onnipotente all’intero genere umano e custodisce l’unità. Nel libro del profeta Geremia leggiamo: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza”. Il profeta ci ricorda la promessa dell’Onnipotente che “si lascerà trovare”, che “ascolterà”, che “ci radunerà insieme”. Ma vi è anche una condizione: dobbiamo “cercarlo”, e “cercarlo con tutto il cuore” (Geremia 29, 11-14).

Ai leader religiosi oggi presenti vorrei dire che il contributo particolare delle religioni nella ricerca di pace si fonda primariamente sulla ricerca appassionata e concorde di Dio. Nostro è il compito di proclamare e testimoniare che l’Onnipotente è presente e conoscibile anche quando sembra nascosto alla nostra vista, che Egli agisce nel nostro mondo per il nostro bene, e che il futuro della società è contrassegnato dalla speranza quando vibra in armonia con l’ordine divino.

È la presenza dinamica di Dio che raduna insieme i cuori ed assicura l’unità. Di fatto, il fondamento ultimo dell’unità tra le persone sta nella perfetta unicità e universalità di Dio, che ha creato l’uomo e la donna a propria immagine e somiglianza per condurci entro la sua vita divina, così che tutti possano essere una cosa sola.

Pertanto, i leader religiosi devono essere coscienti che qualsiasi divisione o tensione, ogni tendenza all’introversione o al sospetto fra credenti o tra le nostre comunità può facilmente condurre ad una contraddizione che oscura l’unicità dell’Onnipotente, tradisce la nostra unità e contraddice l’Unico che rivela se stesso come “ricco di amore e di fedeltà” (Esodo 34, 6; Salmo 138, 2; Salmo 85, 11). Cari amici, Gerusalemme, che da lungo tempo è stata un crocevia di popoli di diversa origine, è una città che permette ad ebrei, cristiani e musulmani sia di assumersi il dovere che di godere del privilegio di dare insieme testimonianza della pacifica coesistenza a lungo desiderata dagli adoratori dell’unico Dio; di svelare il piano dell’Onnipotente, annunciato ad Abramo, per l’unità della famiglia umana; e di proclamare la vera natura dell’uomo quale cercatore di Dio. Impegniamoci dunque ad assicurare che, mediante l’ammaestramento e la guida delle nostre rispettive comunità, le sosterremo nell’essere fedeli a ciò che veramente sono come credenti, sempre consapevoli dell’infinita bontà di Dio, dell’inviolabile dignità di ogni essere umano e dell’unità dell’intera famiglia umana.

La Sacra Scrittura ci offre anche una sua comprensione della sicurezza. Secondo il linguaggio ebraico, sicurezza – "batah" – deriva da fiducia e non si riferisce soltanto all’assenza di minaccia ma anche al sentimento di calma e di confidenza. Nel libro del profeta Isaia leggiamo di un tempo di benedizione divina: “Infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre” (32, 15-17). Sicurezza, integrità, giustizia e pace: nel disegno di Dio per il mondo esse sono inseparabili. Lungi dall’essere semplicemente il prodotto dello sforzo umano, esse sono valori che promanano dalla relazione fondamentale di Dio con l’uomo, e risiedono come patrimonio comune nel cuore di ogni individuo.

Vi è una via soltanto per proteggere e promuovere tali valori: esercitarli! viverli! Nessun individuo, nessuna famiglia, nessuna comunità o nazione è esente dal dovere di vivere nella giustizia e di operare per la pace. Naturalmente, ci si aspetta che i leader civili e politici assicurino una giusta e adeguata sicurezza per il popolo a cui servizio essi sono stati eletti.

Questo obiettivo forma una parte della giusta promozione dei valori comuni all’umanità e pertanto non possono contrastare con l’unità della famiglia umana. I valori e i fini autentici di una società, che sempre tutelano la dignità umana, sono indivisibili, universali e interdipendenti. Non si possono pertanto realizzare quando cadono preda di interessi particolari o di politiche frammentarie. Il vero interesse di una nazione viene sempre servito mediante il perseguimento della giustizia per tutti.

Gentili Signore e Signori, una sicurezza durevole è questione di fiducia, alimentata nella giustizia e nell’integrità, suggellata dalla conversione dei cuori che ci obbliga a guardare l’altro negli occhi e a riconoscere il “tu” come un mio simile, un mio fratello, una mia sorella. In tale maniera non diventerà forse la società stessa un “giardino ricolmo di frutti” (cfr. Isaia 32, 15), segnato non da blocchi e ostruzioni, ma dalla coesione e dall’armonia? Non può forse divenire una comunità di nobili aspirazioni, dove a tutti di buon grado viene dato accesso all’educazione, alla dimora familiare, alla possibilità d’impiego, una società pronta ad edificare sulle fondamenta durevoli della speranza?

Per concludere, desidero rivolgermi alle comuni famiglie di questa città, di questa terra. Quali genitori vorrebbero mai violenza, insicurezza o divisione per il loro figlio o per la loro figlia? Quale umano obiettivo politico può mai essere servito attraverso conflitti e violenze? Odo il grido di quanti vivono in questo paese che invocano giustizia, pace, rispetto per la loro dignità, stabile sicurezza, una vita quotidiana libera dalla paura di minacce esterne e di insensata violenza. So che un numero considerevole di uomini, donne e giovani stanno lavorando per la pace e la solidarietà attraverso programmi culturali e iniziative di sostegno pratico e compassionevole; umili abbastanza per perdonare, essi hanno il coraggio di tener stretto il sogno che è loro diritto.

Signor presidente, la ringrazio per la cortesia dimostratami e la assicuro ancora una volta delle mie preghiere per il governo e per tutti i cittadini di questo Stato. Possa un’autentica conversione dei cuori di tutti condurre ad un sempre più deciso impegno per la pace e la sicurezza attraverso la giustizia per ciascuno. Shalom!

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Da L'Osservatore Romano del 14/5/09

Al Medio Oriente non servono né armi né muri

di Giuseppe Fiorentino

Una visita radicata nella storia, ma proiettata verso il futuro. Una visita che ha toccato le questioni più scottanti del nostro tempo. Così il presidente d'Israele Shimon Peres definisce il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, durante una conversazione telefonica con chi scrive e con il direttore de "L'Osservatore Romano", Giovanni Maria Vian, avvenuta nelle ore in cui il Papa si trovava a Betlemme, nei Territori Palestinesi.Il viaggio è ancora in corso, ma il presidente Peres tira già un primo bilancio delle giornate trascorse dal Pontefice in Israele e del messaggio che da esse scaturisce. La prima lezione, a suo avviso, riguarda la necessità di impedire che l'antisemitismo si diffonda di nuovo. Secondo Peres la minaccia più grave del nostro tempo è però il terrorismo, che diventa ancora più pericoloso quando cerca motivazioni religiose. "È come - afferma - se non ci fosse più un solo Dio, ma due: un Dio della pace e della fratellanza, l'altro della violenza e del terrore, che permette di uccidere e di usare la religione come copertura dei più terribili peccati". Nessuno meglio del Papa, con la sua autorità spirituale - ammette Peres - può esprimere il rifiuto di una religione che giustifichi la violenza. Ma l'eredità che la visita di Benedetto XVI lascerà sta soprattutto nel suo tentativo di diffondere uno spirito di comprensione reciproca in un'area di conflitto.

Sin dall'inizio del suo pellegrinaggio in Terra Santa, il Papa ha sottolineato che sarebbe stato un viaggio compiuto nel rispetto del diritto di tutti. Pensa che questo messaggio possa essere compreso dai popoli del Medio Oriente nell'attuale situazione della regione?

L'intero messaggio diffuso dal Papa è stato un messaggio positivo e potrebbe avere riflessi importanti. È necessario forse combinare i discorsi che ha pronunciato all'aeroporto e allo Yad Vashem per avere un'idea chiara del messaggio recato da Benedetto XVI.

Durante la visita allo Yad Vashem il Papa ha chiaramente espresso una ferma condanna della Shoah. Secondo lei le parole di Benedetto XVI chiariranno definitivamente la sua posizione sulla Shoah e sull'antisemitismo?

Certamente sì, ma il messaggio più forte è forse quello lanciato nel discorso all'arrivo.

Più di una volta, il Papa ha parlato del ruolo delle tre religioni monoteistiche nella costruzione di una pace duratura. Come può essere svolto questo ruolo nel contesto del Medio Oriente?

C'è da considerare la divisione del mondo musulmano tra sciiti e sunniti, con la maggioranza sunnita che non accetta l'egemonia iraniana. I sunniti, come gli ebrei e i cristiani, vogliono vedere i popoli del Medio Oriente in pace come comuni figli di Abramo, senza conflitti che non sarebbero più necessari. Ciò che comincia a emergere in Medio Oriente è una tendenza a non essere più soddisfatti da accordi bilaterali, ma a cercare accordi regionali per la pace e la coesistenza pacifica, comprendendo che la democrazia moderna non è il diritto a essere uguali, ma l'eguale diritto a essere differenti. Dove tutte le preghiere possano salire al cielo senza interferenze e senza censure.

Come valuta la politica di apertura della nuova Amministrazione statunitense verso l'Iran?

Lasciamoli provare. Ma dubito che avranno successo. Per il momento la posizione espressa dall'Iran nei confronti di Israele per il mio Paese non è accettabile.

È ancora valida la visione dei due Stati indipendenti, limitrofi e in pace l'uno con l'altro?

Sì, è ancora valida. Il precedente Governo di Israele l'aveva accettata e il primo ministro attuale ha affermato che si conformerà alle risoluzioni del Governo precedente. Questa è la posizione reale, indipendentemente da ogni altra interpretazione.

Quale sarà il futuro di Israele e del Medio Oriente?

Bisogna fermare l'uso delle armi e della violenza. Bisogna fermare i muri. Nessuno in definitiva vuole i muri, di cui tutti pagano costi altissimi. Bisogna poi permettere alla gente di entrare in una nuova era di scienza e tecnologia che non è in contraddizione con le Scritture. Si può vivere come credenti nell'era della scienza. Non c'è contrasto, come sottolinea il Papa stesso. Ma prima di tutto dobbiamo aprire le frontiere e i cuori per permettere ai nostri figli di vivere un futuro di pace.

"I loro nomi sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio""I loro nomi sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio""I loro nomi sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio"

di Benedetto XVI


“Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome… darò loro  un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Isaia 56, 5).

Questo passo tratto dal libro del profeta Isaia offre le due semplici parole che esprimono in modo solenne il significato profondo di questo luogo venerato: "yad", memoriale, "shem", nome. Sono giunto qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento, eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah. Essi persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi: questi sono stabilmente incisi nei cuori dei loro cari, dei loro compagni di prigionia, e di quanti sono decisi a non permettere mai più che un simile orrore possa disonorare ancora l’umanità. I loro nomi, in particolare e soprattutto, sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio Onnipotente.

Uno può derubare il vicino dei suoi possedimenti, delle occasioni favorevoli o della libertà. Si può intessere una insidiosa rete di bugie per convincere altri che certi gruppi non meritano rispetto. E tuttavia, per quanto ci si sforzi, non si può mai portar via il nome di un altro essere umano.

La Sacra Scrittura ci insegna l’importanza dei nomi quando viene affidata a qualcuno una missione unica o un dono speciale. Dio ha chiamato Abram “Abraham” perché doveva diventare il “padre di molti popoli” (Genesi 17, 5). Giacobbe fu chiamato “Israele” perché aveva “combattuto con Dio e con gli uomini ed aveva vinto” (cfr. Genesi 32, 29). I nomi custoditi in questo venerato monumento avranno per sempre un sacro posto fra gli innumerevoli discendenti di Abraham.

Come avvenne per Abraham, anche la loro fede fu provata. Come per Giacobbe, anch’essi furono immersi nella lotta fra il bene e il male, mentre lottavano per discernere i disegni dell’Onnipotente. Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!

La Chiesa cattolica, impegnata negli insegnamenti di Gesù e protesa ad imitarne l’amore per ogni persona, prova profonda compassione per le vittime qui ricordate. Alla stessa maniera, essa si schiera accanto a quanti oggi sono soggetti a persecuzioni per causa della razza, del colore, della condizione di vita o della religione: le loro sofferenze sono le sue e sua è la loro speranza di giustizia. Come vescovo di Roma e successore dell’apostolo Pietro, ribadisco – come i miei predecessori – l’impegno della Chiesa a pregare e ad operare senza stancarsi per assicurare che l’odio non regni mai più nel cuore degli uomini. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio della pace (cfr. Salmo 85, 9).

Le Scritture insegnano che è nostro dovere ricordare al mondo che questo Dio vive, anche se talvolta troviamo difficile comprendere le sue misteriose ed imperscrutabili vie. Egli ha rivelato se stesso e continua ad operare nella storia umana. Lui solo governa il mondo con giustizia e giudica con equità ogni popolo (cfr. Salmo 9, 9).

Fissando lo sguardo sui volti riflessi nello specchio d’acqua che si stende silenzioso all’interno di questo memoriale, non si può fare a meno di ricordare come ciascuno di loro rechi un nome. Posso soltanto immaginare la gioiosa aspettativa dei loro genitori, mentre attendevano con ansia la nascita dei loro bambini. Quale nome daremo a questo figlio? Che ne sarà di lui o di lei? Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbero stati condannati ad un così lacrimevole destino!

Mentre siamo qui in silenzio, il loro grido echeggia ancora nei nostri cuori. È un grido che si leva contro ogni atto di ingiustizia e di violenza. È una perenne condanna contro lo spargimento di sangue innocente. È il grido di Abele che sale dalla terra verso l’Onnipotente. Nel professare la nostra incrollabile fiducia in Dio, diamo voce a quel grido con le parole del libro delle Lamentazioni, così cariche di significato sia per gli ebrei che per i cristiani:

“Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie; Si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà. Mia parte è il Signore – io esclamo –, per questo in lui spero. Buono è il Signore con chi spera in lui, con colui che lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (3, 22-26).

Cari amici, sono profondamente grato a Dio e a voi per l’opportunità che mi è stata data di sostare qui in silenzio: un silenzio per ricordare, un silenzio per sperare.

Lettera di Mons. Casale a Il Regno (Attualità 2009 n. 6)

 


 

Non nascondere i problemi ma mediare per la loro soluzione
 

(Dall'intervento di don Guerino Di Tora alla presentazione dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni 2009)
 

Anche nel corso di questa fase di crisi si aggiungono annualmente alla popolazione romana migliaia e migliaia di nuove persone tra nuovi nati, minori o altri parenti che si ricongiungono e nuovi lavoratori che arrivano dall’estero. La domanda fondamentale rimane sempre la stessa: i nostri problemi sono da addebitare unicamente o in prevalenza agli immigrati? Essi, in ultima analisi, sono un problema o una risorsa?

Molti italiani sono portati a inquadrarli in maniera negativa e a considerarli, specie in questa difficile congiuntura, la causa prevalente dei propri disagi. Nell’introduzione all’Osservatorio mi sono appositamente soffermato sulla infondatezza e sui rischi di questa impostazione, proponendone un’altra – come cittadino e ancor di più come cristiano - improntata alla speranza e alla fiducia nella convivenza.

L’immigrazione come uno specchio che riflette i problemi incontrati nel Paese di accoglienza, che erroneamente riteniamo importati. Una grande città come Roma soffre, insieme ai Comuni vicini, dei mali tipici dei grandi agglomerati urbani. Da un lato sussistono possibilità più elevate per il tenore di vita, i servizi e l’ambiente, lo svago, la stessa occupazione (anche se non per tutti), per d’altro lato si riscontra un basso livello di soddisfazione degli abitanti e una situazione precaria dell’ordine pubblico. Aspetti di eccellenza si uniscono a situazioni insoddisfacenti. Basti pensare alla gravità del problema casa, una questione che è andata peggiorando dai primi anni ’90, causando disagi a italiani e immigrati, facendo lievitare i prezzi, e aumentando gli sfratti: questa emergenza è contrassegnata dalla necessità di almeno 80.000 alloggi, in buona parte popolari, o addirittura il doppio secondo i costruttori edili romani. Gli immigrati, come si vede, risentono di questa carenza senza averla determinata.

Roma, insieme a Milano, si colloca in fondo alla classifica per i fenomeni di microcriminalità, come borseggi e scippi, e anche altri reati, dove anche gli stranieri sono coinvolti senza però esserne gli unici protagonisti, come abbiamo spiegato nel Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Anche se questa convinzione è dura a morire, è assolutamente infondato stabilire una corrispondenza automatica tra aumento dell’immigrazione e aumento della delinquenza. In ogni modo, alla fine del 2008 Roma è stata indicata dalla Questura come una città più sicura con una diminuzione complessiva dei reati del 20%, mentre a preoccupare le forze dell’ordine è specialmente la criminalità organizzata alla quale si è unita quella di importazione (‘ndrangheta, mafia, camorra e anche malavita) impegnandosi nel riciclaggio del denaro.

È fondato concludere che, così come per gli aspetti positivi dell’andamento della città il merito va parzialmente agli immigrati, lo stesso si deve dire per gli aspetti negativi che sono di natura strutturale e di vecchia data. Di essi il “sistema Italia” non può fare a meno, perché rappresentano per l’economia un forte vantaggio, per le tasse che pagano e la ricchezza che producono, che peraltro non trovano un adeguato riscontro nei servizi loro erogati. Dal punto di vista umano, poi, la grande indagine che abbiamo condotto lo scorso anno su circa 1.000 persone segnalate dalle associazioni degli immigrati, ha mostrato che sono amichevoli nei nostri confronti, tenaci nel lavoro e anche capaci accontentarsi: una buona base per costruire una convinta politica di convivenza.

 

La dottrina sociale della Chiesa e l’accoglienza degli immigrati. Le classi più disagiate non sono una realtà da cui difendersi e non è giusto che su di esse vengano scaricati i problemi della città. Purtroppo, i poveri ieri e gli immigrati oggi rischiano di essere inquadrati sotto l’ottica della pericolosità e dell’instabilità sociale, che invece si ricollegano ad altre ragioni. Nella dottrina sociale della Chiesa troviamo alcune costanti che possono essere a tutti di grande aiuto nella riflessione: l’attenzione evangelica va a quelli che anno di meno; le migrazioni sono un fenomeno da apprezzare e tutelare; la vita va difesa in tutti gli stadi del suo ciclo.

Benedetto XVI, intervenendo nel mese di giugno 2008 all’annuale convegno diocesano per tracciare il programma di attività, ha insistito sull’apertura al futuro perché “è diffusa la sensazione che per l’Italia e l’Europa gli anni migliori siano alle spalle e che il futuro sia solo di incertezza e precarietà per le giovani generazioni”. Per il Pontefice bisogna farsi carico dello “sforzo per rendere più bello, più umano e fraterno il volto di questa nostra città”, occupandosi perciò di tutti, senza esclusioni.

Voglio qui ribadire, con le stesse parole del Pontefice, che “come Chiesa condivideremo l’impegno per rendere la nostra città più sicura e vivibile, per tutti e specie per i più poveri, ma anche perché non sia escluso l’immigrato che viene tra noi per trovare uno spazio di vita nel rispetto delle nostre leggi”.


 

1. Una "good bank" per favorire lo sviluppo. La finanza può fare miracoli

di Ettore Gotti Tedeschi, 30 gennaio 2009


La finanza è solo uno strumento. Uno strumento recentemente male utilizzato e, di conseguenza, troppo vituperato. Esso può invece essere usato per fare del bene. In un certo senso, la finanza può fare miracoli. L'occasione c'è, ed è la soluzione alla crisi in corso. Il modo c'è, ed è la progettazione di una "good bank" che finanzi un progetto planetario per la soluzione della crisi e che rappresenti la copertura a termine della "bad bank" proposta in questi mesi.

Nel biennio 1939-1940 vennero emessi prestiti per finanziare la seconda guerra mondiale e, in seguito, altre obbligazioni per finanziare il piano Marshall. La tragedia della guerra risolse – se così si può dire – i problemi di disoccupazione. Il piano Marshall risolse i problemi di povertà, garantendo la ricostruzione dell'Europa postbellica. Entrambe le iniziative risolsero i problemi economici americani.

La guerra da finanziare oggi per sconfiggere la crisi è invece la guerra alla povertà globale. La ricostruzione da garantire oggi è quella dei paesi poveri.

Potrà sembrare una contraddizione, ma solo coinvolgendo tutto il mondo in uno sforzo superiore si potranno riassorbire, prima e meglio, gli effetti della crisi. Dopo il discorso di insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, si può auspicare che venga lanciato un "piano Obama" per sconfiggere la crisi, combattendo la povertà e permettendo così, non solo alla sua nazione ma all'umanità intera, di uscire dalla congiuntura negativa.

Nel 1939 si risolsero i problemi di sostegno produttivo e di disoccupazione armando soldati e costruendo cannoni. Nel 1946 ricostruendo una Europa semidistrutta. Oggi si può sostenere la capacità produttiva – molto più globale e a costi molto più bassi – con un piano di interventi a favore dei paesi poveri, per soddisfare la loro domanda potenziale e per avviare attività economiche adeguate attraverso investimenti in opere infrastrutturali.

I paesi poveri sono quindi l'oggetto della ricostruzione di oggi. Il progetto di una guerra alla povertà per affrontare la crisi darebbe immediatamente il via a iniziative economiche indotte e ai conseguenti investimenti. Si alimenterebbe di nuovo l'iniziativa imprenditoriale e le borse premierebbero le imprese coinvolte, garantendo sostegno alla loro capacità produttiva.

Quanto vale questo progetto e come finanziarlo? Può valere quanto l'assorbimento della bolla che dovrebbe gravare sulla "bad bank" di cui tanto si parla e, come quest'ultima, potrebbe esser finanziato con un prestito cinquantennale da fare sottoscrivere a tutti i paesi ricchi del mondo. Probabilmente spaventa anche solo l'ipotesi di una stima delle risorse necessarie. Ma dovrebbe spaventare di più la mancanza di vere alternative. Si dovrebbe invece ragionare in termini di costi e di ricavi, in termini di opportunità, come fu fatto quando si decise di finanziare la seconda guerra mondiale e il successivo piano di ricostruzione.

Oggi sono necessarie maggiori risorse. Ma oggi il mondo – entrato nel ciclo economico di produzione e benessere – ha capacità ben superiori di quello di settant'anni fa. Per assorbire la grande bolla che confluirà nella "bad bank" è necessario quindi un progetto di copertura produttiva di vera ricchezza sostenibile: la copertura a termine della "bad bank" va fatta con la "good bank". Per assorbire le perdite passate è necessaria un'economia mondiale totale di crescita e benessere.

Come fu per l'Europa, rilanciata con il piano Marshall, che in dieci anni riprese a crescere fino a produrre un boom economico, così potrà avvenire – sia pure con fasi e processi diversi – per le economie dei paesi più poveri che fra venti o trent'anni potrebbero cominciare a ripagare il debito producendo a loro volta benessere e ricchezza. Così è stato negli ultimi vent'anni in Asia, dove ora ci sono economie che stanno addirittura sostenendo le nostre. La solidarietà paga anche in termini concreti.

Si tratta di un progetto coraggioso e complesso. Non produrrà subito i risultati sperati e molti saranno gli ostacoli. Ma è un progetto fattibile, e lo è usando proprio la finanza. Che potrebbe così recuperare il suo vero senso. Quello buono.

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2. Una sfida globale. Crisi economica e sradicamento della povertà

di Gordon Brown, 19 febbraio 2009


Da Rio a Roma e da Lagos a Londra ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide economiche della nostra generazione. In quella che sarà probabilmente definita dagli storici come la prima crisi economica di livello davvero mondiale, le previsioni di crescita per il 2009 sono state ritoccate in quanto vicine allo zero, c'è un crollo del commercio e dei flussi di capitale e si sta estendendo la disoccupazione.

La crisi finanziaria ed economica minaccia l'occupazione e le prospettive delle famiglie di ogni paese e di ogni continente. In tutta Europa, migliaia di persone si trovano improvvisamente senza lavoro e sono sempre più preoccupate per il proprio futuro. Ma si tratta di tendenze internazionali, che hanno impatto anche sui più poveri in Africa, Asia e altrove. Qui la crisi economica significherà fame per altri milioni di persone, meno istruzione e meno servizi sanitari. So che la Chiesa cattolica e il Santo Padre condividono queste preoccupazioni. I paesi più poveri vedono che ogni fonte di finanziamento del proprio sviluppo – esportazioni e domanda di derrate alimentari, commercio e project finance, aiuti, rimesse, flussi di capitale – è stata colpita dalla dimensione e dall'estensione senza precedenti di questa crisi.

Nel Regno Unito stiamo usando ogni mezzo a nostra disposizione perché la recessione sia per quanto possibile breve e poco profonda. Ma la recessione globale richiede una risposta globale, se vogliamo che le nostre misure abbiano successo. Il 2 aprile prossimo il G20 – cioè la riunione dei leader dei paesi più grandi e più ricchi del mondo, che rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e il 90 per cento dell'economia globale – si riunirà a Londra per discutere questa risposta.

Riuscirci è di vitale importanza. Altrimenti, la recessione sarà più profonda, più lunga e colpirà un numero maggiore di persone. Se non risolveremo gli effetti della crisi, la Banca Mondiale stima che da oggi al 2015 nel mondo in via di sviluppo altri 2,8 milioni di bambini potrebbero morire prima di aver compiuto cinque anni. È come se l'intera popolazione di Roma morisse nei prossimi cinque anni.

Non ci potrebbero quindi essere ragioni morali più valide di queste. Ma non si tratta più solo di ragioni morali. Questa crisi ci ha dimostrato che non possiamo permettere che i problemi si aggravino in un paese, poiché di riflesso il loro impatto sarà avvertito da tutti. È dunque nostro dovere comune far sì che le esigenze dei paesi più poveri non siano un pensiero secondario, a cui si aderisce per obbligo morale o per senso di colpa. È ora di vedere i paesi in via di sviluppo inseriti nelle soluzioni internazionali di cui abbiamo bisogno. Ed è fondamentale che queste soluzioni internazionali tengano conto dei paesi in via di sviluppo.

La nostra risposta globale deve perciò in primo luogo prevedere finanziamenti maggiori, migliori e più rapidi da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, che possano contribuire a salvaguardare gli investimenti nella sanità e nell'istruzione e a stimolare le economie. Uno stimolo internazionale funzionerà soltanto se avrà davvero carattere globale. Per troppo tempo solo i paesi ricchi sono stati in grado di introdurre capitali nelle proprie economie nei periodi difficili. Questa volta deve essere diverso.

Ho già avviato colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altri organismi per elaborare proposte che, se accolte dal G20, potrebbero immettere miliardi di dollari nelle economie dei paesi in via di sviluppo. Come secondo punto, sono necessarie riforme delle istituzioni finanziarie internazionali per dare più voce al mondo in via di sviluppo, rendendo le istituzioni più efficaci, legittime e sensibili. E come terzo punto, occorre trovare le vie per mobilitare le risorse a salvaguardia dei più poveri, come il Global Vulnerability Fund, che può essere mirato in modo specifico ai più poveri e più vulnerabili.

Per i cambiamenti climatici, inoltre, dobbiamo fare in modo che la crisi dell'economia non ci distolga dal far fronte a quella del clima. Dobbiamo cogliere il momento per garantire investimenti nelle industrie verdi che ci preparino per il futuro, invece di mettere a repentaglio le generazioni che verranno.

Dobbiamo inoltre cercare di mettere in moto il commercio internazionale. Sappiamo che rifugiarci nel protezionismo ci renderà tutti più poveri, ma questo è anche un momento di opportunità. Se sapremo sfruttare lo slancio politico per concludere l'accordo di Doha sul commercio, si valuta che l'economia mondiale potrebbe beneficiarne per 150 miliardi di dollari. La Santa Sede ha sostenuto con forza un accordo commerciale favorevole ai poveri, e io spero che questa voce sia finalmente ascoltata.

Come politico so che quando le religioni mobilitano le proprie risorse, ne viene vivamente avvertito l'impatto. Abbiamo appena assistito al ruolo preminente delle religioni nell'ambito della più larga alleanza formatasi per sostenere gli obiettivi di sviluppo del millennio nell'evento di alto livello dello scorso settembre a New York.

Valori religiosi, come la giustizia e la solidarietà – valori che affermano che i bambini poveri, come quelli ricchi, devono avere accesso a vaccini e medicinali – hanno portato Regno Unito e Santa Sede a sostenere insieme l'International Finance Facility for Immunisation e gli Advanced Market Commitment. L'acquisto da parte del papa nel 2006 del primo bond per l'immunizzazione è stato espressione tangibile dell'impegno comune di Santa Sede e Regno Unito a favore dello sviluppo internazionale. Grazie a questo bond, sono stati raccolti oltre un miliardo e seicento milioni di dollari, e 500 milioni di bambini saranno immunizzati fra il 2006 e il 2015 – portando a cinque milioni i bambini salvati.

Lo scorso 18 giugno papa Benedetto ha sollecitato attraverso il suo segretario di Stato una "risposta efficace alle crisi economiche che affliggono diverse regioni del pianeta" e l'attuazione di "un piano d'azione internazionale concertato volto a liberare il mondo dalla povertà estrema". Io sostengo questo appello. Il vertice di Londra ad aprile deve vederci rispondere alla sfida.

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3. L'intervento di Gordon Brown sulla crisi economica. Lezione d'inglese

di Ettore Gotti Tedeschi, 22 febbraio 2009


Molti ritengono che le grandi crisi siano anche – o forse soprattutto – crisi morali. Anche l'attuale crisi economico-finanziaria non si sottrae a questa regola, essendo stata provocata da scelte di sviluppo egoistiche e insostenibili, che hanno poi scatenato i peggiori "spiriti animali" nel mondo della finanza.

Su "L'Osservatore Romano" dello scorso 19 febbraio il primo ministro britannico Gordon Brown è sembrato volere esprimere la ricerca di una autorità morale necessaria alla soluzione della crisi, riconoscendo implicitamente l'insostenibilità dell'autonomia morale dell'economia. Avanzando anche la proposta di una solidarietà strutturale verso i paesi poveri come possibile soluzione strategica della crisi. Oltre a invocare azioni di "giusta solidarietà" è infatti necessario proporre azioni di "opportuna solidarietà" verso i paesi poveri.

Questi paesi vanno coinvolti nel processo di soluzione della crisi inducendoli a creare la ricchezza necessaria a risollevare il mondo intero. Ciò può essere fatto trasformando la loro domanda inespressa di beni e di investimenti in valore per le economie dei paesi che oggi si trovano ad avere capacità produttive pericolosamente inutilizzate. La strategia di soluzione della crisi sta nel creare ricchezza per compensare le perdite, dove c'è il potenziale per farlo rapidamente.

In apparenza, le costosissime manovre in atto tendono invece a sostenere il consumismo dei paesi ricchi e a trasferire allo Stato gli insostenibili debiti delle banche, delle imprese e delle famiglie. Ma questa soluzione rischia di creare inflazione invece che ricchezza. Avere trasferito negli ultimi anni benessere e ricchezza in vari paesi emergenti ha reso forse meno grave la crisi in atto. Le previsioni del prodotto interno lordo per il 2009 lo vedono crollare del 3,4 per cento negli Stati Uniti e dell'1,5 in Europa.

Eppure, il PIL mondiale cresce ancora dell'1 per cento grazie alle economie di grandi nazioni come Cina (più 5 per cento), India e Brasile. Avere esteso, sia pure egoisticamente, benessere a quei paesi – sviluppando domanda, offerta, risparmio e crescita – permette oggi di immaginare rimedi agli errori delle nazioni ricche. Si sarebbe forse potuto evitare la crisi globale se l'estensione della ricchezza avesse riguardato anche il resto del pianeta. Invece di pensare egoisticamente a difendere, per di più barando, i privilegi.

Ma gli errori del mondo occidentale non sono dovuti unicamente all'eccessiva disinvoltura dei manager bancari e alla mancanza di controllo. L'economia e la finanza sono solo strumenti gestiti dall'uomo, che all'uomo devono essere utili. Loro scopo è, secondo le leggi che le regolano, utilizzare efficacemente le risorse, sviluppare benessere per tutti e ridurre le disuguaglianze. Questa non è morale, è economia.

Ma il bilancio non è sempre confortante. Si è spesso abusato delle risorse, si è bluffato nello sviluppo del benessere, le disuguaglianze non sono state ridotte come si poteva e doveva. Non si è dato cioè un senso agli strumenti. Il mondo ricco è stato stupido – non solo egoista – rifiutando di riconoscere la necessità di autorità e leggi morali, e confondendo perciò i mezzi con i fini.

Gordon Brown, primo ministro di una grande nazione, con il suo intervento ha dato una magistrale lezione per chi vuole intenderla: si deve dare un senso allo strumento economico e si deve riconoscere che l'economia non può avere una sua autonomia morale.


Giovedì 26 febbraio, Benedetto XVI si è così espresso sulla crisi finanziaria mondiale, nell'udienza ai preti di Roma:

È dovere della Chiesa denunciare gli errori fondamentali che si sono oggi mostrati nel crollo delle grandi banche americane. L'avarizia umana è idolatria che va contro il vero Dio ed è falsificazione dell'immagine di Dio con un altro dio, Mammona. Dobbiamo denunciare con coraggio ma anche con concretezza, perché i grandi moralismi non aiutano se non sono sostenuti dalla conoscenza della realtà, che aiuta a capire che cosa si può in concreto fare. Da sempre la Chiesa non solo denuncia i mali, ma mostra le strade che portano alla giustizia, alla carità, alla conversione dei cuori. Anche nell'economia la giustizia si costruisce solo se ci sono i giusti. E costoro si formano con la conversione dei cuori.


A colloquio con Sanjit Bunker Roy, ideatore in India di un modello di microeconomia

 

La rivoluzione degli ingegneri analfabeti

di Marcello Filotei

"Prima ti ignorano, poi ridono di te, poi ti combattono, poi tu vinci". La perseveranza di Sanjit Bunker Roy è racchiusa nella frase di Gandhi che ama citare, una determinazione che lo ha portato nel 1972 a fondare e a garantire - in India, e precisamente a Tilonia nel distretto rurale del Rajastan - uno sviluppo inaspettato al Social Work and Research Center meglio conosciuto come Barefoot College (ovvero il college "dei piedi scalzi") - un'istituzione scolastica unica, che rovescia il principio stesso dell'educazione:  non più un sapere infuso dall'alto, ma una pratica derivata dall'esperienza comune. L'istituto accoglie uomini, donne e bambini provenienti dai villaggi più poveri per insegnare loro una professione da svolgere all'interno delle loro comunità.
"Di gran lunga - spiega Bunker Roy al quale il 26 settembre sarà consegnato il Premio internazionale Masi Grosso d'Oro Veneziano - la più grande minaccia allo sviluppo economico è costituita dalle persone istruite, frutto del sistema di educazione ufficiale:  gente che conosce la teoria e ignora la pratica, che non ha mai affrontato le reali difficoltà della vita. La loro conoscenza è di seconda e terza mano. Si considerano esperti per avere letto dei libri. La loro preparazione è incompleta e assolutamente inadeguata a trovare soluzioni a basso costo per migliorare la qualità della vita dei più poveri. Il sistema educativo ufficiale, inoltre, ti porta a disprezzare il villaggio dal quale provieni, a rinnegare le radici rurali. Tornare a casa dopo gli studi viene considerato un fallimento. Così le persone che hanno studiato preferiscono sopravvivere nelle baraccopoli cittadine o languire sui marciapiedi piuttosto che tornare nei villaggi.

La lotta contro la povertà è anche una lotta contro l'irresistibile desiderio di ottenere un titolo in una scuola di città.

Questa è una delle ragioni principali per cui i giovani abbandonano i villaggi. Mettendogli nelle mani un pezzo di carta che certifica le loro attitudini e la loro professionalità (in molti casi si tratta di titoli senza valore) si incentivano i giovani a lasciare i luoghi d'appartenenza. Tragicamente in questo modo li si rende sostanzialmente inadatti a qualsiasi tipo di lavoro. Le persone che hanno più alti riconoscimenti hanno infatti meno coraggio e meno abilità nel tentare di applicare nuove idee, hanno paura di essere inadeguati, di sbagliare. Questo timore blocca qualsiasi iniziativa. Il sistema educativo ufficiale svilisce le conoscenze tradizionali, le peculiarità dei villaggi, la saggezza popolare. Ma il sapere popolare deve essere considerato inferiore solo perché non è ufficialmente certificato? È un fatto che questo genere di conoscenze sono state utilizzate per centinaia di anni con successo prima che medici, insegnanti e ingegneri della città arrivassero nei villaggi.

Quindi un nuovo approccio che si concentra sulla campagna piuttosto che sulla città. Ma come ha fatto un brillante laureato al New Delhi's St. Stephen's College, una delle istituzioni scolastiche più importanti dell'India, a ideare questo cambio di prospettiva?

Dal 1967 al 1971 - dopo la devastante carestia nello Stato di Bihar del 1965-66 che provocò migliaia di morti - ho vissuto in un remoto villaggio rurale guadagnandomi lo stipendio come lavoratore non specializzato, scavando pozzi utilizzati per irrigare o per trarne acqua potabile. Ho ascoltato i più poveri e sono entrato in contatto con le loro eccezionali conoscenze e capacità. Nessuno ha imparato quello che sa dai libri. Attraverso un processo di "deistruzione" ho acquisito le basi per avviare il progetto del Barefoot College. Credo che sia l'unica scuola al mondo costruita da poveri, che la gestiscono e ne controllano la proprietà. L'idea originaria è comunque dedotta dall'insegnamento di Gandhi, che rifiutava il classico e arrogante approccio allo sviluppo propinato dagli "esperti", che fanno calare le cose dall'alto, e pone l'accento invece sul rispetto e l'applicazione delle conoscenze tradizionali e sulle capacità pratiche, considerate più importanti della conoscenza teorica. Il fatto che una persona sia analfabeta non significa che non possa diventare un ingegnere o un architetto. Ci sono altri modi di imparare oltre alla parola scritta.

Come si entra nel College?

Chiunque arrivi con un diploma viene retrocesso e deve adattarsi alla vita del villaggio. Siamo sicuri che nessuno viene per arricchirsi, perché comunque non potrà guadagnare più di centocinquanta dollari al mese. Le persone arrivano con la voglia di affrontare una sfida, perché portate dal desiderio di cambiamento, dalla necessità di provare nuove idee, dalla possibilità di fare errori e di imparare.

Come funziona il meccanismo decisionale?

Coinvolgendo tutti nei progetti sin dall'inizio. Le persone non vengono consultate dopo che le decisioni sono già state prese nelle istituzioni cittadine dove l'esperienza della povertà è virtuale, ma allo stadio iniziale, quando bisogna discutere su cosa fare. Nessun "esperto" della Banca mondiale, delle Nazioni Unite, delle università viene invitato al college. Se vogliono venire devono lasciarsi alle spalle i loro studi e presentarsi come esseri umani, con umiltà e pazienza, pronti a imparare dagli altri, apparentemente inferiori socialmente e intellettualmente.

Così ha ottenuto risultati dove le politiche governative spesso hanno fallito?

Il merito è delle competenze dei più poveri, della fiducia data a quelli che vivono con meno di un dollaro al mese, alla loro capacità di analizzare un problema e trovare una soluzione. Le decisioni sono collettive e trasparenti, le responsabilità dei successi e dei fallimenti sono comuni, i progetti rimangono di proprietà del college. Le politiche governative, invece, sono gestite dall'alto verso il basso, i poveri sono beneficiari e non partner, nei circoli governativi c'è ancora la convinzione che per lanciare lo sviluppo rurale ci sia bisogno delle conoscenze acquisite in città.

Ci sono altre iniziative che ricalcano questo modo di fare?

Solo pochi individui e organizzazioni credono e agiscono allo stesso modo del Barefoot College, in primo luogo perché pensano che non ci sia differenza tra alfabetizzazione ed educazione. Noi crediamo che ci sia una enorme differenza. Noi crediamo a quello che diceva Mark Twain:  "Non lasciare che la scuola interferisca con la tua educazione". Noi crediamo che gli esperti diplomati nel sistema formale educativo non siano qualificati o competenti per affrontare i problemi della povertà.

Il progetto è lanciato nel futuro, ma come vengono coinvolte le giovani generazioni?

A partire dall'esperienza della Scuola serale di Tilonia, inaugurata  nel 1975 per i ragazzi che non potevano seguire le lezioni di giorno perché impegnati a pascolare gli animali o nei lavori domestici. Avevano tempo la sera e allora abbiamo formato dei giovani disoccupati trasformandoli in insegnanti barefoot e affidandogli queste scuole. Oltre il settantacinque per cento dei cinquantamila bambini che hanno seguito il corso sono rimasti nei villaggi. Negli ultimi dieci anni, i settemila bambini tra i sei e i quattordici anni di età che hanno frequentato le centocinquanta scuole serali sono stati inseriti in un sistema decisionale, che li porta a controllare e amministrare i loro istituti. Ci sono state delle elezioni e sono stati eletti negli anni quattro Primi Ministri, tutte ragazze. L'attuale Premier ha dodici anni. Durante il giorno bada a oltre venti capre e nel pomeriggio è molto energica nel guidare la propria scuola.

(©L'Osservatore Romano - 24 settembre 2008)

C'è straniero e straniero, delitto e delitto

Lettera a Corrado Augias, - La Repubblica (non pubblicata) di Tommaso Federici jr. del 20.5.2001

Egregio Dottor Augias,  

con troppa frequenza (purtroppo) ascoltiamo e leggiamo titoli (spesso "sparati") di notizie come: "giovane compie una rapina", "due uomini armati assaltano una banca", oppure "albanese rapina tabaccheria", "rumeno investe un ciclista", o addirittura ipotesi come "forse un marocchino è implicato nel delitto", fino a quella perla di giornalismo che è stata l'attribuzione in un tg serale ad una "banda di slavi" dell'orrendo delitto di Novi Ligure (che poi abbiamo scoperto essere maturato nell'ambiente famigliare). Ci siamo così abituati a pensare che quando manca l'indicazione della nazionalità, il reo è un nostro connazionale, perché altrimenti tra le prime cose sarebbe specificata la sua provenienza, determinante per tratteggiarne la figura criminale. Poi sabato scorso (19 maggio 2001), in diversi notiziari, abbiamo appreso la tragica notizia di un "uomo che, dopo aver ucciso una ragazza si è suicidato" e nel servizio, solo dopo molte parole e in mezzo ad altre cose dette, siamo venuti a sapere che costui aveva un cognome e una nascita britannica. Sia chiaro che io propendo per quest'ultima forma di informazione, ma a lei che è autorevole giornalista pongo la domanda a cui proprio non so rispondere: perché un italiano (e uno scozzese) è sempre un "uomo", anche quando compie un delitto, mentre un albanese (o uno slavo) è sempre e solo un "albanese" (o uno "slavo"), una specie di "negro" insomma? E poi non crede che la stampa e la tv, che in casi come questi sono l'anello iniziale nella catena di diffusione della notizia, abbiano una enorme responsabilità sulla creazione di mostri e proprio tanto da riflettere e migliorare? 

Grazie e cordiali saluti.


 

Caritas diocesana di Roma - Comunità di Sant’Egidio - Arci Solidarietà – Comunità di Capodarco – Jesuit Refugee Service - FCEI

 

Rom e legalità

 

Il dibattito nazionale sulla sicurezza emerso in questi giorni sui media dopo la firma del “Patto per Roma Sicura” tra il Comune di Roma e il Ministero dell’Interno ci sollecita ad alcune considerazioni.

Siamo organizzazioni che, a diverso titolo e da molto tempo, sono presenti accanto ai Rom e ai Sinti di Roma e di altre città italiane. Conosciamo bene i “campi”, i “villaggi” e i tanti “non luoghi” in cui i Rom vivono nelle nostre città, e frequentiamo chi li abita. In questi giorni abbiamo sentito parlare dei Rom nelle maniere più stereotipate e persino fantasiose, spesso con toni ostili e talvolta apertamente intolleranti. Di fronte a queste manifestazioni preoccupanti, riteniamo più opportuno riflettere piuttosto che agire e parlare sull’onda dell’ultima esternazione.

  

In Italia e in Europa: discriminazione e diritti

 

E’ necessario riflettere, in primo luogo, sul numero complessivo dei Rom e Sinti presenti in Italia. Nonostante l’aumento dovuto, negli ultimi 6 anni, alle migrazioni di rom romeni, la percentuale totale di Rom e Sinti sul totale della popolazione in Italia rimane al di sotto dello 0,3% (di cui circa la metà cittadini italiani). Va inoltre ricordato che la popolazione Rom e Sinta ha una media di età molto bassa: quasi il 40% ha meno di 18 anni.

Può la sicurezza del nostro Paese essere messa in crisi da 150.000 persone di cui la metà bambini? Può veramente la sicurezza di Roma  essere a rischio per 10.000 rom?

Forse non è superfluo ricordare che i Rom e Sinti sono presenti in quasi tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa e che il numero totale dei presenti in Italia è di gran lunga inferiore a quello di molti altri Stati (ad esempio Germania, Francia, Spagna). Sono spesso considerati dalla maggioranza della popolazione come “altri”, come stranieri nei loro paesi natali e l’antigitanismo è una realtà diffusa, professata senza alcun pudore o memoria storica. La vita dei Rom e Sinti è caratterizzata dal disprezzo e dall’isolamento. L’apice atroce della persecuzione è stato raggiunto con l’immenso - e purtroppo spesso ignorato - olocausto di circa mezzo milione o più durante la seconda guerra mondiale.

Questa memoria ci invita alla vigilanza di fronte ad ogni manifestazione di intolleranza, che suscita antichi fantasmi. L’ostilità allo zingaro fa spesso emergere nella mentalità corrente un universo di pregiudizi normalmente sommerso. Molte delle parole dette in questi giorni – spesso in maniera incosciente – creano allarmismo sociale in tessuti urbani difficili e ritornano allo stereotipo dello zingaro criminale-girovago.

La nostra Costituzione pone all’apice dell’ordinamento il principio di eguaglianza e tutela le minoranze; ne garantisce l’accesso all’istruzione, la promozione e il pieno sviluppo della persona umana a qualsiasi formazione sociale appartenga. Questi orientamenti costituzionali impegnano la coscienza democratica a rispondere con fermezza a un clima intollerante e irrazionale, che si nutre di pregiudizi antichi e di nuove avversioni.

 

La situazione a Roma

Non si può utilizzare la popolazione Rom e Sinta, come falso bersaglio, anziché mettere a fuoco i reali problemi delle nostre periferie. Siamo cittadini di questa metropoli e come i nostri concittadini crediamo che la sicurezza e la legalità  un diritto per tutti; anche per Rom e Sinti. Ma non crediamo ai capri espiatori. Dire che l’illegalità a Roma e nelle grandi città sia un problema di Rom, immigrati e prostitute ci sembra fuorviante della realtà e fa tornare alla mente fantasmi del passato. La proposta di risolvere “il Problema Rom” costruendo mega campi “controllati” da 1000-1500 persone “fuori del Raccordo” ci appare una palese violazione dei diritti umani della popolazione presa di mira. È grave sia la proposta in sé, sia il messaggio che essa contiene.

I rom e i sinti che vivono a Roma non sono nomadi, ma  stanziali (sebbene vittime di continui sgomberi) e aspirano ad una soluzione abitativa stabile. Ciò è dimostrato dalle centinaia di famiglie che sono in lista d’attesa nelle graduatorie per l’assegnazione di case popolari. Per giunta 5000  di loro vivono a Roma da più di trenta anni.

Basta parlare di “soluzioni temporanee”del genere:“stanno un po’ qui e poi si spostano”! E’ questa mentalità che ha fatto crescere più di due generazioni di Rom nelle discariche delle nostre periferie, senza servizi essenziali, in situazione simile alle metropoli del Terzo Mondo. Il fatto che il degrado e la marginalità sociale spingano alla devianza non è certo imprevedibile.

Già oggi, e ormai da tempo, i “campi” rom riconosciuti (cioè tutti, a parte i “non luoghi” di baracchette) sono fuori o a ridosso del GRA. La novità della proposta dunque non è nell’ubicazione dei luoghi, ma nel messaggio: “accanto ai Rom e ai Sinti non si può vivere”, e perciò vanno isolati. Esattamente il contrario di quello che il Comune ha fatto in questi anni con le politiche di scolarizzazione, inclusione sociale, avviamento al lavoro. Esattamente il contrario di quanto approvato dal Consiglio Comunale nel 2005 con il cosiddetto “Piano Rom” (che prevedeva una “progressione” abitativa da grandi campi di prima accoglienza, a piccoli campi per nuclei familiari, fino “all’uscita” dal campo e all’inserimento in abitazioni). Esattamente il contrario di quanto raccomandato dai vari organismi dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa, preoccupati di una recrudescenza del razzismo verso i rom[1]; e di ciò che ha raccomandato il Comitato europeo per i diritti sociali presso il Consiglio d’Europa nella “Decisione del merito” del 7.12.05 [2]. Ma è soprattutto l’esatto contrario di quanto raccomandato dall’Ecri (Commissione Europea contro il Razzismo e l’intolleranza) nel suo “Terzo rapporto sull’Italia” del 16.12.05, in cui si legge:

 

L’Ecri riafferma che le autorità italiane non dovrebbero basare le loro politiche relative ai Rom e ai Sinti sul presupposto che i membri di tali gruppi preferiscono vivere come nomadi. Raccomanda vivamente alle autorità italiane di affrontare la questione dell’alloggio delle popolazioni Rom e Sinti in stretta collaborazione con le comunità stesse, e raccomanda che l’obiettivo sul lungo periodo delle politiche abitative dovrebbe essere quello dell’eliminazione dei campi nomadi”.

  

Un patto per l’inclusione sociale

 

Vorremmo risposte efficaci a problemi veri.L’impegno di spesa per attuare il “Patto per Roma Sicura” è di tutto rispetto (sono stati già stanziati 15 milioni di Euro). Avremo più controlli di polizia e più agenti impegnati; ma quanti assistenti sociali, quante risorse economiche e quali strumenti di inserimento sociale in più?  Siamo disponibili, come sempre, a collaborare nel progettare insieme queste risposte, convinti che non esista altra strada che prescinda dall’integrazione sociale. Proponiamo, quindi, un patto nel quale la sicurezza di tutti venga perseguita mediante l’inclusione sociale. Proponiamo misure concrete e decisive per la promozione umana dei bambini e dei giovani, sostenendo il diritto allo studio e l’inserimento nella scuola; chiediamo che il diritto allo studio sia garantito anche con l’attribuzione di borse di studio; si prendano misure efficaci per la tutela e la promozione della donna e per l’inserimento nel mondo del lavoro. Chi commette reati sia sanzionato secondo le leggi: frequentando ogni giorno i “campi” saremo noi i primi ad esserne contenti! Ma non criminalizziamo un intero popolo.

Diffondere una cultura della paura può produrre conflitti maggiori e più violenti. Temiamo che i fantasmi liberati non si trattengano più. E’ la storia che lo insegna: oggi i grandi ghetti; e domani?


[1] Ad esempio quanto affermato dalla risoluzione del Parlamento Europeo sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata nel 2005, in cui si legge:

(si) ritiene che (la comunità dei Rom e Sinti) necessiti di una protezione speciale essendo diventata, a seguito dell'allargamento, una delle minoranze numericamente più importanti nell'UE ed essendo stata, in quanto comunità, storicamente marginalizzata ed ostacolata nel suo sviluppo in taluni settori chiave: la cultura, la storia e le lingue rom sono spesso trascurate o denigrate;

(si) rileva che i rom subiscono la segregazione razziale nell'ambito dell'istruzione e spesso rischiano di essere ingiustamente collocati in istituti per disabili mentali, sono oggetto di discriminazioni per quanto riguarda la fornitura di alloggi, l'assistenza sanitaria e i servizi pubblici, registrano elevati tassi di disoccupazione, le autorità pubbliche spesso non ne riconoscono i diritti e sono inoltre politicamente sottorappresentati;

[2] quando ha affermato: “persistendo nella sua pratica di mettere i rom e sinti nei campi, il Governo (italiano) ha fallito nel prendere in considerazione tutte le differenze rilevanti o di prendere misure adeguate per assicurarsi che essi abbiano accesso ai diritti e ai benefici collettivi che devono essere disponibili a tutti”, e concludendo che:

- la scarsità e l’inadeguatezza dei campi sosta per rom e sinti nomadi costituisce una violazione dell’Articolo 31§1 della Carta, letto congiuntamente all’Articolo E

- gli sgomberi forzati e le altre sanzioni ad essi associati costituiscono una violazione dell’Articolo 31§2 letto congiuntamente all’Articolo E;


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