
Città del Vaticano,
martedì, 1 aprile 2008
Speciale de “L'Osservatore Romano” a tre anni dalla
morte del Pontefice polacco.
Giovanni Paolo II ha fatto “rientrare Dio in questo
mondo”, ha affermato alla vigilia del terzo anniversario della morte del
Pontefice il Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i
Vescovi e Presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina.
“Il movente di tutto il pontificato, la radice
della sua incontenibile energia, il motivo ispiratore di tutte le iniziative è
stato religioso”, ha ricordato il Cardinale a “L'Osservatore Romano”.
“Tutti gli sforzi del Papa miravano a fare
rientrare Dio in questo mondo”.
Con l'esempio delle sue ultime settimane di
malattia, Giovanni Paolo II “ha testimoniato che sia l'età avanzata, sia la
malattia vanno accolte con serenità e ci ha insegnato che la vita è un dono che
va vissuto fino in fondo, accettando quanto Dio dispone e sopportando con forza
i disagi e le sofferenze che comporta”.
Papa Wojtyla, ha aggiunto, “ci ha insegnato come si
percorre il cammino verso il mistero che ci attende quando per ciascuno di noi
si apriranno le porte dell'eternità”.
“È stato l'insegnamento ultimo di Giovanni Paolo II
e il punto più alto del suo magistero, perché tutto il suo pontificato ha mirato
a questo: indicare la via che conduce al cielo, alla salvezza eterna”.
Secondo il Cardinale Re, il Papa polacco ha “saputo
influire da protagonista sul corso degli eventi”, ma anche se “la Provvidenza
divina gli ha riservato grandi compiti nella storia della nostra epoca” “la
prima e fondamentale caratteristica del suo pontificato è quella religiosa”.
La sua fedeltà al Vangelo, ricorda, lo ha portato a
“difendere col vigore del lottatore i grandi valori umani e cristiani” con
“importanti encicliche e innumerevoli interventi”.
“In tutti gli angoli della terra ha seminato
ragioni di vita e di speranza e ha rivendicato la dignità di ogni uomo e di ogni
donna e il rispetto della libertà e dei diritti umani”, indicando “la via della
verità e dei valori morali come unica strada che può assicurare un avvenire più
umano, più giusto, più pacifico”.
Nell'epoca attuale, “nella quale ha lasciato un
segno incancellabile, è stato il più strenuo e appassionato tutore dei valori
che danno senso alla vita e che fanno parte del patrimonio della civiltà
cristiana”, ha constatato.
“La sua fede, le sue certezze, il suo coraggio
restano una testimonianza che parla al cuore di ogni uomo e di ogni donna,
perché la sua vita è stata sempre in sintonia col suo messaggio”.
Molti, confessa, hanno attinto dal Papa “speranza e
fiducia nella ricerca del senso della vita”, imparando da lui “la strada per
ritrovare la via che conduce a Dio”.
Quanto alla lotta contro il comunismo, il Cardinale
Re ha sottolineato che il motivo dell'opposizione papale “non era politico, ma
essenzialmente religioso”, perché si trattava di un sistema “che professava
l'ateismo e perseguitava la Chiesa, e in pari tempo opprimeva l'uomo, negandogli
piena libertà”.
Dell'opposizione di Papa Wojtyla al comunismo ha
parlato anche il giornalista e scrittore Bernard Lecomte, autore del volume “Jean-Paul
II”.
“Il nuovo Papa non ha elaborato alcun progetto, non
ha fomentato alcun complotto, per rovesciare il sistema sovietico – ha osservato
–. È tuttavia portatore di un'esperienza particolare: quella di un sacerdote, di
un Vescovo, di un Cardinale venuto dall'altra parte della 'cortina di ferro'”.
Il cammino spirituale e l'insegnamento morale di Giovanni Paolo II “sono stati
altrettanti incoraggiamenti per i cristiani dell'Est”, ha constatato, così come
“i grandi temi che hanno presto costituito l'armatura del suo discorso politico
e sociale”, primo tra i quali la difesa dei diritti dell'uomo e la lotta per le
libertà individuali, soprattutto “la più intima: la libertà religiosa”.
Quanto alla caratteristica più peculiare di
Giovanni Paolo II, per il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della
Congregazione per le Chiese Orientali, è stata la sua “adesione a Cristo”, che
viveva “in compagnia di Maria Santissima, a lode e gloria del Dio dell'amore e
per la salvezza di tutti”.
“Questa era la testimonianza che si percepiva
soprattutto quando celebrava l'Eucaristia e nella sua devozione al sacramento
dell'altare”, osserva il porporato.
Nell'Eucaristia, il Pontefice “trovava la capacità
di presentare a tutti, soprattutto ai sofferenti nel corpo e nello spirito, ai
dubbiosi e agli stanchi sotto il profilo religioso, e con quale impeto ai
giovani, il Cristo vivo, il Redentore misericordioso sempre amico dell'uomo”.
Allo stesso modo, “non si possono dimenticare la
responsabilità missionaria che lo portò in ogni angolo della terra e la
sensibilità ecumenica e interreligiosa”, “come del resto la fedeltà alla
tradizione e l'apertura alle novità dello Spirito felicemente intrecciate nel
suo magistero e governo pastorale”.
Di fronte a un esempio tanto luminoso, ha concluso
il Cardinale, “abbiamo la responsabilità di non disperdere il suo carisma”, e
anzi “custodirlo con la riservatezza di chi ama, di chi è riconoscente e di chi
cerca di imitare
di Roberta Sciamplicotti