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La formazione teologica dei laici nella Chiesa italiana e nella diocesi di Roma
Prolusione del Card. Camillo Ruini all’assemblea dei docenti Roma 3 novembre 2003
Carissimi Docenti, l’invito del nuovo Preside ad intervenire alla vostra annuale assemblea dei docenti mi offre l’occasione per riflettere insieme a voi su una tematica che sta molto a cuore alla comunità ecclesiale e che richiede adeguata attenzione intellettuale, unitamente all’impiego di energie e risorse non indifferenti, perché le iniziative in atto e le istituzioni che vi lavorano possano perseguire gli obiettivi e le finalità proprie del loro servizio ecclesiale e culturale. La mia certamente non sarà una riflessione esauriente ed esaustiva su un argomento che richiederebbe un’approfondita articolazione e un adeguato tempo a disposizione: in questa sede piuttosto mi preme esprimere alcuni spunti, che affido al vostro ascolto, come piste per il lavoro che vi attende in questo anno accademico e in quelli che seguiranno. La formazione teologica dei laici è tema che sta particolarmente a cuore ai Pastori e deve sempre più coinvolgere la comunità ecclesiale nel suo insieme. La natura propriamente teologica della laicità cristiana è stata con forza espressa e ribadita nell’esortazione postsinodale di Giovanni Paolo II, Christifideles laici, dove ad esempio si afferma che “per cogliere in modo completo, adeguato e specifico la condizione ecclesiale del fedele laico è necessario approfondire la portata teologica dell'indole secolare alla luce del disegno salvifico di Dio e del mistero della Chiesa” (n. 15). E, più avanti, nello stesso paragrafo: “l'essere e l'agire nel mondo sono per i fedeli laici una realtà non solo antropologica e sociologica, ma anche e specificamente teologica ed ecclesiale. Nella loro situazione intramondana, infatti, Dio manifesta il suo disegno e comunica la particolare vocazione di «cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio»” (ib.). Dalla natura teologica propria della figura laicale nel mondo e nella Chiesa si può facilmente ricavare la necessità di una formazione dei laici al sapere della fede e alle sue istanze. Alla necessità della formazione l’esortazione dedica un intero capitolo, all’interno del quale possiamo sottolineare l’invito (posto al n. 57, col richiamo alla proposizione 40 del Sinodo) a porre tale impegno fra le priorità della comunità credente: “la formazione dei fedeli laici va posta tra le priorità della diocesi e va collocata nei programmi di azione pastorale in modo che tutti gli sforzi della comunità (sacerdoti, laici e religiosi) convergano a questo fine”. E, fra le urgenze relative agli aspetti dell’itinerario formativo, dopo la necessaria insistenza sulla dimensione spirituale fondamentale, l’esortazione indica a chiare lettere la necessità della formazione teologica: “Sempre più urgente si rivela oggi la formazione dottrinale dei fedeli laici, non solo per il naturale dinamismo di approfondimento della loro fede, ma anche per l'esigenza di «rendere ragione della speranza» che è in loro di fronte al mondo e ai suoi gravi e complessi problemi” (n. 60). Se nel linguaggio comune e massmediale il termine laico viene largamente utilizzato come sinonimo di una sorta di neutralità religiosa, sappiamo tuttavia come il senso teologico del termine rimandi al contrario all’appartenenza al popolo di Dio e richieda quindi l’assunzione della prospettiva credente, onde poter leggere ed interpretare se stessi, la storia, il mondo e lo stesso mistero del Dio vivente. Di qui la necessità di una seria e rigorosa preparazione teologica, che sia in grado di interpellare ed accompagnare le diverse competenze professionali, non necessariamente legate a forme di servizio intra-ecclesiale, ma appunto attinenti all’indole secolare della presenza laicale nel mondo e nella società. In tal senso negli Orientamenti pastorali per il decennio, come Vescovi italiani, abbiamo fatto appello alla necessità di una fede adulta e pensata, tale da sapersi innestare nella cultura del nostro Paese, per fecondarla e illuminarla con la luce del Vangelo: “Per questo – abbiamo scritto - ci sembra importante che la comunità sia coraggiosamente aiutata a maturare una fede adulta, «pensata», capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo. Solo così i cristiani saranno capaci di vivere nel quotidiano, nel feriale – fatto di famiglia, lavoro, studio, tempo libero – la sequela del Signore, fino a rendere conto della speranza che li abita (cf. 1Pt 3,15)” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 50). A tale servizio è chiamata la teologia e sono chiamati i teologi, secondo il principio di fondo che da oltre un trentennio guida la Chiesa italiana nella riflessione e nelle proposte concernenti la formazione teologica dei laici, essendo già presente in Magistero e teologia nella Chiesa (Lettera dell’Episcopato Italiano [16.1.1968]), n.5 : «la teologia non conosce confini: né di soggetti, né di oggetti, né di sussidi di ricerca. Essa infatti può e deve essere di tutti, senza discriminazioni tra chierici e laici» (ECEI 1, 1495), ripreso al n.6 : «vorremmo inoltre che quando si parla di “teologia per laici”, o si invitano i laici alla teologia, si intendesse proporre a coloro che hanno capacità d’ingegno e costanza di volontà, non una teologia minore e di semplice divulgazione: non si possono porre tali discriminazioni nell’unico popolo di Dio» (ECEI 1, 1504). Una clericalizzazione del sapere teologico nuocerebbe infatti sia al clero stesso che al laicato, in particolare in Italia. È dunque da salutare con gioia l’incremento numerico di quanti da laici si dedicano alla professione della teologia. Se si affronta il problema dal punto di vista del sapere teologico, sono chiamate in causa due fondamentali caratteristiche proprie e fondanti di tale sapere: l’ecclesialità e la scientificità. Nell’autentica concezione della teologia cattolica scientificità ed ecclesialità non possono non costituirsi come i due poli intorno a cui ruota il lavoro di ricerca e di insegnamento dei teologi. Né queste due connotazioni possono essere viste come antagoniste o reciprocamente escludentisi. Una scientificità priva di dimensione ecclesiale nel caso del sapere della fede produrrebbe solo dei saccenti professori, non degli autentici maestri. Una ecclesialità che escludesse o emarginasse la ricerca scientifica rinuncerebbe ad una prospettiva fondamentale del proprio cammino, ossia alla ricerca del Vero, che rende vigili le menti e impedisce lo squallido spettacolo dei credenti dalle teste vuote, già deprecato da Hegel. In questo senso colgo l’occasione odierna per sottolineare il prezioso legame fra comunità credente e sapere della fede e per spronare a un rinnovato impegno a custodire e rafforzare tale nesso. Se coglie nel segno il motto di Franz Rosenzweig secondo cui “il teologo deve essere più della teologia”, allora la riflessione non si limita al formalismo delle considerazioni epistemologiche, ma si nutre del rapporto con delle esistenze concrete e si esprime in relazione alle persone e ai loro vissuti, prima ancora che al pensiero e alla sua cristallizzazione in lezioni, volumi, articoli o saggi. Sul piano teoretico l’ecclesialità appartiene di fatto alla stessa scientificità del sapere teologico e non mi riferisco soltanto al necessario e imprescindibile riferimento all’insegnamento magisteriale, che il teologo cattolico non può ignorare, né relegare fra le opinioni, ma penso al rapporto fecondo con la vita della comunità credente, per cui si tratta del sentire cum Ecclesia, che il maestro di teologia deve cercare di vivere in prima persona, per poi trasmetterlo ai propri allievi, unitamente al bagaglio proprio della disciplina affidata alle sue competenze. In questo orizzonte va pensata e collocata la necessaria distinzione dei livelli di formazione, che non possono confondersi e sovrapporsi, ma neppure drasticamente e orgogliosamente separarsi. Risulterebbe infatti oltremodo nefasta una netta separazione della cosiddetta “teologia di base” dalla “teologia accademica” e il danno sarebbe reciproco. La prima perderebbe il carattere scientifico proprio di un sapere strutturato ed articolato, ossia rischierebbe di prodursi in forme non adeguate, omiletiche o spiritualistiche, sentimentalistiche o pragmatiche, che poco hanno a che vedere con il “fare teologia”. La seconda finirebbe nelle secche di una sterile autoreferenzialità, riproducendo e proponendo contenuti, forse adatti agli addetti ai lavori, ma di nessun rilievo e pertinenza per la comunità credente. La teologia italiana mi sembra abbia saputo cogliere il proprio strutturarsi accademico all’interno di istituzioni ecclesiastiche come occasione preziosa per non perdere il rapporto con la comunità e con i suoi Pastori. Molti teologi italiani, infatti, anche assai ben preparati, lungi dal disdegnare l’impegno pastorale, compatibilmente coi propri doveri accademici, offrono un contributo prezioso al cammino di riflessione delle diocesi e della Chiesa italiana nel suo insieme e anche un diretto impegno nelle attività pastorali. Il richiamo all’orizzonte sapienziale della teologia e di ogni forma di autentico sapere scientifico ci può senz’altro aiutare a distinguere senza separare ambiti e livelli epistemologici, ma anche ad incontrare in maniera proficua le altre aree disciplinari coinvolte nel nostro cammino di formazione: mi riferisco in particolare alle discipline dell’area filosofica e a quelle poste nell’ambito delle cosiddette “scienze umane”, i cui insegnamenti hanno parte e rilevanza non marginale nel curriculum che i nostri Istituti propongono. Armonizzare tali saperi fra loro non è impresa né facile né scontata, anche perché non si tratta di riattivare forme di servile ancillarità rispetto alla teologia. L’approfondimento e la ricerca di credibili forme “sinfoniche” di convergenza penso possa costituire motivo di riflessione e di lavoro interdisciplinare per il corpo docente dei nostri Istituti, a diversi livelli. Qui mi limito ad indicare nell’apertura all’orizzonte sapienziale, che ogni forma specifica ed autentica di sapere non può ignorare, la possibilità di una convergenza nella direzione della ricerca dell’unica verità. Particolarmente significativo per noi risulta il richiamo della Fides et ratio che, indicando Tommaso come maestro di vero sapere, così si esprime: “Tra le grandi intuizioni di san Tommaso vi è anche quella relativa al ruolo che lo Spirito Santo svolge nel far maturare in sapienza la scienza umana. Fin dalle prime pagine della sua Summa Theologiae l'Aquinate volle mostrare il primato di quella sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla conoscenza delle realtà divine. La sua teologia permette di comprendere la peculiarità della sapienza nel suo stretto legame con la fede e la conoscenza divina” (n. 44). Mentre la Chiesa italiana ha in agenda la riformulazione di proposte adeguate per la formazione teologica dei laici, credo che il richiamo a questi motivi fondamentali, sebbene di carattere teorico e generale, possa risultare utile affinché il processo di ristrutturazione raggiunga gli obiettivi che si propone, senza nulla togliere né all’ecclesialità, né alla scientificità del sapere teologico, ma attivando forme di “sussidiarietà” e di integrazione fra le diverse esperienze presenti sul territorio nazionale: dalle Facoltà teologiche, agli Istituti Superiori di Scienze Religiose, agli Istituti CEI, alle scuole di base. Come afferma il comunicato pubblicato a conclusione dell’ultimo Consiglio permanente della CEI: “Si tratta anzitutto di assicurare forme diffuse di formazione teologica di base per tutti, sia in vista di una fede culturalmente più avvertita sia in funzione di un’adeguata preparazione all’assunzione di funzioni e servizi nella comunità ecclesiale. Contemporaneamente si intende promuovere una più organica correlazione tra le varie istituzioni che provvedono alla formazione e alla ricerca teologica a livello propriamente accademico, anche alla luce delle maggiori esigenze di dialogo e collaborazione con il mondo vasto della cultura nel Paese”. In questo senso mi sembra importante sottolineare il ruolo e la funzionalità degli Istituti e delle scuole nel contesto del progetto culturale della Chiesa italiana, che può contare sulla loro rete capillare di diffusione sul territorio per iniziative di vario livello e di diversa consistenza scientifica e pastorale. La nostra comunità diocesana, mentre accoglie l’invito del Santo Padre relativo all’urgenza di percorsi formativi adeguati per i laici, attinge dalla propria tradizione iniziative e strutture, capaci, nella misura in cui sapranno armonizzarsi e così anche potenziarsi, di rispondere a tali attese. La triplice articolazione delle iniziative nel Centro diocesano di teologia per laici, nell’Istituto “E. Caymari”, con i suoi dipartimenti di scienze umane e di formazione teologica, e nell’Istituto Superiore “Ecclesia Mater” mi sembra particolarmente adatta a rispondere alle esigenze formative della nostra comunità diocesana. Si tratta di forme concrete attraverso le quali si esprimono la “carità intellettuale” e la “diaconia alla verità” nella nostra comunità diocesana. Da alcuni anni (a. a. 1998-99), grazie alla disponibilità e all’impegno di tutti gli interessati, si è attivato un prezioso processo di integrazione del Caymari e dell’Ecclesia Mater, che consente di razionalizzare le energie e di valorizzare da un lato le competenze teologiche e dall’altro quelle relative alla filosofia e alle scienze umane, di cui le due istituzioni sono portatrici. So che l’avvio di tale processo non è stato facile e che grazie alla disponibilità dei docenti, soprattutto teologi, si sono raggiunte soluzioni accettabili. Per questo esprimo al Preside emerito Mons. Paolo Selvadagi e ai docenti il mio più sincero ringraziamento. Molto resta ancora da fare. Credo che un lavoro comune fra i tre ambiti sopra indicati, oltre che rispondente ad urgenze e preoccupazioni di forte attualità, possa risultare fecondo ed arricchente per ciascuna delle realtà coinvolte. Non si tratta infatti soltanto di distribuire in maniera più adeguata ed organica le risorse disponibili, creando opportune sinergie, ma di rispondere in maniera convincente e creativa all’inquietante problema della “frammentazione del sapere”, che la Fides et ratio ci invita ad interpretare non solo a livello epistemologico, ma come sintomo di un malessere ancora più profondo: quello della “frammentazione del senso”, in un importante passaggio dove non manca il riferimento all’orizzonte sapienziale e alla dimensione pastorale: “La settorialità del sapere, in quanto comporta un approccio parziale alla verità con la conseguente frammentazione del senso, impedisce l'unità interiore dell'uomo contemporaneo. Come potrebbe la Chiesa non preoccuparsene? Questo compito sapienziale deriva ai suoi Pastori direttamente dal Vangelo ed essi non possono sottrarsi al dovere di perseguirlo” (FeR, 85). Non possiamo rispondere al desiderio di verità e di sapere teologico che certamente anima coloro che si accostano alle nostre scuole di teologia e ai nostri Istituti con una proposta frammentaria e dispersiva. Non si tratta infatti soltanto di trasmettere un insieme di nozioni più o meno strutturate, bensì di pensare ed attuare un vero e proprio cammino formativo, nel senso più ricco e pregnante del termine, che si deve esprimere concretamente in una proposta non dispersiva e non disorientante. L’obiettivo potrebbe essere quello di costituire un polo formativo integrato, nel quale nulla vada perduto della ricchezza e delle peculiarità delle singole istituzioni, ma si possa presentare una proposta unitaria ed articolata alle parrocchie, ai movimenti, alle associazioni, in una parola alla Chiesa che è in Roma, in modo che vescovi ausiliari, parroci e responsabili dei diversi ambiti pastorali possano indirizzare i laici interessati, a seconda delle loro motivazioni e destinazioni, ai diversi livelli formativi che la diocesi propone. Mi aspetto molto in questa direzione da voi tutti e in particolare dal lavoro dei responsabili dei due Istituti e delle scuole, che ringrazio per la dedizione e le competenze che vorranno profondere in questa impresa. Mi sembra particolarmente significativo il dato numerico che vede l’incremento di studenti per gli indirizzi catechetico e ministeriale e degli uditori ospiti, a fronte di un certo ridimensionamento di quanti accedono agli Istituti in funzione dell’insegnamento della religione. Senza demordere infatti nell’impegno formativo in vista della didattica, mi sembra che vadano potenziati e seriamente presi in considerazione, anche dal punto di vista specificamente accademico, gli altri itinerari, certamente non meno significativi per la comunità ecclesiale. Essa dovrà in qualche modo pensare a figure di professionalità, accademicamente e teologicamente formate, che possano inserirsi con competenza e dedizione nei diversi ambiti della pastorale. Sono ben consapevole che non solo i laici frequentano i vostri corsi: diverse Congregazioni religiose femminili indirizzano le giovani suore ai nostri Istituti, vuoi per la frequenza al curriculum completo degli studi, vuoi per particolari itinerari di aggiornamento o di formazione; inoltre l’Ecclesia Mater in particolare è indicata come luogo di formazione teologica per i diaconi permanenti della diocesi di Roma. In quest’ultimo ambito i docenti sono chiamati a fornire la loro competente collaborazione a chi porta la responsabilità della diocesi, in modo che ai suoi diaconi non manchi il supporto di un’adeguata preparazione teologica. Inoltre non solo il vostro insegnamento ha come destinatari allievi provenienti dalla nostra diocesi, bensì anche da altre realtà laziali, in particolare dagli Istituti collegati con l’Ecclesia Mater: gli ISR di Latina, Gaeta, Viterbo, Frosinone. Spesso si tratta di persone che devono conciliare gli impegni di lavoro e le distanze chilometriche con le giuste esigenze di frequenza dei corsi. La sapiente e creativa attenzione dei docenti e della presidenza saprà trovare adeguate soluzioni perché non si abdichi al livello accademico degli insegnamenti, senza precluderne l’acceso a chi è sinceramente intenzionato a seguirli. Per queste attenzioni vi esprimo tutta la mia gratitudine. Non mi resta che augurare a voi tutti un proficuo anno accademico, con l’invito a far vostra la preghiera di quel grande maestro del pensare cristiano che fu Anselmo di Aosta: “Quaeram Te desiderando, desiderem quaerendo, inveniam amando, amem inveniendo”. |