Giovanni Paolo II

I valori fondamentali della Santa Regola di San Benedetto

per la vita del monaco

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A questo punto, una panoramica a volo di uccello ci aiuterà a puntualizzare alcuni valori fondamentali che ci sono apparsi più evidenti dallo studio della RB.

 

1. RICERCA DI DIO

In una famosa espressione dello Pseudo-Dionigi, la parola "monaco", dalla etimologia "monos", viene interpretata come 'uomo di una cosa sola. SB, per il postulante, vuole che si veda "Si revera Deum quaerit" <se veramente cerca Dio> (Rb.58,7). Forse siamo di fronte a quel valore monastico così importante e fondamentale da poter essere qualificato come l'"unum" veramente necessario <"revera" = veramente>, quel valore che, se vissuto seriamente, da solo basta (vedi commento a RB 58,7 e bibliografia indicata). Concretamente significa che Dio diventa il centro di interesse, per cui tutte le realtà sono polarizzate continuamente da Lui. Questo è il senso della famosa visione che ebbe SB quando contemplò tutto il mondo raccolto in un solo raggio di luce che lo univa a Dio (II.Dial.35), a significare che nel rapporto con Dio, sono assunte e trasfigurate tutte le realtà create. Dunque la ricerca di Dio è quello che definisce il monaco, è l'asse portante della vita monastica.

 

Evidentemente, alla base di tale ricerca, c'è l'iniziativa di Dio stesso: è Lui che prima viene a cercare; Dio cerca l'uomo (Gen.3,9: "Dove sei?") e l'incarnazione di Cristo e` proprio questo annuncio definitivo dell'amore preveniente di Dio: "Il Figlio dell'Uomo è venuto a cercare..." (Lc.19,10; cf.Lc.15,1-7; Giov.10,10-16). Questo tema biblico è continuamente presente nella tradizione patristica e monastica: il monaco cerca Dio come uno che sa di essere già stato cercato e "afferrato" per primo (Filip.3,12), sa che Dio cerca il suo operaio tra la folla (Prol.14). Non si può andare alla ricerca di Dio se non ci si è accorti e non si è convinti che Lui per primo è venuto alla nostra ricerca.

 

2. CENTRALITA' DI CRISTO

Nella RB questa ricerca di Dio passa attraverso un rapporto tutto particolare con Gesù Cristo. E` il cosiddetto Cristocentrismo della Regola: Cristo posto al di sopra e nel cuore di tutte le realtà: "niente anteporre all'amore di Cristo" (RB.4,21); "Nulla, assolutamente nulla, antepongano all'amore di Cristo" (RB.72,2); "per loro, non considerano nulla più caro di Cristo (RB.5,2). Questo forte rapporto personale con Cristo dà tutto il vero senso della vita monastica; persone e cose diventano segno della presenza di Lui: "l'abate tiene le veci di Cristo" (RB.2,2); ai fratelli malati "si serva proprio come a Cristo in persona" (RB.36,1); negli ospiti "si adori Cristo stesso che in essi viene accolto" (RB.53,1.7), e se sono poveri e pellegrini "si accoglie Cristo ancora di più" (RB.53,15). Veramente il monaco deve tendere ad essere un cristiano che non sa altro se non Gesù Cristo (cf. 1Cor.2,2), in cui vede racchiusi tutto il senso della vita e della storia.

 

3. PREGHIERA

Il monaco dedica alla preghiera la parte migliore della sua giornata e deve tendere a diventare uomo di preghiera. Appare nella Regola la posizione importante che SB assegna alla preghiera liturgica comunitaria, che egli chiama "Opus Dei", opera di Dio per eccellenza. "Nulla anteporre all'Opera di Dio" (RB.43,3), e "Nulla anteporre all'amore di Cristo" (RB.4,21) sono due espressioni parallele di un'unica convinzione; la liturgia è infatti lo spazio privilegiato dell'incontro con Cristo. La giornata monastica è scandita dai vari momenti della lode divina che ritmano il fluire del tempo (deve essere veramente "Liturgia delle Ore"). Cf. introduzione alla sezione "L'Opera di Dio" e "excursus sulla preghiera monastica").

 

4. ASCOLTO

La dimensione preghiera in modo molto biblico è espressa anche dalla categoria dell'ascolto, che è un momento molto importante nella RB. Il monaco è l'uomo dell'ascolto in maniera molto accentuata ("Ascolta, o figlio"..., Prol.1): cercato da Dio (Prol.14) e cercatore di Dio (RB.58,7), il monaco ascolta con orecchio attentissimo e meravigliato (Prol.9) la voce del Signore che risuona soprattutto nella S. Scrittura (Prol.8-13). La preghiera liturgica è tutta intessuta di Parola di Dio. Preparazione e proseguimento della preghiera liturgica e nutrimento della preghiera personale è la lettura amorosa e pregata della Bibbia, quale avviene nella "lectio divina", alla quale SB dà molta importanza (RB.48; cf. Excursus sulla Lectio Divina).

 

5. SILENZIO

L'ascolto di Dio ha come condizione il silenzio, sia esteriore, sia del cuore e della mente. Il silenzio ha due aspetti: quello ascetico, cioè astenersi dal parlare per mortificazione (RB.6; 4,5-54; 7,56-61; 9^,10^ e 11^ gradino di umiltà), e quello mistico, cioè il clima di silenzio per far risuonare la Parola di Dio: è il "deserto del cuore", quel deserto dove Dio vuol riportare il suo popolo (Osea 2,14) per parlargli e convertirlo a Se. E` diventato un tema comune nella tradizione monastica: solitudine e silenzio sono elementi essenziali per una autentica vita di preghiera (vedi introduzione e conclusione nel commento a RB.6).

 

6. SPOGLIAMENTO DI SE` (umiltà)

Il monaco è chiamato a un cammino di sequela che è essenzialmente un cammino di spogliamento di se. Il capitolo più lungo della Regola, il 7.mo., è dedicato all'umiltà, che non significa una virtù particolare, ma tutta una realtà spirituale molto ampia e profonda, tutto il cammino ascetico rappresentato come una scala da ascendere faticosamente. Nella letteratura monastica, la figura del monaco è sempre rappresentata come umilissima, con un'anima da povero, sempre cosciente del proprio peccato, chiamato a sentirsi sinceramente ultimo di tutti (RB.7,51), chiamato ad essere critico verso i suoi gusti personali, verso la "voluntas propria", sull'esempio di Cristo che venne non per fare la volontà propria, ma quella del Padre (Giov.6,38). Il fondamento dell'umiltà e del cammino di spogliamento di se che il monaco intraprende, è la "kenosis" di Cristo (Filip.2,5-8). Cf. Introduzione a RB.7).

 

7. OBBEDIENZA

Questo cammino di umiltà ha una delle sue modalità privilegiate nell'obbedienza a persone concrete; ben tre gradini di umiltà (il 2^, 3^ e 4^: RB.7,31-43) parlano dell'obbedienza. Per il monaco, questo è un fattore fondamentale, perchè lo assimila a Cristo, la cui vita è stata un'obbedienza totale alla volontà del Padre: l'esempio di Cristo e l'amore di Cristo (RB.2,2): quindi obbedire come Cristo (RB.5,13) e obbedire come a Cristo (RB.5,6.15). SB parla tante volte e in tanti modi dell'obbedienza, soprattutto nel Prologo e nei primi tre capitoli; ma poi continuamente, qua e là nella Regola, senza nasconderne le difficoltà: la "fatica dell'obbedienza" (Prol.2), obbedienza tra asprezze e contrarietà e addirittura ingiurie (RB.7,35), obbedienza anche nelle cose impossibili (RB.68). Verso la fine della Regola, appare ancora un altro aspetto: l'obbedienza reciproca (RB.71; 72,6), perchè l'obbedienza è senz'altro un "bene" (RB.71,1) e i monaci devono essere "convinti che attraverso questa via dell'obbedienza essi andranno a Dio" (RB.71,2).

 

Certo, oggi l'obbedienza - è inutile nasconderselo - sta attraversando una certa crisi, ed esiste nelle nuove generazioni l'insofferenza per l'autorità in genere (anche se c'è un recupero negli ultimi tempi). Tuttavia nella concezione monastica non possiamo prescindere da questo punto fondamentale. Possiamo notare di positivo la riscoperta oggi della tradizionale figura del padre spirituale, e quindi dell'accentuazione del superiore come mediatore della Parola di Dio e della di Lui volontà, e come animatore spirituale della comunità (cf. ultima parte dell'Excursus sull'abate, articolo di L.SENA, in Inter Fratres 35 (1985) 20-25, e commento a RB.5 e RB.68).

 

8. ASCESI

Sarà bene oggi richiamarci anche ai valori dell'ascesi concreta nei suoi aspetti più tradizionali, quali il digiuno, la veglia, la fatica, la povertà, ecc. Sappiamo che SB non ama i grandi atletismi ascetici, che anzi una delle sue caratteristiche è la moderazione, la considerazione per i deboli, la famosa "discretio". Però sappiamo anche quanto è esigente per ciò che riguarda il distacco personale del monaco, il quale deve sradicare in se il vizio della proprietà (RB.33; 54; 55; il c.33 è uno dei più duri di tutta la Regola), mettere tutto in comune, evitare ogni forma di autoaffermazione attraverso le cose, addirittura non deve essere attaccato nemmeno al suo lavoro e alle sue eventuali capacità (RB.57).

D'altronde, nella più genuina tradizione monastica, il monaco è caratterizzato da una vita semplice, distaccata, povera. Anche per noi va riscoperta l'importanza e il valore di una vita austera, di una certa mortificazione fisica (ricordiamo ad esempio l'aspetto ascetico del silenzio).

 

9. SEPARAZIONE DAL MONDO

Il monastero, nella primitiva tradizione, era considerato come un luogo chiuso, rigidamente separato dal mondo; la cosiddetta "fuga mundi" era la prima e fondamentale condizione del monaco. Nella concezione di SB il monastero è autosufficiente proprio per ridurre al minimo le uscite (RB.66,6-7); il monaco è uno che si è fatto estraneo ai costumi del mondo (RB.4,20). Tuttavia, anche per SB ci sono relazioni con l'esterno, soprattutto attraverso l'esercizio dell'ospitalità (RB.53); sono inoltre contemplati anche i viaggi (RB.51; 67).

 

Oggi abbiamo certamente una concezione diversa dei contatti con l'esterno e l'inserimento del monastero nella comunità ecclesiale e civile è un fatto positivo.

 

Tuttavia, una certa separazione, anche materiale, dal mondo, deve considerarsi come una componente essenziale della professione monastica. La fedeltà a un certo distacco, a una certa separazione (ma la cosiddetta "fuga mundi" deve essere rettamente intesa; cf. commento a RB.66), a una vita più nascosta in Dio secondo l'affermazione escatologica di S. Paolo (Col.3,3-4), può essere la forma principale di testimonianza dei monaci oggi: "Si`, ancor oggi la Chiesa e il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che SB esca dalla comunità ecclesiale e sociale e si circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di lì ci faccia ascoltare l'incantevole accento della sua pacata ed assorta preghiera" (Paolo VI a Montecassino, 24 Ottobre 1964.

 

10. LAVORO

SB accentua molto il valore e l'importanza del lavoro, facendone uno dei punti principali della sua concezione monastica (e la tradizione ne ha ben colto il senso, coniando il motto "ORA ET LABORA"). Il monaco deve sentirsi soggetto alla comune legge del lavoro, e vi si dedica sia per fuggire l'oziosità (RB.48,1), sia come forma di povertà (RB.48,7-8), sia come servizio scambievole nella carità (RB.35,6). SB vuole che il lavoro si faccia con umiltà e distacco (RB.57), ma anche con impegno e competenza (RB.31; 32; 53,22, ecc.), e sempre nella serenità, nella libertà (RB.31,17.19; 35,12-13; 48,9-24; 53,18-20). Naturalmente, il lavoro va armonizzato con le altre componenti della giornata monastica: preghiera e lectio divina (RB.48; cf. commento a RB.48 ed Excursus sul lavoro).

 

11. COMUNIONE FRATERNA

SB accentua fortemente l'aspetto comunitario della vita monastica, soprattutto sotto l'influsso di S. Agostino, il "Dottore della carità", in modo che la comunità cenobitica appaia come erede della prima comunità di Gerusalemme, che era "un cuore solo e un'anima sola" (Atti 4,32). Relazioni "verticali" (ascolto, Opus Dei, obbedienza all'abate...) e relazioni "orizzontali" si incontrano e si armonizzano in SB in un equilibrio ammirevole e forse insuperabile. Tante volte ricorre nella Regola l'espressione "a vicenda" <"sibi invicem"> e "nella carità" <"sub caritate">: i fratelli si servano a vicenda nella carità (RB.35,1-6; 36,4-5; 38,6); siano pronti a prestarsi aiuto vicendevole nei vari lavori in cui sono impegnati (RB.31,17; 35,3; 53,18-20; 66,5); in via ordinaria si esortino a vicenda (RB.22,8); si sopportino vicendevolmente (RB.4,22-30; 72,5); si perdonino e si riconcilino prima del tramonto del sole (RB.4,73; 13,12-13); si onorino l'un l'altro (RB.4,70-71; 63,17; 72,3) e si obbediscano a vicenda (RB.71; 72,6). Sappiamo che la "magna charta delle relazioni interpersonali è il mirabile c.72, in cui e` inculcato l'amore vero tra i fratelli (v.8) con tante manifestazioni (cf. commento); il capitolo ci dà anche la chiave per leggere tutta la RB: il cammino del monaco cenobita passa necessariamente attraverso la carità fraterna; la vita comunitaria è il modo principale di esercitare il rinnegamento di se`; ci sono tanti aspetti duri e dolorosi, ma attraverso di essi è possibile una crescita e un arricchimento di vita. Ed è dalla capacità di accoglienza reciproca e di perdono reciproco che si misura la "maturità" di una comunità monastica. Cf. L.SENA, Fondamenti e prospettive..., in: "Inter Fratres" 1983/II, pp.198-221.

 

12. LA PAX BENEDICTINA

SB ha una visione serena dell'uomo; con la sua discrezione (II.Dial.36; RB.64,19) considera la personalità e la debolezza della natura umana. Egli va diritto alle disposizioni interiori, in cui è molto esigente: in fatto di obbedienza, di distacco, di preghiera, ecc., vuole un impegno totale, senza incrinature, e lancia ai suoi figli verso mete sempre più alte (RB.73); ma, uomo pratico secondo Gesù Cristo, mitiga in genere le osservanze esterne, vuole che la sua Regola sia accessibile a tutti, ed ha come criterio "che i forti desiderino fare di più, e i deboli non si scoraggino" (RB.64,19). A questo scopo l'abate "deve adattare il suo servizio all'indole di ciascuno" (RB.2,31).

 

Tutta questa larghezza, realismo e grande umanità di SB contribuisce a far sì che il monaco, pur impegnato seriamente, conduca la sua ricerca di Dio nella serenità, nella pace; in coloro che hanno volontariamente scelto Cristo nella vita monastica, non ci deve essere posto per l'acidità, la scontentezza, l'insoddisfazione. "Ecco, lavora e non ti rattristare" disse SB al goto (II.Dial.6); e tutto deve essere organizzato in modo tale che nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi (RB.31,19). E` questo il senso della "Pax Benedictina", che deve essere abituale atmosfera nei nostri monasteri.

 

Altri aspetti ancora potevano essere messi in risalto nella RB, ad esempio quello dell'ospitalità, dello spirito di fede, della stabilità, dell'equilibrio, della discrezione, ecc. Sono stati qui puntualizzati soprattutto i valori fondamentali per la vita del monaco; egli, impegnato nel cammino di ritorno verso Dio (Prol.2), e` convinto dell'amore di Dio che lo ha scelto (Prol.14); è convinto anche della propria umanità e fragilità e quindi di essere sempre bisognoso di conversione. Ma in questo cammino e` aiutato dalla comunità dei fratelli, ed è spinto dall'amore di Cristo, a cui nulla assolutamente anteporre (RB.72,11) e da cui spera che ci conduca tutti insieme alla vita eterna (RB.72,12).

AMEN

 


Santo Subito

 

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