LETTERA APOSTOLICA DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
TERTIO MILLENNIO ADVENIENTE
ALL'EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI
CIRCA LA PREPARAZIONE
DEL GIUBILEO DELL'ANNO 2000
Dal
Vaticano, il 10 novembre dell'anno 1994,
diciassettesimo di Pontificato.
Ai Vescovi
Ai sacerdoti e ai diaconi
Ai religiosi e alle religiose
A tutti i fedeli laici
1. Mentre ormai s'avvicina il
terzo millennio della nuova era, il pensiero va
spontaneamente alle parole dell'apostolo Paolo: « Quando
venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato
da donna » (Gal 4, 4). La pienezza del tempo si
identifica con il mistero dell'Incarnazione del Verbo,
Figlio consustanziale al Padre e con il mistero della
Redenzione del mondo. San Paolo sottolinea in questo brano
che il Figlio di Dio è nato da donna, nato sotto la Legge,
venuto nel mondo per riscattare quanti erano sotto la Legge,
affinché potessero ricevere l'adozione a figli. Ed aggiunge:
« Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato
nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà,
Padre! ». La sua conclusione è davvero consolante: « Quindi
non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede
per volontà di Dio » (Gal 4, 6-7).
Questa presentazione paolina
del mistero della Incarnazione contiene la rivelazione
del mistero trinitario e della continuazione della missione
del Figlio nella missione dello Spirito Santo.
L'Incarnazione del Figlio di Dio, il suo concepimento, la
sua nascita sono il presupposto dell'invio dello Spirito
Santo. Il testo di san Paolo lascia così trasparire la
pienezza del mistero dell'Incarnazione redentrice.
I
« GESÙ CRISTO È LO STESSO
IERI, OGGI ... »
(Eb 13, 8)
2. Nel suo Vangelo Luca ci ha
trasmesso una concisa descrizione delle circostanze
riguardanti la nascita di Gesù: « In quei giorni un
decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il
censimento di tutta la terra (...). Andavano tutti a farsi
registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che
era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di
Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide,
chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria
sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel
luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla
luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo
depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro
nell'albergo » (2, 1.3-7). Si compiva così quanto l'angelo
Gabriele aveva predetto nell'Annunciazione. Alla Vergine di
Nazaret egli si era rivolto con queste parole: « Ti saluto,
o piena di grazia, il Signore è con te » (1, 28). Queste
parole avevano turbato Maria e per questo il Messaggero
divino si era affrettato ad aggiungere: « Non temere, Maria,
perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un
figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande
e chiamato Figlio dell'Altissimo (...). Lo Spirito Santo
scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza
dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e
chiamato Figlio di Dio » (1, 30- 32.35). La risposta di
Maria all'angelico messaggio fu univoca: « Eccomi, sono la
serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (1,
38). Mai nella storia dell'uomo tanto dipese, come allora,
dal consenso dell'umana creatura.(1)
3. Giovanni, nel Prologo del
suo Vangelo, riassume in una sola frase tutta la profondità
del mistero dell'Incarnazione. Egli scrive : « E il Verbo
si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi
vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità » (1, 14). Per Giovanni, nel
concepimento e nella nascita di Gesù si attua l'Incarnazione
del Verbo eterno, consustanziale al Padre. L'Evangelista si riferisce al
Verbo che in principio era presso Dio, per mezzo del quale è
stato fatto tutto ciò che esiste; il Verbo nel quale era la
vita, vita che era la luce degli uomini (cf. 1, 1-5). Del
Figlio unigenito, Dio da Dio, l'apostolo Paolo scrive che fu
« generato prima di ogni creatura » (Col 1,
15). Dio crea il mondo per mezzo del Verbo. Il Verbo è
l'eterna Sapienza, il Pensiero e l'Immagine sostanziale di
Dio, « irradiazione della sua gloria e impronta della sua
sostanza » (Eb 1, 3). Egli, generato eternamente ed
eternamente amato dal Padre, come Dio da Dio e Luce da Luce,
è il principio e l'archetipo di tutte le cose da Dio create
nel tempo. Il fatto che il Verbo eterno
abbia assunto nella pienezza dei tempi la condizione di
creatura conferisce all'evento di Betlemme di duemila anni
fa un singolare valore cosmico. Grazie al Verbo, il mondo
delle creature si presenta come « cosmo », cioè come
universo ordinato. Ed è ancora il Verbo che,
incarnandosi, rinnova l'ordine cosmico della creazione.
La Lettera agli Efesini parla del disegno che Dio ha
prestabilito in Cristo, « per realizzarlo nella pienezza dei
tempi: il disegno cioè diricapitolare in Cristo tutte
le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (1, 10).
4. Cristo, Redentore del mondo,
è l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini e non vi è
un altro nome sotto il cielo nel quale possiamo essere
salvati (cf. At 4, 12). Leggiamo nella Lettera agli
Efesini: in Lui « abbiamo la redenzione mediante il suo
sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della
sua grazia. Dio l'ha abbondantemente riversata su di noi con
ogni sapienza e intelligenza (...) secondo quanto, nella sua
benevolenza, aveva in Lui prestabilito per realizzarlo nella
pienezza dei tempi » (Ef 1, 7-10). Cristo, Figlio
consustanziale al Padre, è dunque Colui che rivela il
disegno di Dio nei riguardi di tutta la creazione e, in
particolare, nei riguardi dell'uomo. Come afferma in
modo suggestivo il Concilio Vaticano II, Egli « svela ...
pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima
vocazione ».(2) Gli mostra questa vocazione rivelando il
mistero del Padre e del suo amore. « Immagine del Dio
invisibile », Cristo è l'uomo perfetto che ha restituito ai
figli di Adamo la somiglianza con Dio deformata dal peccato.
Nella sua natura umana, immune da ogni peccato ed assunta
nella Persona divina del Verbo, la natura comune ad ogni
essere umano viene elevata ad altissima dignità: « Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo
ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato
con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con
cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto
veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel
peccato ».(3)
5. Questo « farsi uno di noi »
del Figlio di Dio è avvenuto nella più grande umiltà, sicché
non meraviglia che la storiografia profana, presa da fatti
più clamorosi e da personaggi maggiormente in vista, non gli
abbia dedicato all'inizio che fuggevoli, anche se
significativi, cenni. Riferimenti a Cristo si trovano, ad
esempio, nelle Antichità Giudaiche, opera redatta a
Roma dallo storico Giuseppe Flavio tra il 93 e il 94 (4) e
soprattutto negli Annali di Tacito, composti tra il
115 e il 120; in essi, riferendo dell'incendio di Roma del
64, falsamente imputato da Nerone ai cristiani, lo storico
fa esplicito cenno a Cristo « suppliziato ad opera del
procuratore Ponzio Pilato sotto l'impero di Tiberio ».(5)
Anche Svetonio nella biografia dell'imperatore Claudio,
scritta intorno al 121, ci informa circa l'espulsione dei
Giudei da Roma perché « sotto istigazione di un certo Cresto
suscitavano frequenti tumulti ».(6) Fra gli interpreti è
convinzione diffusa che tale passo si riferisca a Gesù
Cristo, divenuto motivo di contesa all'interno dell'ebraismo
romano. Di rilievo, a riprova della rapida diffusione del
cristianesimo, è pure la testimonianza di Plinio il Giovane,
governatore della Bitinia, il quale riferisce all'imperatore
Traiano, tra il 111 ed il 113, che un gran numero di persone
solevano raccogliersi « in un giorno stabilito, prima
dell'alba, per cantare alternatamente un inno a Cristo come
a un Dio ».(7) Ma il grande evento, che gli
storici non cristiani si limitano a menzionare, acquista la
sua luce piena negli scritti del Nuovo Testamento che, pur
essendo documenti di fede, non sono meno attendibili,
nell'insieme dei loro riferimenti, anche come testimonianze
storiche. Cristo, vero Dio e vero uomo, Signore del cosmo è
anche Signore della storia, di cui è « l'Alfa e l'Omega » (Ap
1, 8; 21, 6), « il Principio e la Fine » (Ap 21,
6). In Lui il Padre ha detto la parola definitiva sull'uomo
e sulla sua storia. È quanto esprime con efficace sintesi la
Lettera agli Ebrei: « Dio, che aveva già parlato nei tempi
antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei
profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi
per mezzo del Figlio » (1, 1-2).
6. Gesù è nato dal Popolo
eletto, a compimento della promessa fatta ad Abramo e
costantemente ricordata dai profeti. Questi parlavano a nome
e in luogo di Dio. L'economia dell'Antico Testamento,
infatti, è essenzialmente ordinata a preparare e ad
annunziare la venuta di Cristo Redentore dell'universo e del
suo Regno messianico. I libri dell'Antica Alleanza sono così
testimoni permanenti di una attenta pedagogia divina.(8)
In Cristo questa pedagogia raggiunge la sua meta: Egli
infatti non si limita a parlare « a nome di Dio » come i
profeti, ma è Dio stesso che parla nel suo Verbo eterno
fatto carne. Tocchiamo qui il punto essenziale per cui il
cristianesimo si differenzia dalle altre religioni,
nelle quali s'è espressa sin dall'inizio la ricerca di
Dio da parte dell'uomo. Nel cristianesimo l'avvio è dato
dall'Incarnazione del Verbo. Qui non è soltanto l'uomo a
cercare Dio, ma è Dio che viene in Persona a parlare di sé
all'uomo ed a mostrargli la via sulla quale è possibile
raggiungerlo. È quanto proclama il Prologo del Vangelo di
Giovanni: « Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio
unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato »
(1, 18). Il Verbo Incarnato è dunque il compimento
dell'anelito presente in tutte le religioni dell'umanità:
questo compimento è opera di Dio e va al di là di ogni
attesa umana. È mistero di grazia. In Cristo la religione non è
più un « cercare Dio come a tentoni » (cf. At 17,
27), ma risposta di fede a Dio che si rivela:
risposta nella quale l'uomo parla a Dio come al suo Creatore
e Padre; risposta resa possibile da quell'Uomo unico che è
al tempo stesso il Verbo consustanziale al Padre, nel quale
Dio parla ad ogni uomo ed ogni uomo è reso capace di
rispondere a Dio. Più ancora, in quest'Uomo risponde a Dio
l'intera creazione. Gesù Cristo è il nuovo inizio di tutto:
tutto in lui si ritrova, viene accolto e restituito al
Creatore dal quale ha preso origine. In tal modo, Cristo
è il compimento dell'anelito di tutte le religioni del mondo
e, per ciò stesso, ne è l'unico e definitivo approdo. Se
da una parte Dio in Cristo parla di sé all'umanità,
dall'altra, nello stesso Cristo, l'umanità intera e tutta la
creazione parlano di sé a Dio - anzi, si donano a Dio. Tutto
così ritorna al suo principio. Gesù Cristo è la
ricapitolazione di tutto (cf. Ef 1, 10) e insieme
il compimento di ogni cosa in Dio: compimento che è gloria
di Dio. La religione che si fonda in Gesù Cristo è
religione della gloria, è un esistere in novità di vita
a lode della gloria di Dio (cf. Ef 1, 12). Tutta la
creazione, in realtà, è manifestazione della sua gloria; in
particolare l'uomo (vivens homo) è epifania della
gloria di Dio, chiamato a vivere della pienezza della vita
in Dio.
7. In Gesù Cristo Dio
non solo parla all'uomo, ma lo cerca. L'Incarnazione
del Figlio di Dio testimonia che Dio cerca l'uomo. Di questa
ricerca Gesù parla come del ricupero di una pecorella
smarrita (cf. Lc 15, 1-7). È una ricerca che nasce
nell'intimo di Dio e ha il suo punto culminante
nell'Incarnazione del Verbo. Se Dio va in cerca dell'uomo,
creato ad immagine e somiglianza sua, lo fa perché lo ama
eternamente nel Verbo e in Cristo lo vuole elevare alla
dignità di figlio adottivo. Dio dunque cerca l'uomo, che è
sua particolare proprietà, in maniera diversa di come
lo è ogni altra creatura. Egli è proprietà di Dio in base ad
una scelta di amore: Dio cerca l'uomo spinto dal suo cuore
di Padre. Perché lo cerca? Perché
l'uomo si è da lui allontanato, nascondendosi come Adamo tra
gli alberi del paradiso terrestre (cf. Gn 3, 8-10).
L'uomo si è lasciato sviare dal nemico di Dio (cf.
Gn 3, 13). Satana lo ha ingannato persuadendolo di
essere egli stesso dio e di poter conoscere, come Dio, il
bene e il male, governando il mondo a suo arbitrio senza
dover tenere conto della volontà divina (cf. Gn 3,
5). Cercando l'uomo tramite il Figlio, Dio vuole indurlo ad
abbandonare le vie del male, nelle quali tende ad inoltrarsi
sempre di più. « Fargli abbandonare » quelle vie, vuol dire
fargli capire che si trova su strade sbagliate; vuol dire
sconfiggere il male diffuso nella storia umana.
Sconfiggere il male: ecco la Redenzione. Essa si
realizza nel sacrificio di Cristo, grazie al quale l'uomo
riscatta il debito del peccato e viene riconciliato con Dio.
Il Figlio di Dio si è fatto uomo, assumendo un corpo e
un'anima nel grembo della Vergine, proprio per questo: per
fare di sé il perfetto sacrificio redentore. La religione
dell'Incarnazione è la religione della Redenzione del
mondo attraverso il sacrificio di Cristo, in cui è contenuta
la vittoria sul male, sul peccato e sulla stessa morte.
Cristo, accettando la morte sulla croce, contemporaneamente
manifesta e dà la vita, poiché risorge e la morte non ha più
alcun potere su di lui.
8. La religione che trae
origine dal mistero della Incarnazione redentiva è la
religione del « rimanere nell'intimo di Dio », del
partecipare alla sua stessa vita. Ne parla san Paolo nel
passo riportato all'inizio: « Dio ha mandato nei nostri
cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! » (Gal
4, 6). L'uomo eleva la sua voce a somiglianza di Cristo,
il quale si rivolgeva « con forti grida e lacrime » (Eb
5, 7) a Dio, specialmente nel Getsemani e sulla croce:
l'uomo grida a Dio come ha gridato Cristo e testimonia così
di partecipare alla sua figliolanza per opera dello Spirito
Santo. Lo Spirito Santo, che il Padre ha mandato nel nome
del Figlio, fa sì che l'uomo partecipi alla vita intima di
Dio. Fa sì che l'uomo sia anche figlio, a somiglianza di
Cristo, ed erede di quei beni che costituiscono la parte
del Figlio (cf. Gal 4, 7). In questo consiste la
religione del « rimanere nella vita intima di Dio », alla
quale l'Incarnazione del Figlio di Dio dà inizio. Lo Spirito
Santo, che scruta le profondità di Dio (cf. 1 Cor 2,
10), introduce noi uomini in tali profondità in virtù del
sacrificio di Cristo.
II
IL GIUBILEO DELL'ANNO 2000
9. Parlando della nascita del
Figlio di Dio, san Paolo la situa nella « pienezza del tempo
» (cf. Gal 4, 4). Il tempo in realtà si è compiuto
per il fatto stesso che Dio, con l'Incarnazione, si è calato
dentro la storia dell'uomo. L'eternità è entrata nel
tempo: quale « compimento » più grande di questo? Quale
altro « compimento » sarebbe possibile? Qualcuno ha pensato
a certi cicli cosmici arcani, nei quali la storia
dell'universo, e in particolare dell'uomo, costantemente si
ripeterebbe. L'uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna (cf.
Gn 3, 19): questo è il dato di evidenza immediata. Ma
nell'uomo vi è un'insopprimibile aspirazione a vivere per
sempre. Come pensare ad una sua sopravvivenza al di là della
morte? Alcuni hanno immaginato varie forme di
reincarnazione: in dipendenza da come egli ha vissuto
nel corso dell'esistenza precedente, si troverebbe a
sperimentare una nuova esistenza più nobile o più umile,
fino a raggiungere la piena purificazione. Questa credenza,
molto radicata in alcune religioni orientali, sta ad
indicare, tra l'altro, che l'uomo non intende rassegnarsi
alla irrevocabilità della morte. È convinto della propria
natura essenzialmente spirituale ed immortale. La rivelazione cristiana
esclude la reincarnazione e parla di un compimento che
l'uomo è chiamato a realizzare nel corso di un'unica
esistenza sulla terra. Questo compimento del proprio destino
l'uomo lo raggiunge nel dono sincero di sé, un dono che è
reso possibile soltanto nell'incontro con Dio. È in Dio,
pertanto, che l'uomo trova la piena realizzazione di sé:
questa è la verità rivelata da Cristo. L'uomo compie se
stesso in Dio, che gli è venuto incontro mediante l'eterno
suo Figlio. Grazie alla venuta di Dio sulla terra, il tempo
umano, iniziato nella creazione, ha raggiunto la sua
pienezza. « La pienezza del tempo », infatti, è soltanto
l'eternità, anzi Colui che è eterno, cioè Dio.
Entrare nella « pienezza del tempo » significa dunque
raggiungere il termine del tempo ed uscire dai suoi confini,
per trovarne il compimento nell'eternità di Dio.
10. Nel cristianesimo il
tempo ha un'importanza fondamentale. Dentro la sua
dimensione viene creato il mondo, al suo interno si svolge
la storia della salvezza, che ha il suo culmine nella «
pienezza del tempo » dell'Incarnazione e il suo traguardo
nel ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi.
In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una
dimensione di Dio, che in se stesso è eterno. Con la
venuta di Cristo iniziano gli « ultimi tempi » (cf. Eb
1, 2), l'« ultima ora » (cf. 1 Gv 2, 18), inizia
il tempo della Chiesa che durerà fino alla Parusia. Da questo rapporto di Dio col
tempo nasce il dovere di santificarlo. È quanto si
fa, ad esempio, quando si dedicano a Dio singoli tempi,
giorni o settimane, come già avveniva nella religione
dell'Antica Alleanza e avviene ancora, anche se in modo
nuovo, nel cristianesimo. Nella liturgia della Veglia
pasquale il celebrante, mentre benedice il cero che
simboleggia il Cristo risorto, proclama: « Il Cristo ieri e
oggi, Principio e Fine, Alfa e Omega. A lui appartengono il
tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i
secoli in eterno ». Egli pronuncia queste parole incidendo
sul cero la cifra dell'anno in corso. Il significato del
rito è chiaro: esso mette in evidenza il fatto che Cristo
è il Signore del tempo; è il suo principio e il suo
compimento; ogni anno, ogni giorno ed ogni momento vengono
abbracciati dalla sua Incarnazione e Risurrezione, per
ritrovarsi in questo modo nella « pienezza del tempo ». Per
questo anche la Chiesa vive e celebra la liturgia nello
spazio dell'anno. L'anno solare viene così pervaso
dall'anno liturgico, che riproduce in un certo senso
l'intero mistero dell'Incarnazione e della Redenzione,
iniziando dalla prima Domenica d'Avvento e terminando nella
solennità di Cristo, Re e Signore dell'universo e della
storia. Ogni domenica ricorda il giorno della risurrezione
del Signore.
11. Su tale sfondo diventa
comprensibile l'usanza dei Giubilei, che ha inizio
nell'Antico Testamento e ritrova la sua continuazione nella
storia della Chiesa. Gesù di Nazaret, recatosi un giorno
nella sinagoga della sua città, si alzò per leggere (cf.
Lc 4, 16-30). Gli venne dato il rotolo del profeta
Isaia, nel quale egli lesse il seguente passo: « Lo Spirito
del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha
consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto
annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei
prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del
Signore » (61, 1-2). Il Profeta parlava del Messia.
« Oggi - aggiunse Gesù - si è adempiuta questa Scrittura che
voi avete udito con i vostri orecchi » (Lc 4, 21),
facendo capire che il Messia annunziato dal Profeta era
proprio lui e che in lui prendeva avvio il « tempo » tanto
atteso: era giunto il giorno della salvezza, la « pienezza
del tempo ». Tutti i Giubilei si riferiscono a questo «
tempo » e riguardano la missione messianica di Cristo,
venuto come « consacrato con l'unzione » dello Spirito
Santo, come « mandato dal Padre ». È lui ad annunziare la
buona novella ai poveri. È lui a portare la libertà a coloro
che ne sono privi, a liberare gli oppressi, a restituire la
vista ai ciechi (cf. Mt 11, 4-5; Lc 7, 22). In
tal modo egli realizza « un anno di grazia del Signore »,
che annunzia non solo con la parola, ma prima di tutto con
le sue opere. Giubileo, cioè « un anno di grazia del Signore
», è la caratteristica dell'attività di Gesù e non
soltanto la definizione cronologica di una certa ricorrenza.
12. Le parole e le opere di
Gesù costituiscono in questo modo il compimento dell'intera
tradizione dei Giubilei dell'Antico Testamento. È noto
che il Giubileo era un tempo dedicato in modo particolare
a Dio. Esso cadeva ogni settimo anno, secondo la Legge
di Mosè: era l'« anno sabbatico », durante il quale si
lasciava riposare la terra e venivano liberati gli schiavi.
L'obbligo della liberazione degli schiavi veniva regolato da
prescrizioni dettagliate contenute nel Libro dell'Esodo (23,
10-11), del Levitico (25, 1-28), del Deuteronomio (15, 1-6)
e cioè, praticamente, in tutta la legislazione biblica, la
quale acquista così questa peculiare dimensione. Nell'anno
sabbatico, oltre alla liberazione degli schiavi, la Legge
prevedeva il condono di tutti i debiti, secondo precise
prescrizioni. E tutto ciò doveva essere fatto in onore di
Dio. Quanto riguardava l'anno sabbatico valeva anche per
quello « giubilare », che cadeva ogni cinquant'anni.
Nell'anno giubilare però le usanze di quello sabbatico erano
ampliate e celebrate ancor più solennemente. Leggiamo nel
Levitico: « Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e
proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi
abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà
nella sua proprietà e nella sua famiglia » (25, 10). Una
delle conseguenze più significative dell'anno giubilare era
la generale « emancipazione » di tutti gli abitanti
bisognosi di liberazione. In questa occasione ogni
israelita rientrava in possesso della terra dei suoi padri,
se eventualmente l'aveva venduta o persa cadendo in
schiavitù. Non si poteva essere privati in modo definitivo
della terra, poiché essa apparteneva a Dio, né gli israeliti
potevano rimanere per sempre in una situazione di schiavitù,
dato che Dio li aveva « riscattati » per sé come esclusiva
proprietà liberandoli dalla schiavitù in Egitto.
13. Anche se i precetti
dell'anno giubilare restarono in gran parte una prospettiva
ideale - più una speranza che una realizzazione concreta,
divenendo peraltro una prophetia futuri in quanto
preannuncio della vera liberazione che sarebbe stata operata
dal Messia venturo - sulla base della normativa giuridica in
essi contenuta si venne delineando una certa dottrina
sociale, che si sviluppò poi più chiaramente a partire
dal Nuovo Testamento. L'anno giubilare doveva restituire
l'eguaglianza tra tutti i figli d'Israele, schiudendo
nuove possibilità alle famiglie che avevano perso le loro
proprietà e perfino la libertà personale. Ai ricchi invece
l'anno giubilare ricordava che sarebbe venuto il tempo in
cui gli schiavi israeliti, divenuti nuovamente uguali a
loro, avrebbero potuto rivendicare i loro diritti. Si doveva
proclamare, nel tempo previsto dalla Legge, un anno
giubilare, venendo in aiuto ad ogni bisognoso. Questo
esigeva un governo giusto. La giustizia, secondo la Legge
di Israele, consisteva soprattutto nella protezione dei
deboli ed un re doveva distinguersi in questo, come
afferma il Salmista: « Egli libererà il povero che invoca e
il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del
povero e salverà la vita dei suoi miseri » (Sal 72 1,
12-13). Le premesse di simile tradizione erano
strettamente teologiche, collegate prima di tutto con la
teologia della creazione e con quella della divina
Provvidenza. Era convinzione comune, infatti, che solo a
Dio, come Creatore, spettasse il « dominium altum »,
cioè la signoria su tutto il creato e in particolare sulla
terra (cf. Lv 25, 23). Se nella sua Provvidenza Dio
aveva donato la terra agli uomini, ciò stava a significare
che l'aveva donata a tutti. Perciò le ricchezze della
creazione erano da considerarsi come un bene comune
dell'intera umanità. Chi possedeva questi beni come sua
proprietà, ne era in verità soltanto un amministratore, cioè
un ministro tenuto ad operare in nome di Dio, unico
proprietario in senso pieno, essendo volontà di Dio che i
beni creati servissero a tutti in modo giusto. L'anno
giubilare doveva servire proprio al ripristino anche di
questa giustizia sociale. Nella tradizione dell'anno
giubilare ha così una delle sue radici la dottrina sociale
della Chiesa, che ha avuto sempre un suo posto
nell'insegnamento ecclesiale e si è particolarmente
sviluppata nell'ultimo secolo, soprattutto a partire
dall'Enciclica Rerum novarum.
14. Occorre sottolineare
tuttavia ciò che Isaia esprime con le parole: « predicare
un anno di grazia del Signore ». Il Giubileo, per la
Chiesa, è proprio questo « anno di grazia »: anno della
remissione dei peccati e delle pene per i peccati, anno
della riconciliazione tra i contendenti, anno di molteplici
conversioni e di penitenza sacramentale ed extra-
sacramentale. La tradizione degli anni giubilari è legata
alla concessione di indulgenze in modo più largo che in
altri periodi. Accanto ai Giubilei che ricordano il mistero
dell'Incarnazione, al compiersi dei cento, dei cinquanta e
dei venticinque anni, vi sono poi quelli che commemorano
l'evento della Redenzione: la croce di Cristo, la sua morte
sul Golgota e la sua risurrezione. La Chiesa, in queste
circostanze, proclama « un anno di grazia del Signore » e si
adopera affinché di questa grazia possano più ampiamente
usufruire tutti i fedeli. Ecco perché i Giubilei vengono
celebrati non soltanto « in Urbe », ma anche « extra Urbem
»: tradizionalmente ciò avveniva l'anno successivo alla
celebrazione « in Urbe ».
15. Nella vita delle singole
persone i Giubilei sono legati solitamente alla data di
nascita, ma si celebrano anche gli anniversari del
Battesimo, della Cresima, della prima Comunione,
dell'Ordinazione sacerdotale o episcopale, del sacramento
del Matrimonio. Alcuni di questi anniversari hanno un
riscontro nell'ambito laico, ma i cristiani attribuiscono
sempre ad essi un carattere religioso. Nella visione
cristiana, infatti, ogni Giubileo - quello del 25° di
Sacerdozio o di Matrimonio, detto « d'argento », o quello
del 50°, detto « d'oro », o quello del 60°, detto « di
diamante » - costituisce un particolare anno di grazia
per la singola persona che ha ricevuto uno dei
Sacramenti elencati. Quanto abbiamo detto dei Giubilei
individuali può essere pure applicato alle comunità o
alle istituzioni. Così dunque si celebra il centenario,
o il millennio di fondazione di una città o di un comune.
Nell'ambito ecclesiale si festeggiano i Giubilei delle
parrocchie e delle diocesi. Tutti questi Giubilei personali
o comunitari rivestono nella vita dei singoli e delle
comunità un ruolo importante e significativo. Su tale sfondo, i duemila
anni dalla nascita di Cristo (prescindendo
dall'esattezza del computo cronologico) rappresentano un
Giubileo straordinariamente grande non soltanto per i
cristiani, ma indirettamente per l'intera umanità, dato il
ruolo di primo piano che il cristianesimo ha esercitato in
questi due millenni. Significativamente il computo del
decorso degli anni si fa quasi dappertutto a partire dalla
venuta di Cristo nel mondo, la quale diventa così il
centro anche del calendario oggi più utilizzato. Non è
forse anche questo un segno del contributo impareggiabile
recato alla storia universale dalla nascita di Gesù di
Nazaret?
16. Il termine « Giubileo »
parla di gioia; non soltanto di gioia interiore, ma di
un giubilo che si manifesta all'esterno, poiché la venuta di
Dio è un evento anche esteriore, visibile, udibile e
tangibile, come ricorda san Giovanni (cf. 1 Gv 1, 1).
È giusto quindi che ogni attestazione di gioia per tale
venuta abbia una sua manifestazione esteriore. Essa sta ad
indicare che la Chiesa gioisce per la salvezza.
Invita tutti alla gioia e si sforza di creare le condizioni,
affinché le energie salvifiche possano essere comunicate a
ciascuno. Il 2000 segnerà perciò la data del Grande
Giubileo. Quanto al contenuto, questo
Grande Giubileo sarà, in un certo senso, uguale ad ogni
altro. Ma sarà, al tempo stesso, diverso e di ogni altro più
grande. La Chiesa infatti rispetta le misure del tempo: ore,
giorni, anni, secoli. Sotto questo aspetto essa cammina al
passo con ogni uomo, rendendo consapevole ciascuno di come
ognuna di queste misure sia intrisa della presenza di Dio
e della sua azione salvifica. In questo spirito la Chiesa
gioisce, rende grazie, chiede perdono, presentando suppliche
al Signore della storia e delle coscienze umane. Tra le suppliche più ardenti di
questa ora eccezionale, all'avvicinarsi del nuovo Millennio,
la Chiesa implora dal Signore che cresca l'unità tra tutti i
cristiani delle diverse Confessioni fino al raggiungimento
della piena comunione. Esprimo l'auspicio che il Giubileo
sia l'occasione propizia di una fruttuosa collaborazione
nella messa in comune delle tante cose che ci uniscono e che
sono certamente di più di quelle che ci dividono. Quanto
gioverebbe in tale prospettiva che, nel rispetto dei
programmi delle singole Chiese e Comunità, si raggiungessero
intese ecumeniche nella preparazione e realizzazione del
Giubileo: esso acquisterà così ancora più forza
testimoniando al mondo la decisa volontà di tutti i
discepoli di Cristo di conseguire al più presto la piena
unità nella certezza che « nulla è impossibile a Dio ».
III
LA PREPARAZIONE DEL GRANDE
GIUBILEO
17. Ogni giubileo è
preparato nella storia della Chiesa dalla divina
Provvidenza. Ciò vale anche per il Grande Giubileo
dell'Anno 2000. Convinti di ciò, noi oggi guardiamo con
senso di gratitudine non meno che di responsabilità a quanto
è avvenuto nella storia dell'umanità a partire dalla nascita
di Cristo, e soprattutto agli eventi tra il Mille e il
Duemila. Ma in modo tutto particolare ci volgiamo con
sguardo di fede a questo nostro secolo, cercandovi ciò che
rende testimonianza non solo alla storia dell'uomo, ma anche
all'intervento divino nelle umane vicende.
18. In questa prospettiva si
può affermare che il Concilio Vaticano II costituisce un
evento provvidenziale, attraverso il quale la Chiesa ha
avviato la preparazione prossima al Giubileo del secondo
Millennio. Si tratta infatti di un Concilio simile ai
precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato
sul mistero di Cristo e della sua Chiesa ed insieme aperto
al mondo. Questa apertura è stata la risposta evangelica
all'evoluzione recente del mondo con le sconvolgenti
esperienze del XX secolo, travagliato da una prima e da una
seconda guerra mondiale, dall'esperienza dei campi di
concentramento e da orrendi eccidi. Quanto è successo mostra
più che mai che il mondo ha bisogno di purificazione; ha
bisogno di conversione. Si ritiene spesso che il
Concilio Vaticano II segni una epoca nuova nella vita della
Chiesa. Ciò è vero, ma allo stesso tempo è difficile non
notare che l'Assemblea conciliare ha attinto molto dalle
esperienze e dalle riflessioni del periodo precedente,
specialmente dal patrimonio del pensiero di Pio XII. Nella
storia della Chiesa, « il vecchio » e « il nuovo » sono
sempre profondamente intrecciati tra loro. Il « nuovo »
cresce dal « vecchio », il « vecchio » trova nel « nuovo »
una sua più piena espressione. Così è stato per il Concilio
Vaticano II e per l'attività dei Pontefici legati
all'Assemblea conciliare, iniziando da Giovanni XXIII,
proseguendo con Paolo VI e Giovanni Paolo I, fino al Papa
attuale. Ciò che è stato da essi
compiuto durante e dopo il Concilio, il magistero non meno
che l'azione di ciascuno di loro ha certamente recato un
contributo significativo alla preparazione di quella
nuova primavera di vita cristiana che dovrà essere
rivelata dal Grande Giubileo, se i cristiani saranno docili
all'azione dello Spirito Santo.
19. Il Concilio, pur non
assumendo i toni severi di Giovanni Battista, quando sulle
rive del Giordano esortava alla penitenza ed alla
conversione (cf. Lc 3, 1-17), ha manifestato in sé
qualcosa dell'antico Profeta, additando con nuovo vigore
agli uomini di oggi il Cristo, l'« Agnello di Dio, colui che
toglie il peccato del mondo » (cf. Gv 1, 29), il
Redentore dell'uomo, il Signore della storia. Nell'Assise
conciliare la Chiesa, proprio per essere pienamente fedele
al suo Maestro, si è interrogata sulla propria identità,
riscoprendo la profondità del suo mistero di Corpo e di
Sposa di Cristo. Ponendosi in docile ascolto della Parola di
Dio, ha riaffermato la universale vocazione alla santità; ha
provveduto alla riforma della liturgia, « fonte e culmine »
della sua vita; ha dato impulso al rinnovamento di tanti
aspetti della sua esistenza a livello universale e nelle
Chiese locali; si è impegnata per la promozione delle varie
vocazioni cristiane, da quella dei laici a quella dei
religiosi, dal ministero dei diaconi a quello dei sacerdoti
e dei Vescovi; ha riscoperto, in particolare, la
collegialità episcopale, espressione privilegiata del
servizio pastorale svolto dai Vescovi in comunione col
Successore di Pietro. Sulla base di questo profondo
rinnovamento, il Concilio si è aperto ai cristiani delle
altre Confessioni, agli aderenti ad altre religioni, a tutti
gli uomini del nostro tempo. In nessun altro Concilio si è
parlato con altrettanta chiarezza dell'unità dei cristiani,
del dialogo con le religioni non cristiane, del significato
specifico dell'Antica Alleanza e di Israele, della dignità
della coscienza personale, del principio della libertà
religiosa, delle diverse tradizioni culturali all'interno
delle quali la Chiesa svolge il proprio mandato missionario,
dei mezzi di comunicazione sociale.
20. Un'enorme ricchezza di
contenuti ed un nuovo tono, prima sconosciuto, nella
presentazione conciliare di questi contenuti, costituiscono
quasi un annuncio di tempi nuovi. I Padri conciliari hanno
parlato con il linguaggio del Vangelo, con il linguaggio del
Discorso della Montagna e delle Beatitudini. Nel messaggio
conciliare Dio è presentato nella sua assoluta signoria
su tutte le cose, ma anche come garante
dell'autentica autonomia delle realtà temporali. La miglior preparazione alla
scadenza bimillenaria, pertanto, non potrà che esprimersi
nel rinnovato impegno di applicazione, per quanto
possibile fedele, dell'insegnamento del Vaticano II alla
vita di ciascuno e di tutta la Chiesa. Con il Concilio è
stata come inaugurata l'immediata preparazione al Grande
Giubileo del 2000, nel senso più ampio della parola. Se
cerchiamo qualcosa di analogo nella liturgia, si potrebbe
dire che l'annuale liturgia dell'Avvento è il tempo
più vicino allo spirito del Concilio. L'Avvento ci prepara,
infatti, all'incontro con Colui che era, che è e che
costantemente viene (cf. Ap 4, 8).
21. Nel cammino di preparazione
all'appuntamento del 2000 si inserisce la serie di
Sinodi, iniziata dopo il Concilio Vaticano II: Sinodi
generali e Sinodi continentali, regionali, nazionali e
diocesani. Il tema di fondo è quello
dell'evangelizzazione, anzi della nuova
evangelizzazione, le cui basi sono state poste
dall'Esortazione apostolica
Evangelii nuntiandi di
Paolo VI, pubblicata nel 1975 dopo la terza Assemblea
Generale del Sinodo dei Vescovi. Questi Sinodi costituiscono
già per se stessi parte della nuova evangelizzazione:
nascono dalla visione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa;
aprono un ampio spazio alla partecipazione dei laici, dei
quali definiscono la specifica responsabilità nella Chiesa;
sono espressione della forza che Cristo ha donato a tutto il
Popolo di Dio, facendolo partecipe della propria missione
messianica, missione profetica, sacerdotale e regale. Molto
eloquenti sono a tale riguardo le affermazioni del secondo
capitolo della Costituzione dogmatica
Lumen gentium. La
preparazione al Giubileo dell'Anno 2000 si attua così, a
livello universale e locale, in tutta la Chiesa, animata
da una consapevolezza nuova della missione salvifica
ricevuta da Cristo. Questa consapevolezza si manifesta con
significativa evidenza nelle Esortazioni postsinodali
dedicate alla missione dei laici, alla formazione dei
sacerdoti, alla catechesi, alla famiglia, al valore della
penitenza e della riconciliazione nella vita della Chiesa e
dell'umanità e, prossimamente, alla vita consacrata.
22. Specifici compiti e
responsabilità, in vista del Grande Giubileo dell'Anno 2000,
spettano al ministero del Vescovo di Roma. In qualche
modo hanno operato in questa prospettiva tutti i Pontefici
del secolo che sta per concludersi. Col programma di
rinnovare tutto in Cristo, san Pio X cercò di prevenire i
tragici sviluppi che la situazione internazionale di inizio
del secolo andava maturando. La Chiesa era consapevole di
dover agire in modo deciso per favorire e difendere i beni
così fondamentali della pace e della giustizia, di fronte
all'affermarsi nel mondo contemporaneo di tendenze opposte.
I Pontefici del periodo preconciliare si mossero in tal
senso con grande impegno, ciascuno da una propria angolatura
particolare: Benedetto XV si trovò di fronte alla tragedia
della prima guerra mondiale; Pio XI dovette misurarsi con le
minacce dei sistemi totalitari o non rispettosi della
libertà umana in Germania, in Russia, in Italia, in Spagna
e, prima ancora, in Messico. Pio XII intervenne nei
confronti della gravissima ingiustizia rappresentata dal
totale disprezzo della dignità umana, quale si ebbe durante
la seconda guerra mondiale. Egli diede luminosi orientamenti
anche per la nascita di un nuovo assetto mondiale dopo la
caduta dei sistemi politici antecedenti.
Nel corso del secolo, inoltre,
sulle orme di Leone XIII, i Papi hanno ripreso
sistematicamente i temi della dottrina sociale cattolica,
trattando delle caratteristiche di un giusto sistema
nel campo dei rapporti tra lavoro e capitale. Basti pensare
all'Enciclica
Quadragesimo anno di
Pio XI, ai numerosi interventi di Pio XII, alla
Mater et Magistra e
alla
Pacem in terris di
Giovanni XXIII, alla
Populorum progressio e
alla Lettera Apostolica
Octogesima adveniens di
Paolo VI. Sull'argomento sono ritornato ripetutamente io
stesso, dedicando l'Enciclica
Laborem exercens in
modo specifico all'importanza del lavoro umano, mentre con
la
Centesimus annus ho
inteso ribadire, dopo cento anni, la validità della dottrina
della
Rerum novarum. Con
l'Enciclica
Sollicitudo rei socialis
avevo precedentemente riproposto in modo sistematico
l'intera dottrina sociale della Chiesa sullo sfondo del
confronto tra i due blocchi Est-Ovest e del pericolo di una
guerra nucleare. I due elementi della dottrina sociale della
Chiesa - la tutela della dignità e dei diritti della
persona nell'ambito di un giusto rapporto tra lavoro e
capitale e la promozione della pace - si sono
incontrati in tale testo e si sono fusi insieme. Alla causa
della pace intendono inoltre servire gli annuali Messaggi
pontifici del 1o gennaio, pubblicati a partire dal 1968,
sotto il pontificato di Paolo VI.
23. L'attuale pontificato
sin dal primo documento parla del Grande Giubileo in
modo esplicito, invitando a vivere il periodo di attesa
come « un nuovo avvento ».(9) Su questo tema è ritornato poi
molte altre volte, soffermandovisi ampiamente nell'Enciclica
Dominum et vivificantem.(10)
Di fatto, la preparazione dell'Anno 2000 diventa quasi
una sua chiave ermeneutica. Non si vuole certo indulgere
ad un nuovo millenarismo, come da parte di qualcuno si fece
allo scadere del primo millennio; si vuole invece
suscitare una particolare sensibilità per tutto ciò che lo
Spirito dice alla Chiesa e alle Chiese (cf. Ap 2,
7 ss.), come pure alle singole persone attraverso i carismi
al servizio dell'intera comunità. Si intende sottolineare
ciò che lo Spirito suggerisce alle varie comunità, dalle più
piccole, come la famiglia, sino alle più grandi come le
nazioni e le organizzazioni internazionali, senza trascurare
le culture, le civiltà e le sane tradizioni. L'umanità,
nonostante le apparenze, continua ad attendere la
rivelazione dei figli di Dio e vive di tale speranza come
nel travaglio del parto, secondo l'immagine utilizzata con
tanta forza da san Paolo nella Lettera ai Romani (cf. 8,
19-22).
24. I pellegrinaggi del Papa
sono divenuti un elemento importante nell'impegno di
realizzazione del Concilio Vaticano II. Iniziati da Giovanni
XXIII, nell'imminenza dell'inaugurazione del Concilio, con
un pellegrinaggio significativo a Loreto e ad Assisi (1962),
hanno avuto un cospicuo incremento con Paolo VI, il quale,
dopo essersi recato anzitutto in Terra Santa (1964), compì
altri nove grandi viaggi apostolici che lo portarono a
diretto contatto con le popolazioni dei vari continenti. Il pontificato attuale ha
ampliato ancor più tale programma, cominciando dal Messico,
in occasione della III Conferenza Generale dell'Episcopato
Latino Americano, tenutasi a Puebla nel 1979. Vi è stato
poi, in quello stesso anno, il pellegrinaggio in Polonia
durante il Giubileo per il 900o anniversario della morte di
santo Stanislao vescovo e martire. Le successive tappe di questo
peregrinare sono conosciute. I pellegrinaggi sono diventati
sistematici, raggiungendo le Chiese particolari in tutti i
continenti, con una cura attenta per lo sviluppo dei
rapporti ecumenici con i cristiani delle diverse
confessioni. Sotto quest'ultimo profilo rivestono un rilievo
particolare le visite in Turchia (1979), in Germania (1980),
in Inghilterra e Galles e in Scozia (1982), in Svizzera
(1984), nei Paesi Scandinavi (1989) ed ultimamente nei Paesi
Baltici (1993). Al momento presente, tra le
mete di pellegrinaggio vivamente desiderate, vi è, oltre a
Sarajevo in Bosnia ed Erzegovina, il Medio Oriente: il
Libano, Gerusalemme e la Terra Santa. Sarebbe molto
eloquente se, in occasione dell'Anno 2000, fosse possibile
visitare tutti quei luoghi che si trovano sul cammino del
Popolo di Dio dell'Antica Alleanza, a partire dai luoghi
di Abramo e di Mosè, attraverso l'Egitto e il Monte Sinai,
fino a Damasco, città che fu testimone della conversione di
san Paolo.
25. Nella preparazione
dell'Anno 2000 hanno un proprio ruolo da svolgere le
singole Chiese, che con i loro Giubilei celebrano tappe
significative nella storia della salvezza dei diversi
popoli. Tra questi Giubilei locali o regionali,
eventi di somma grandezza sono stati il millennio del
Battesimo della Rus' nel 1988,(11) come pure i cinquecento
anni dall'inizio della evangelizzazione nel continente
americano (1492). Accanto ad eventi di così vasto raggio,
anche se non di portata universale, occorre ricordarne altri
non meno significativi: per esempio, il millennio del
Battesimo della Polonia nel 1966 e del Battesimo
dell'Ungheria nel 1968, insieme con i seicento anni del
Battesimo della Lituania nel 1987. Ricorreranno inoltre
prossimamente il 1500° anniversario del Battesimo di
Clodoveo re dei Franchi (496), e il 1400° anniversario
dell'arrivo di sant'Agostino a Canterbury (597), inizio
dell'evangelizzazione del mondo anglosassone. Per quanto riguarda l'Asia, il
Giubileo riporterà il pensiero all'apostolo Tommaso, che già
all'inizio dell'era cristiana, secondo la tradizione, recò
l'annuncio evangelico in India, dove intorno al 1500
sarebbero poi giunti i missionari dal Portogallo. Cade
quest'anno il settimo centenario dell'evangelizzazione della
Cina (1294) e ci apprestiamo a fare memoria della diffusione
dell'opera missionaria nelle Filippine con la costituzione
della sede metropolitana di Manila (1595), come del quarto
centenario dei primi martiri in Giappone (1597). In Africa, dove pure il primo
annuncio risale all'epoca apostolica, insieme ai 1650 anni
della consacrazione episcopale del primo Vescovo degli
Etiopi, san Frumenzio (c. 340) e ai cinquecento anni
dall'inizio dell'evangelizzazione dell'Angola nell'antico
regno del Congo (1491), nazioni quali il Camerun, la Costa
d'Avorio, la Repubblica Centroafricana, il Burundi, il
Burkina-Faso stanno celebrando i rispettivi centenari
dell'arrivo dei primi missionari nei loro territori. Altre
nazioni africane lo hanno celebrato da poco. Come tacere poi delle Chiese
d'Oriente, i cui antichi Patriarcati si richiamano così da
vicino all'eredità apostolica e le cui venerande tradizioni
teologiche, liturgiche e spirituali costituiscono un'enorme
ricchezza, che è patrimonio comune di tutta la cristianità?
Le molteplici ricorrenze giubilari di queste Chiese e delle
Comunità che in esse riconoscono l'origine della loro
apostolicità evocano il cammino di Cristo nei secoli e
approdano anch'esse al grande Giubileo della fine del
secondo millennio. Vista in questa luce, tutta la
storia cristiana ci appare come un unico fiume, al quale
molti affluenti recano le loro acque. L'Anno 2000 ci invita
ad incontrarci con rinnovata fedeltà e con approfondita
comunione sulle sponde di questo grande fiume: il
fiume della Rivelazione, del cristianesimo e della Chiesa,
che scorre attraverso la storia dell'umanità a partire
dall'evento accaduto a Nazaret, e poi a Betlemme duemila
anni fa. È veramente il « fiume » che con i suoi « ruscelli
», secondo l'espressione del Salmo, « rallegra la città di
Dio » (cf. Sal 46 1, 5).
26. Nella prospettiva della
preparazione dell'Anno 2000 si situano anche gli Anni
Santi dell'ultimo scorcio di questo secolo. È ancora
fresco nella memoria l'Anno Santo che il Papa Paolo
VI indisse nel 1975; nella stessa linea è stato
celebrato successivamente il 1983 come Anno della
Redenzione. Un'eco forse ancora maggiore ha avuto
l'Anno Mariano 1987-88, molto atteso e vissuto
profondamente nelle singole Chiese locali, specialmente nei
santuari mariani del mondo intero. L'Enciclica
Redemptoris Mater,
allora pubblicata, ha posto in evidenza l'insegnamento
conciliare sulla presenza della Madre di Dio nel mistero di
Cristo e della Chiesa: il Figlio di Dio duemila anni fa si è
fatto uomo per opera dello Spirito Santo ed è nato
dall'Immacolata Vergine Maria. L'Anno Mariano è stato
quasi una anticipazione del Giubileo, contenendo in sé
molto di quanto dovrà esprimersi pienamente nell'Anno 2000.
27. È difficile non rilevare
che l'Anno Mariano ha preceduto da vicino gli eventi del
1989. Sono eventi che non possono non sorprendere per la
loro vastità e specialmente per il loro rapido svolgimento.
Gli anni ottanta si erano andati caricando di un pericolo
crescente, sulla scia della « guerra fredda »; il 1989 ha
portato con sé una soluzione pacifica, che ha avuto quasi la
forma di uno sviluppo « organico ». Alla sua luce ci si
sente indotti a riconoscere un significato addirittura
profetico all'Enciclica
Rerum novarum: quanto
il Papa Leone XIII vi scrive sul tema del comunismo trova in
questi eventi una puntuale verifica, come ho sottolineato
nell'Enciclica
Centesimus annus.(12)
Si poteva del resto percepire che, nella trama di quanto
accaduto, era all'opera con premura materna la mano
invisibile della Provvidenza: « Si dimentica for se una
donna del suo bambino...? » (Is 49, 15). Dopo il 1989 sono emersi, però,
nuovi pericoli e nuove minacce. Nei Paesi dell'ex
blocco orientale, dopo la caduta del comunismo, è apparso il
grave rischio dei nazionalismi, come mostrano purtroppo le
vicende dei Balcani e di altre aree vicine. Ciò costringe le
nazioni europee ad un serio esame di coscienza, nel
riconoscimento di colpe ed errori storicamente commessi, in
campo economico e politico, nei riguardi di nazioni i cui
diritti sono stati sistematicamente violati dagli
imperialismi sia del secolo scorso che del presente.
28. Attualmente, sulla scia
dell'Anno Mariano, stiamo vivendo, in analoga prospettiva,
l'Anno della Famiglia, il cui contenuto si collega
strettamente col mistero dell'Incarnazione e con la storia
stessa dell'uomo. Si può dunque nutrire la speranza che
l'Anno della Famiglia, inaugurato a Nazaret, diventi, come
l'Anno Mariano, una ulteriore, significativa tappa della
preparazione al Grande Giubileo. In tale prospettiva ho
indirizzato una
Lettera alle Famiglie,
nella quale ho inteso riproporre la sostanza
dell'insegnamento ecclesiale sulla famiglia portandolo, per
così dire, all'interno di ogni focolare domestico. Nel
Concilio Vaticano II la Chiesa ha riconosciuto come uno dei
suoi compiti quello di valorizzare la dignità del Matrimonio
e della famiglia.(13) L'Anno della Famiglia intende
contribuire all'attuazione del Concilio in questa
dimensione. È perciò necessario che la preparazione al
Grande Giubileo passi, in un certo senso, attraverso ogni
famiglia. Non è stato forse attraverso una famiglia,
quella di Nazaret, che il Figlio di Dio ha voluto entrare
nella storia dell'uomo?
IV
LA PREPARAZIONE IMMEDIATA
29. Sullo sfondo di questo
vasto panorama sorge la domanda: si può ipotizzare uno
specifico programma di iniziative per la preparazione
immediata del Grande Giubileo? Per la verità, quanto
sopra si è detto già presenta alcuni elementi di un tale
programma. Una previsione più dettagliata
di iniziative « ad hoc », per non essere artificiale e di
difficile applicazione nelle singole Chiese, che vivono
in condizioni così diversificate, deve risultare da una
consultazione allargata. Consapevole di ciò, ho voluto
interpellare al riguardo i Presidenti delle Conferenze
Episcopali e, in particolare, i Padri Cardinali. Sono riconoscente ai venerati
Membri del Collegio Cardinalizio che, riuniti in Concistoro
Straordinario il 13 e 14 giugno 1994, hanno elaborato in
merito numerose proposte ed hanno indicato utili
orientamenti. Ugualmente ringrazio i Fratelli
nell'Episcopato, i quali in vario modo non hanno mancato di
farmi pervenire apprezzati suggerimenti, che ho ben tenuto
presenti nello stendere questa mia Lettera Apostolica.
30. Una prima indicazione,
emersa con chiarezza dalla consultazione, è quella relativa
ai tempi della preparazione. Al 2000 mancano ormai
pochi anni: è sembrato opportuno articolare questo periodo
in due fasi riservando la fase propriamente
preparatoria agli ultimi tre anni. Si è ritenuto infatti
che un periodo più lungo avrebbe finito per accumulare
eccessivi contenuti, attenuando la tensione spirituale.
Si è giudicato pertanto
conveniente avvicinarsi alla storica data con una prima
fase di sensibilizzazione dei fedeli su tematiche più
generali, per poi concentrare la preparazione diretta e
immediata in una seconda fase, quella appunto di un
triennio, tutta orientata alla celebrazione del mistero
di Cristo Salvatore.
a) Prima fase
31. La prima fase avrà
dunque carattere antepreparatorio: dovrà servire a
ravvivare nel popolo cristiano la coscienza del valore e del
significato che il Giubileo del 2000 riveste nella storia
umana. Recando con sé la memoria della nascita di
Cristo, esso è intrinsecamente segnato da una
connotazione cristologica. Conformemente all'articolazione
della fede cristiana in parola e sacramento, sembra
importante unire insieme, anche in questa singolare
ricorrenza, la struttura della memoria con quella
della celebrazione, non limitandosi a ricordare
l'evento solo concettualmente, ma rendendone presente il
valore salvifico mediante l'attualizzazione sacramentale. La
ricorrenza giubilare dovrà confermare nei cristiani di oggi
la fede in Dio rivelatosi in Cristo, sostenerne la
speranza protesa nell'aspettativa della vita eterna,
ravvivarne la carità, operosamente impegnata nel
servizio ai fratelli. Nel corso della prima fase (dal
1994 al 1996) la Santa Sede, grazie anche alla creazione di
un apposito Comitato, non mancherà di suggerire
alcune linee di riflessione e di azione a livello
universale, mentre un analogo impegno di sensibilizzazione
sarà svolto, in maniera più capillare, da Commissioni
simili nelle Chiese locali. Si tratta, in qualche
modo, di continuare quanto realizzato nella preparazione
remota e, contemporaneamente, di approfondire gli aspetti
più caratteristici dell'evento giubilare.
32. Il Giubileo è sempre un
tempo di particolare grazia, « un giorno benedetto dal
Signore »: come tale, esso ha - lo si è già rilevato - un
carattere gioioso. Il Giubileo dell'Anno 2000 vuol essere
una grande preghiera di lode e di ringraziamento
soprattutto per il dono dell'Incarnazione del Figlio di
Dio e della Redenzione da Lui operata. Nell'anno
giubilare i cristiani si porranno con rinnovato stupore di
fede di fronte all'amore del Padre, che ha dato il suo
Figlio, « perché chiunque crede in lui non muoia, ma
abbia la vita eterna » (Gv 3, 16). Essi eleveranno
inoltre con intima partecipazione il loro ringraziamento per
il dono della Chiesa, fondata da Cristo come «
sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con
Dio e dell'unità di tutto il genere umano ».(14) Il loro
ringraziamento si estenderà infine ai frutti di santità
maturati nella vita di tanti uomini e donne che in ogni
generazione ed in ogni epoca storica hanno saputo accogliere
senza riserve il dono della Redenzione. Tuttavia la gioia di ogni
Giubileo è in particolare modo unagioia per la remissione
delle colpe, la gioia della conversione. Sembra perciò
opportuno mettere nuovamente in primo piano ciò che costituì
il tema del Sinodo dei Vescovi nel 1984, cioè la
penitenza e la riconciliazione.(15) Quel Sinodo fu un
evento estremamente significativo nella storia della Chiesa
postconciliare. Esso riprese la questione sempre attuale
della conversione (« metanoia »), che è la condizione
preliminare per la riconciliazione con Dio tanto delle
singole persone quanto delle comunità.
33. È giusto pertanto che,
mentre il secondo Millennio del cristianesimo volge al
termine, la Chiesa si faccia carico con più viva
consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di
tutte quelle circostanze in cui, nell'arco della storia,
essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo
Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una
vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di
pensare e di agire che erano vere forme di
antitestimonianza e di scandalo. La Chiesa, pur essendo santa
per la sua incorporazione a Cristo, non si stanca di fare
penitenza: essa riconosce sempre come propri, davanti
a Dio e davanti agli uomini, i figli peccatori.
Afferma al riguardo la
Lumen gentium: « La
Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme
e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si
applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».(16) La Porta Santa del Giubileo del
2000 dovrà essere simbolicamente più grande delle
precedenti, perché l'umanità, giunta a quel traguardo, si
lascerà alle spalle non soltanto un secolo, ma un millennio.
È bene che la Chiesa imbocchi questo passaggio con la chiara
coscienza di ciò che ha vissuto nel corso degli ultimi dieci
secoli. Essa non può varcare la soglia del nuovo millennio
senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento,
da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i
cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci
aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e
pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà
dell'oggi.
34. Tra i peccati che esigono
un maggiore impegno di penitenza e di conversione devono
essere annoverati certamente quelli che hanno
pregiudicato l'unità voluta da Dio per il suo Popolo.
Nel corso dei mille anni che si stanno concludendo, ancor
più che nel primo millennio, la comunione ecclesiale, «
talora non senza colpa di uomini d'entrambe le parti »,(17)
ha conosciuto dolorose lacerazioni che contraddicono
apertamente alla volontà di Cristo e sono di scandalo al
mondo.(18) Tali peccati del passato fanno sentire ancora,
purtroppo, il loro peso e permangono come altrettante
tentazioni anche nel presente. È necessario farne ammenda,
invocando con forza il perdono di Cristo. In quest'ultimo scorcio di
millennio, la Chiesa deve rivolgersi con più accorata
supplica allo Spirito Santo implorando da Lui la grazia
dell'unità dei cristiani. È questo un problema
cruciale per la testimonianza evangelica nel mondo.
Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II sono state molte le
iniziative ecumeniche intraprese con generosità ed impegno:
si può dire che tutta l'attività delle Chiese locali e della
Sede Apostolica abbia assunto in questi anni un respiro
ecumenico. Il
Pontificio Consiglio per la promozione
dell'unità dei Cristiani è divenuto uno dei
principali centri propulsori del processo verso la piena
unità. Siamo però tutti consapevoli
che il raggiungimento di questo traguardo non può essere
solo frutto di sforzi umani, pur indispensabili. L'unità,
in definitiva, è dono dello Spirito Santo. A noi è
chiesto di assecondare questo dono senza indulgere a
leggerezze e reticenze nella testimonianza della verità, ma
mettendo in atto generosamente le direttive tracciate dal
Concilio e dai successivi documenti della Santa Sede,
apprezzati anche da molti tra i cristiani non in piena
comunione con la Chiesa cattolica. Ecco, dunque, uno dei compiti
dei cristiani incamminati verso l'anno 2000. L'avvicinarsi
della fine del secondo millennio sollecita tutti ad un
esame di coscienza e ad opportune iniziative ecumeniche,
così che al Grande Giubileo ci si possa presentare, se non
del tutto uniti, almeno molto più prossimi a superare le
divisioni del secondo millennio. È necessario al
riguardo - ognuno lo vede - uno sforzo enorme. Bisogna
proseguire nel dialogo dottrinale, ma soprattutto impegnarsi
di più nella preghiera ecumenica. Essa s'è molto
intensificata dopo il Concilio, ma deve crescere ancora
coinvolgendo sempre più i cristiani, in sintonia con la
grande invocazione di Cristo, prima della Passione: « Padre
... siano anch'essi in noi una cosa sola » (Gv 17,
21).
35. Un altro capitolo doloroso,
sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con
animo aperto al pentimento, è costituito dall'acquiescenza
manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di
intolleranza e persino di violenza nel servizio alla
verità. È vero che un corretto giudizio
storico non può prescindere da un'attenta considerazione dei
condizionamenti culturali del momento, sotto il cui influsso
molti possono aver ritenuto in buona fede che un'autentica
testimonianza alla verità comportasse il soffocamento
dell'altrui opinione o almeno la sua emarginazione.
Molteplici motivi spesso convergevano nel creare premesse di
intolleranza, alimentando un'atmosfera passionale alla quale
solo grandi spiriti veramente liberi e pieni di Dio
riuscivano in qualche modo a sottrarsi. Ma la considerazione
delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal
dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di
tanti suoi figli, che ne hanno deturpato il volto,
impedendole di riflettere pienamente l'immagine del suo
Signore crocifisso, testimone insuperabile di amore paziente
e di umile mitezza. Da quei tratti dolorosi del passato
emerge una lezione per il futuro, che deve indurre ogni
cristiano a tenersi ben saldo all'aureo principio dettato
dal Concilio: « La verità non si impone che in forza della
stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e
insieme con vigore ».(19)
36. Un serio esame di coscienza
è stato auspicato da numerosi Cardinali e Vescovi
soprattutto per la Chiesa del presente. Alle soglie
del nuovo Millennio i cristiani devono porsi umilmente
davanti al Signore per interrogarsi sulle responsabilità
che anch'essi hanno nei confronti dei mali del nostro tempo.
L'epoca attuale, infatti, accanto a molte luci, presenta
anche non poche ombre. Come tacere, ad esempio, dell'indifferenza
religiosa, che porta molti uomini di oggi a vivere come
se Dio non ci fosse o ad accontentarsi di una religiosità
vaga, incapace di misurarsi con il problema della verità e
con il dovere della coerenza? A ciò sono da collegare anche
la diffusa perdita del senso trascendente dell'esistenza
umana e lo smarrimento in campo etico, persino nei valori
fondamentali del rispetto della vita e della famiglia. Una
verifica si impone pure ai figli della Chiesa: quanto sono
anch'essi toccati dall'atmosfera di secolarismo e
relativismo etico? E quanta parte di responsabilità devono
anch'essi riconoscere, di fronte alla dilagante
irreligiosità, per non aver manifestato il genuino volto di
Dio, a causa dei « difetti della propria vita religiosa,
morale e sociale »? (20) Non si può infatti negare che
la vita spirituale attraversi, in molti cristiani, un
momento di incertezza che coinvolge non solo la vita
morale, ma anche la preghiera e la stessa rettitudine
teologale della fede. Questa, già messa alla prova dal
confronto col nostro tempo, è talvolta disorientata da
indirizzi teologici erronei, che si diffondono anche a causa
della crisi di obbedienza nei confronti del Magistero della
Chiesa. E quanto alla testimonianza
della Chiesa nel nostro tempo, come non provare dolore per
il mancato discernimento, diventato talvolta persino
acquiescenza, di non pochi cristiani di fronte alla
violazione di fondamentali diritti umani da parte di regimi
totalitari? E non è forse da lamentare, tra le ombre del
presente, la corresponsabilità di tanti cristiani in
gravi forme di ingiustizia e di emarginazione sociale?
C'è da chiedersi quanti, tra essi, conoscano a fondo e
pratichino coerentemente le direttive della dottrina sociale
della Chiesa. L'esame di coscienza non può
non riguardare anche la ricezione del Concilio,
questo grande dono dello Spirito alla Chiesa sul finire del
secondo millennio. In che misura la Parola di Dio è divenuta
più pienamente anima della teologia e ispiratrice di tutta
l'esistenza cristiana, come chiedeva la
Dei Verbum? È vissuta
la liturgia come « fonte e culmine » della vita ecclesiale,
secondo l'insegnamento della
Sacrosanctum Concilium?
Si consolida, nella Chiesa universale e in quelle
particolari, l'ecclesiologia di comunione della
Lumen gentium, dando
spazio ai carismi, ai ministeri, alle varie forme di
partecipazione del Popolo di Dio, pur senza indulgere a un
democraticismo e a un sociologismo che non rispecchiano la
visione cattolica della Chiesa e l'autentico spirito del
Vaticano II? Una domanda vitale deve riguardare anche lo
stile dei rapporti tra Chiesa e mondo. Le direttive
conciliari - offerte nella
Gaudium et spes e in
altri documenti - di un dialogo aperto, rispettoso e
cordiale, accompagnato tuttavia da un attento discernimento
e dalla coraggiosa testimonianza della verità, restano
valide e ci chiamano a un impegno ulteriore.
37. La Chiesa del primo
millennio nacque dal sangue dei martiri: «Sanguis
martyrum - semen christianorum ».(21) Gli eventi storici
legati alla figura di Costantino il Grande non avrebbero mai
potuto garantire uno sviluppo della Chiesa quale si verificò
nel primo millennio, se non fosse stato per quella
seminagione di martiri e per quel patrimonio di santità che
caratterizzarono le prime generazioni cristiane. Al
termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata
nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei
riguardi dei credenti - sacerdoti, religiosi e laici - hanno
operato una grande semina di martiri in varie parti del
mondo. La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento
del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici,
ortodossi, anglicani e protestanti, come rilevava già Paolo
VI nella omelia per la canonizzazione dei martiri
ugandesi.(22) È una testimonianza da non
dimenticare. La Chiesa dei primi secoli, pur incontrando
notevoli difficoltà organizzative, si è adoperata per
fissare in appositi martirologi la testimonianza dei
martiri. Tali martirologi sono stati aggiornati
costantemente attraverso i secoli, e nell'albo dei santi e
dei beati della Chiesa sono entrati non soltanto coloro che
hanno versato il sangue per Cristo, ma anche maestri della
fede, missionari, confessori, vescovi, presbiteri, vergini,
coniugi, vedove, figli. Nel nostro secolo sono
ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi «
militi ignoti » della grande causa di Dio. Per quanto è
possibile non devono andare perdute nella Chiesa le loro
testimonianze. Come è stato suggerito nel Concistoro,
occorre che le Chiese locali facciano di tutto per non
lasciar perire la memoria di quanti hanno subito il
martirio, raccogliendo la necessaria documentazione. Ciò
non potrà non avere anche un respiro ed una eloquenza
ecumenica. L'ecumenismo dei santi, dei martiri, è
forse il più convincente. La communio sanctorum parla
con voce più alta dei fattori di divisione. Il
martyrologium dei primi secoli costituì la base del
culto dei santi. Proclamando e venerando la santità dei suoi
figli e figlie, la Chiesa rendeva sommo onore a Dio stesso;
nei martiri venerava il Cristo, che era all'origine del loro
martirio e della loro santità. Si è sviluppata
successivamente la prassi della canonizzazione, che tuttora
perdura nella Chiesa cattolica e in quelle ortodosse. In
questi anni si sono moltiplicate le canonizzazioni e le
beatificazioni. Esse manifestano la vivacità delle Chiese
locali, molto più numerose oggi che nei primi secoli e
nel primo millennio. Il più grande omaggio, che tutte le
Chiese renderanno a Cristo alla soglia del terzo millennio,
sarà la dimostrazione dell'onnipotente presenza del
Redentore mediante i frutti di fede, di speranza e di carità
in uomini e donne di tante lingue e razze, che hanno seguito
Cristo nelle varie forme della vocazione cristiana. Sarà compito della Sede
Apostolica, nella prospettiva del terzo Millennio,
aggiornare i martirologi per la Chiesa universale,
prestando grande attenzione alla santità di quanti anche
nel nostro tempo sono vissuti pienamente nella verità di
Cristo. In special modo ci si dovrà adoperare per il
riconoscimento dell'eroicità delle virtù di uomini e donne
che hanno realizzato la loro vocazione cristiana nel
Matrimonio: convinti come siamo che anche in tale stato
non mancano frutti di santità, sentiamo il bisogno di
trovare le vie più opportune per verificarli e proporli a
tutta la Chiesa a modello e sprone degli altri sposi
cristiani.
38. Un'ulteriore esigenza
sottolineata dai Cardinali e dai Vescovi è quella di
Sinodi a carattere continentale, sulla scia di quelli
già celebrati per l'Europa e per l'Africa. L'ultima
Conferenza Generale dell'Episcopato Latino-americano ha
accolto, in sintonia con l'Episcopato Nord-americano, la
proposta di un Sinodo per le Americhe sulle
problematiche della nuova evangelizzazione in due parti
dello stesso continente tanto diverse tra loro per origine e
storia, e sulle tematiche della giustizia e dei rapporti
economici internazionali, tenendo conto dell'enorme divario
tra il Nord e il Sud. Un Sinodo a carattere
continentale sembra opportuno per l'Asia, dove più
marcata è la questione dell'incontro del cristianesimo con
le antichissime culture e religioni locali. Una grande
sfida, questa, per l'evangelizzazione, dato che sistemi
religiosi come il buddismo o l'induismo si propongono con un
chiaro carattere soteriologico. Esiste allora l'urgente
bisogno che, in occasione del Grande Giubileo, si illustri e
approfondisca la verità su Cristo come unico Mediatore tra
Dio e gli uomini e unico Redentore del mondo, ben
distinguendolo dai fondatori di altre grandi religioni,
nelle quali pur si trovano elementi di verità, che la Chiesa
considera con sincero rispetto, vedendovi un riflesso della
Verità che illumina tutti gli uomini.(23) Nel 2000 dovrà
risuonare con forza rinnovata la proclamazione della verità:
« Ecce natus est nobis Salvator mundi ». Anche per l'Oceania
potrebbe essere utile un Sinodo regionale. In questo
Continente esiste, tra l'altro, il dato di popolazioni
aborigene, che evocano in modo singolare alcuni aspetti
della preistoria del genere umano. In tale Sinodo, dunque,
un tema da non trascurare, insieme con altri problemi del
Continente, dovrebbe essere l'incontro del cristianesimo con
quelle antichissime forme di religiosità, significativamente
caratterizzate da un orientamento monoteistico.
b) Seconda fase
39. Sulla base di questa vasta
azione sensibilizzatrice sarà poi possibile affrontare la
seconda fase, quella propriamente preparatoria.
Essa si svilupperà nell'arco di tre anni, dal 1997 al
1999. La struttura ideale per tale triennio, centrato su
Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, non può che essere
teologica, cioè trinitaria. I anno: Gesù Cristo.
40. Il primo anno, 1997,
sarà pertanto dedicato alla riflessione su Cristo,
Verbo del Padre, fattosi uomo per opera dello Spirito Santo.
Occorre infatti porre in luce il carattere spiccatamente
cristologico del Giubileo, che celebrerà l'Incarnazione
del Figlio di Dio, mistero di salvezza per tutto il genere
umano. Il tema generale, proposto per questo anno da molti
Cardinali e Vescovi, è: «Gesù Cristo, unico Salvatore del
mondo, ieri, oggi e sempre » (cf. Eb 13, 8). Tra i contenuti cristologici
prospettati nel Concistoro emergono i seguenti: la
riscoperta di Cristo Salvatore ed Evangelizzatore, con
particolare riferimento al capitolo quarto del Vangelo di
Luca, dove il tema del Cristo mandato ad evangelizzare e
quello del Giubileo si intrecciano; l'approfondimento del
mistero della sua Incarnazione e della sua nascita dal
grembo verginale di Maria; la necessità della fede in Lui
per la salvezza. Per conoscere la vera identità di Cristo,
occorre che i cristiani, soprattutto nel corso di questo
anno, tornino con rinnovato interesse alla Bibbia, «
sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine,
sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative
adatte a tale scopo e di altri sussidi ».(24) Nel testo
rivelato, infatti, è lo stesso Padre celeste che ci si fa
incontro amorevolmente e si intrattiene con noi
manifestandoci la natura del Figlio unigenito e il suo
disegno di salvezza per l'umanità.(25)
41. L'impegno di
attualizzazione sacramentale sopra accennato potrà far leva,
nel corso dell'anno, sulla riscoperta del Battesimo
come fondamento dell'esistenza cristiana, secondo la parola
dell'Apostolo: « Quanti siete stati battezzati in Cristo vi
siete rivestiti di Cristo » (Gal 3, 27). Il
Catechismo della Chiesa Cattolica,
da parte sua, ricorda che il Battesimo costituisce « il
fondamento della comunione tra tutti i cristiani, anche con
quanti non sono ancora nella piena comunione con la Chiesa
cattolica ».(26) Proprio sotto il profilo ecumenico,
questo sarà un anno molto importante per volgere insieme lo
sguardo a Cristo unico Signore, nell'impegno di diventare in
Lui una cosa sola, secondo la sua preghiera al Padre. La
sottolineatura della centralità di Cristo, della Parola di
Dio e della fede non dovrebbe mancare di suscitare nei
cristiani di altre Confessioni interesse e favorevole
accoglienza.
42. Tutto dovrà mirare
all'obiettivo prioritario del Giubileo che è il
rinvigorimento della fede e della testimonianza dei
cristiani. È necessario, pertanto, suscitare in ogni
fedele un vero anelito alla santità, un desiderio
forte di conversione e di rinnovamento personale in un clima
di sempre più intensa preghiera e di solidale accoglienza
del prossimo, specialmente quello più bisognoso. Il primo anno sarà, dunque, il
momento favorevole per la riscoperta della catechesi
nel suo significato e valore originario di « insegnamento
degli Apostoli » (At 2, 42) circa la persona di Gesù
Cristo ed il suo mistero di salvezza. Di grande utilità, a
questo scopo, si rivelerà l'approfondimento del
Catechismo della Chiesa Cattolica,
che presenta « con fedeltà ed in modo organico
l'insegnamento della Sacra Scrittura, della Tradizione
vivente nella Chiesa e nel Magistero autentico, come pure
l'eredità spirituale dei Padri, dei santi e delle sante
della Chiesa, per permettere di conoscere meglio il mistero
cristiano e di ravvivare la fede del popolo di Dio ».(27)
Per essere realisti, non si dovrà trascurare di illuminare
la coscienza dei fedeli sugli errori riguardo alla persona
di Cristo, mettendo nella giusta luce le opposizioni contro
di Lui e contro la Chiesa.
43. La Vergine Santa,
che sarà presente in modo per così dire « trasversale »
lungo tutta la fase preparatoria, verrà contemplata in
questo primo anno soprattutto nel mistero della sua divina
Maternità. È nel suo grembo che il Verbo si è fatto carne!
L'affermazione della centralità di Cristo non può essere
dunque disgiunta dal riconoscimento del ruolo svolto dalla
sua Santissima Madre. Il suo culto, se ben illuminato, in
nessun modo può portare detrimento « alla dignità e
all'efficacia di Cristo, unico Mediatore ».(28) Maria
infatti addita perennemente il suo Figlio divino e si
propone a tutti i credenti come modello di fede
vissuta. « La Chiesa, pensando a Lei piamente e
contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, penetra con
venerazione e più profondamente nell'altissimo mistero
dell'Incarnazione e si va ognor più conformando al suo Sposo
».(29)
II anno: lo Spirito Santo
44. Il 1998, secondo anno
della fase preparatoria, sarà dedicato in modo
particolare allo Spirito Santo ed alla sua presenza
santificatrice all'interno della Comunità dei discepoli di
Cristo. « Il grande Giubileo, conclusivo del secondo
Millennio - scrivevo nell'Enciclica
Dominum et vivificantem
- (...) ha un profilo pneumatologico, poiché il
mistero dell'incarnazione si è compiuto "per opera dello
Spirito Santo". L'ha "operato" quello Spirito che -
consostanziale al Padre e al Figlio - è, nell'assoluto
mistero di Dio uno e trino, la Persona-amore, il dono
increato, che è fonte eterna di ogni elargizione proveniente
da Dio nell'ordine della creazione, il principio diretto e,
in certo senso, il soggetto dell'autocomunicazione di Dio
nell'ordine della grazia. Di questa elargizione, di questa
divina autocomunicazione il mistero dell'Incarnazione
costituisce il culmine ».(30) La Chiesa non può prepararsi
alla scadenza bimillenaria « in nessun altro modo, se non
nello Spirito Santo. Ciò che "nella pienezza del tempo" si è
compiuto per opera dello Spirito Santo, solo per opera sua
può ora emergere dalla memoria della Chiesa ».(31) Lo Spirito, infatti, attualizza
nella Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi l'unica
Rivelazione portata da Cristo agli uomini, rendendola viva
ed efficace nell'animo di ciascuno: « Il Consolatore, lo
Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli
v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho
detto » (Gv 14, 26). 45. Rientra pertanto negli
impegni primari della preparazione al Giubileo la
riscoperta della presenza e dell'azione dello Spirito,
che agisce nella Chiesa sia sacramentalmente, soprattutto
mediante la Confermazione, sia attraverso molteplici
carismi, compiti e ministeri da Lui suscitati per il bene di
essa: « Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della
Chiesa distribuisce i suoi vari doni con magnificenza
proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei
servizi (cf. 1 Cor 12, 1-11). Fra questi doni viene
al primo posto la grazia degli Apostoli, alla cui autorità
lo stesso Spirito sottomette anche i carismatici (cf. 1
Cor 14). Ed è ancora lo Spirito stesso che, con la sua
forza e mediante l'intima connessione delle membra, produce
e stimola la carità tra i fedeli ».(32)
Lo Spirito è anche per la
nostra epoca l'agente principale della nuova
evangelizzazione. Sarà dunque importante riscoprire lo
Spirito come Colui che costruisce il Regno di Dio nel corso
della storia e prepara la sua piena manifestazione in Gesù
Cristo, animando gli uomini nell'intimo e facendo
germogliare all'interno del vissuto umano i semi della
salvezza definitiva che avverrà alla fine dei tempi.
46. In questa prospettiva
escatologica, i credenti saranno chiamati a riscoprire
la virtù teologale della speranza, di cui hanno « già
udito l'annunzio dalla parola di verità del Vangelo » (Col
1, 5). Il fondamentale atteggiamento della speranza, da
una parte, spinge il cristiano a non perdere di vista la
meta finale che dà senso e valore all'intera sua esistenza
e, dall'altra, gli offre motivazioni solide e profonde per
l'impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per
renderla conforme al progetto di Dio. Come ricorda l'apostolo Paolo:
« Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre
fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma
anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo
interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione
del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati
salvati » (Rm 8, 22-24). I cristiani sono chiamati a
prepararsi al Grande Giubileo dell'inizio del terzo
millennio rinnovando la loro speranza nell'avvento
definitivo del Regno di Dio, preparandolo giorno dopo
giorno nel loro intimo, nella Comunità cristiana a cui
appartengono, nel contesto sociale in cui sono inseriti e
così anche nella storia del mondo. È necessario inoltre che siano
valorizzati ed approfonditi i segni di speranza presenti
in questo ultimo scorcio di secolo, nonostante le ombre
che spesso li nascondono ai nostri occhi: in campo
civile, i progressi realizzati dalla scienza, dalla
tecnica e soprattutto dalla medicina a servizio della vita
umana, il più vivo senso di responsabilità nei confronti
dell'ambiente, gli sforzi per ristabilire la pace e la
giustizia ovunque siano state violate, la volontà di
riconciliazione e di solidarietà fra i diversi popoli, in
particolare nei complessi rapporti fra il Nord ed il Sud del
mondo ...; in campo ecclesiale, il più attento
ascolto della voce dello Spirito attraverso l'accoglienza
dei carismi e la promozione del laicato, l'intensa dedizione
alla causa dell'unità di tutti i cristiani, lo spazio dato
al dialogo con le religioni e con la cultura contemporanea
...
47. La riflessione dei fedeli
nel secondo anno di preparazione dovrà convergere con
sollecitudine particolare sul valore dell'unità
all'interno della Chiesa, a cui tendono i vari doni e
carismi suscitati in essa dallo Spirito. A questo proposito
si potrà opportunamente approfondire l'insegnamento
ecclesiologico del Concilio Vaticano II contenuto
soprattutto nella Costituzione dogmatica
Lumen gentium. Questo
importante documento ha espressamente sottolineato che
l'unità del Corpo di Cristo è fondata sull'azione dello
Spirito, è garantita dal ministero apostolico ed è
sostenuta dall'amore vicendevole (cf. 1 Cor 13, 1-8).
Tale approfondimento catechetico della fede non potrà non
portare i membri del Popolo di Dio ad una più matura
coscienza delle proprie responsabilità, come pure ad un più
vivo senso del valore dell'obbedienza ecclesiale.(33)
48. Maria, che concepì
il Verbo incarnato per opera dello Spirito Santo e che poi
in tutta la propria esistenza si lasciò guidare dalla sua
azione interiore, sarà contemplata e imitata nel corso di
quest'anno soprattutto come la donna docile alla voce dello
Spirito, donna del silenzio e dell'ascolto, donna di
speranza, che seppe accogliere come Abramo la volontà di Dio
« sperando contro ogni speranza » (Rm 4, 18). Ella ha
portato a piena espressione l'anelito dei poveri di Jahvé,
risplendendo come modello per quanti si affidano con tutto
il cuore alle promesse di Dio.
III anno: Dio Padre
49. Il 1999, terzo ed ultimo
anno preparatorio, avrà la funzione di dilatare gli
orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di
Cristo: la prospettiva del « Padre che è nei cieli »
(cf. Mt 5, 45), dal quale è stato mandato ed al quale
è ritornato (cf. Gv 16, 28). « Questa è la vita eterna: che
conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato,
Gesù Cristo » (Gv 17, 3). Tutta la vita cristiana è
come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre,
di cui si riscopre ogni giorno l'amore incondizionato
per ogni creatura umana, ed in particolare per il « figlio
perduto » (cf. Lc 15, 11-32). Tale pellegrinaggio
coinvolge l'intimo della persona allargandosi poi alla
comunità credente per raggiungere l'intera umanità. Il Giubileo, centrato sulla
figura di Cristo, diventa così un grande atto di lode al
Padre: « Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro
Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione
spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima
della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al
suo cospetto nella carità » (Ef 1, 3-4).
50. In questo terzo anno il
senso del « cammino verso il Padre » dovrà spingere tutti a
intraprendere, nell'adesione a Cristo Redentore dell'uomo,
un cammino di autentica conversione, che comprende
sia un aspetto « negativo » di liberazione dal peccato sia
un aspetto « positivo » di scelta del bene, espresso dai
valori etici contenuti nella legge naturale, confermata e
approfondita dal Vangelo. È questo il contesto adatto per la
riscoperta e la intensa celebrazione del sacramento della
Penitenza nel suo significato più profondo. L'annuncio
della conversione come imprescindibile esigenza dell'amore
cristiano è particolarmente importante nella società
attuale, in cui spesso sembrano smarriti gli stessi
fondamenti di una visione etica dell'esistenza umana. Sarà pertanto opportuno,
specialmente in questo anno, mettere in risalto la virtù
teologale della carità, ricordando la sintetica e
pregnante affermazione della prima Lettera di Giovanni: «
Dio è amore » (4, 8.16). La carità, nel suo duplice volto di
amore per Dio e per i fratelli, è la sintesi della vita
morale del credente. Essa ha in Dio la sua scaturigine e il
suo approdo.
51. In questa prospettiva,
ricordando che Gesù è venuto ad « evangelizzare i poveri » (Mt
11, 5; Lc 7, 22), come non sottolineare più
decisamente l'opzione preferenziale della Chiesa per i
poveri e gli emarginati? Si deve anzi dire che l'impegno
per la giustizia e per la pace in un mondo come il nostro,
segnato da tanti conflitti e da intollerabili disuguaglianze
sociali ed economiche, è un aspetto qualificante della
preparazione e della celebrazione del Giubileo. Così, nello
spirito del Libro del Levitico (25, 8-28), i cristiani
dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo, proponendo
il Giubileo come un tempo opportuno per pensare, tra
l'altro, ad una consistente riduzione, se non proprio al
totale condono, del debito internazionale, che pesa sul
destino di molte Nazioni. Il Giubileo potrà pure offrire
l'opportunità di meditare su altre sfide del momento quali,
ad esempio, le difficoltà di dialogo fra culture diverse e
le problematiche connesse con il rispetto dei diritti della
donna e con la promozione della famiglia e del Matrimonio.
52. Ricordando, inoltre, che «
Cristo (...) proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa
nota la sua altissima vocazione »,(34) due impegni saranno
ineludibili specialmente nel corso del terzo anno
preparatorio: quello del confronto con il secolarismo
e quello del dialogo con le grandi religioni. Quanto al primo, sarà opportuno
affrontare la vasta tematica della crisi di civiltà,
quale è venuta manifestandosi soprattutto nell'Occidente
tecnologicamente più sviluppato, ma interiormente impoverito
dalla dimenticanza o dall'emarginazione di Dio. Alla crisi
di civiltà occorre rispondere con la civiltà dell'amore,
fondata sui valori universali di pace, solidarietà,
giustizia e libertà, che trovano in Cristo la loro piena
attuazione.
53. Per quanto riguarda invece
l'orizzonte della coscienza religiosa, la vigilia del
Duemila sarà una grande occasione, anche alla luce degli
avvenimenti di questi ultimi decenni, per il dialogo
interreligioso, secondo le chiare indicazioni date dal
Concilio Vaticano II nella Dichiarazione
Nostra aetate sulle
relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.
In tale dialogo dovranno avere
un posto preminente gli ebrei e i musulmani. Voglia Dio che
a sigillo di tali intenzioni si possano realizzare anche
incontri comuni in luoghi significativi per le grandi
religioni monoteiste. Si studia, in proposito, come
predisporre sia storici appuntamenti a Betlemme, Gerusalemme
e sul Sinai, luoghi di grande valenza simbolica, per
intensificare il dialogo con gli ebrei e i fedeli
dell'Islam, sia incontri con rappresentanti delle grandi
religioni del mondo in altre città. Sempre tuttavia si dovrà
far attenzione a non ingenerare pericolosi malintesi, ben
vigilando sul rischio del sincretismo e di un facile e
ingannevole irenismo.
54. In tutto questo ampio
orizzonte di impegni, Maria Santissima, figlia
prescelta del Padre, sarà presente allo sguardo dei credenti
come esempio perfetto di amore, sia verso Dio che verso il
prossimo. Come Ella stessa afferma nel cantico del
Magnificat, grandi cose ha fatto in lei l'Onnipotente,
il cui nome è Santo (cf. Lc 1, 49). Il Padre ha
scelto Maria per una missione unica nella storia
della salvezza: quella di essere Madre dell'atteso
Salvatore. La Vergine ha risposto alla chiamata di Dio con
una piena disponibilità: « Eccomi, sono la serva del Signore
» (Lc 1, 38). La sua maternità, iniziata a Nazaret e
vissuta sommamente a Gerusalemme sotto la Croce, sarà
sentita in quest'anno come affettuoso e pressante invito
rivolto a tutti i figli di Dio, perché facciano ritorno alla
casa del Padre ascoltando la sua voce materna: « Fate quello
che Cristo vi dirà » (cf. Gv 2, 5).
c) In vista della
celebrazione
55. Un capitolo a sé è
costituito dalla celebrazione stessa del Grande Giubileo,
che avverrà contemporaneamente in Terra Santa, a Roma e
nelle Chiese locali del mondo intero. Soprattutto in questa
fase, la fase celebrativa, l'obiettivo sarà la
glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e
alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia. A
questo mistero guardano i tre anni di preparazione
immediata: da Cristo e per Cristo, nello Spirito Santo, al
Padre. In questo senso la celebrazione giubilare attualizza
ed insieme anticipa la meta e il compimento della vita del
cristiano e della Chiesa in Dio uno e trino. Essendo però Cristo l'unica via
di accesso al Padre, per sottolinearne la presenza viva e
salvifica nella Chiesa e nel mondo, si terrà a Roma, in
occasione del Grande Giubileo, il Congresso eucaristico
internazionale. Il Duemila sarà un anno intensamente
eucaristico: nel sacramento dell'Eucaristia il
Salvatore, incarnatosi nel grembo di Maria venti secoli fa,
continua ad offrirsi all'umanità come sorgente di vita
divina. La dimensione ecumenica ed
universale del Sacro Giubileo, potrà opportunamente essere
evidenziata da un significativo incontro pancristiano.
Si tratta di un gesto di grande valore e per questo, ad
evitare equivoci, esso va proposto correttamente e preparato
con cura, in atteggiamento di fraterna collaborazione con i
cristiani di altre Confessioni e tradizioni, nonché di grata
apertura a quelle religioni i cui rappresentanti volessero
esprimere la loro attenzione alla gioia comune di tutti i
discepoli di Cristo. Una cosa è certa: ciascuno è
invitato a fare quanto è in suo potere, perché non venga
trascurata la grande sfida dell'Anno 2000, a cui è
sicuramente connessa una particolare grazia del Signore per
la Chiesa e per l'intera umanità.
V
« GESÙ CRISTO È LO STESSO
(...) SEMPRE »
(Eb 13, 8)
56. La Chiesa perdura da 2000
anni. Come l'evangelico granello di senapa, essa
cresce fino a diventare un grande albero, capace di coprire
con le sue fronde l'intera umanità (cf. Mt 13,
31-32). Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica
sulla Chiesa, considerando la questione dell'appartenenza
alla Chiesa e della ordinazione al Popolo di Dio, così
si esprime: « Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa
cattolica unità del Popolo di Dio (...) alla quale in vario
modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici,
sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli
uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza
».(35) Paolo VI, da parte sua, nell'Enciclica
Ecclesiam suam illustra
l'universale coinvolgimento degli uomini nel disegno di Dio,
sottolineando i vari cerchi del dialogo della salvezza.(36) Alla luce di tale impostazione
si può comprendere meglio anche la parabola evangelica del
lievito (cf. Mt 13, 33): Cristo, come lievito divino,
penetra sempre più profondamente nel presente della vita
dell'umanità diffondendo l'opera della salvezza da Lui
compiuta nel Mistero pasquale. Egli avvolge inoltre nel suo
dominio salvifico anche tutto il passato del genere
umano, cominciando dal primo Adamo.(37) A lui appartiene il
futuro: « Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre
» (Eb 13, 8). La Chiesa da parte sua « mira a questo
solo: a continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito,
l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a
rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a
condannare, a servire e non ad essere servito ».(38)
57. E perciò, sin dai tempi
apostolici, continua senza interruzione la missione della
Chiesa all'interno della universale famiglia umana. La
prima evangelizzazione interessò soprattutto la regione del
Mediterraneo. Nel corso del primo millennio le missioni,
partendo da Roma e da Costantinopoli, portarono il
cristianesimo nell'intero continente europeo.
Contemporaneamente esse si diressero verso il cuore dell'Asia,
fino all'India ed alla Cina. La fine del XV secolo, insieme
con la scoperta dell'America, segnò l'inizio
dell'evangelizzazione in quel grande continente, al sud e al
nord. Nello stesso tempo, mentre le coste sub-sahariane
dell'Africa accoglievano la luce di Cristo, san
Francesco Saverio, patrono delle missioni, giungeva fino al
Giappone. A cavallo dei secoli XVIII e XIX, un laico, Andrea
Kim, recò il cristianesimo in Corea; in quella stessa epoca
l'annuncio evangelico raggiunse la Penisola indocinese, come
pure l'Australia e le isole del Pacifico. Il XIX secolo ha registrato una
grande attività missionaria tra i popoli dell'Africa.
Tutte queste opere hanno dato frutti che perdurano fino ad
oggi. Il Concilio Vaticano II ne dà conto nel Decreto
Ad Gentes sull'attività
missionaria. Dopo il Concilio la questione missionaria è
stata trattata nell'Enciclica
Redemptoris missio,
relativa ai problemi delle missioni in quest'ultima parte
del nostro secolo. La Chiesa anche in futuro continuerà ad
essere missionaria: la missionarietà infatti fa parte della
sua natura. Con la caduta di grandi sistemi anticristiani
nel continente europeo, del nazismo prima e poi del
comunismo, si impone il compito urgente di offrire
nuovamente agli uomini e alle donne dell'Europa il messaggio
liberante del Vangelo.(39) Inoltre, come afferma l'Enciclica
Redemptoris missio, si
ripete nel mondo la situazione dell'Areopago di Atene,
dove parlò san Paolo.(40) Oggi sono molti gli «
areopaghi », e assai diversi: sono i vasti campi della
civiltà contemporanea e della cultura, della politica e
dell'economia. Più l'Occidente si stacca dalle sue radici
cristiane, più diventa terreno di missione, nella forma
di svariati « areopaghi ».
58. Il futuro
del mondo e della Chiesa appartiene alle giovani
generazioni che, nate in questo secolo, saranno mature
nel prossimo, il primo del nuovo millennio. Cristo
attende i giovani, come attendeva il giovane che gli
pose la domanda: « Che cosa devo fare di buono per ottenere
la vita eterna? » (Mt 19, 16). Alla stupenda risposta
che Gesù gli diede ho fatto riferimento nella recente
Enciclica
Veritatis splendor,
come, in precedenza, nella
Lettera ai giovani di tutto il mondo
del 1985. I giovani, in ogni situazione, in ogni regione
della terra non cessano di porre domande a Cristo: lo
incontrano e lo cercano per interrogarlo ulteriormente.
Se sapranno seguire il cammino che Egli indica, avranno la
gioia di recare il proprio contributo alla sua presenza nel
prossimo secolo e in quelli successivi, sino al compimento
dei tempi. « Gesù è lo stesso ieri, oggi e sempre ».
59. In conclusione, tornano
opportune le parole della Costituzione pastorale
Gaudium et spes: « La
Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà
all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza perché
l'uomo possa rispondere alla suprema sua vocazione; né è
dato in terra un altro nome agli uomini, in cui possano
salvarsi. Crede ugualmente di trovare nel suo Signore e
Maestro la chiave, il centro e il fine dell'uomo nonché di
tutta la storia umana. Inoltre la Chiesa afferma che al
di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non
cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo,
che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli. Così
nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile,
primogenito di tutte le creature, il Concilio intende
rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell'uomo e per
cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali
problemi del nostro tempo ».(41) Mentre invito i fedeli ad
elevare al Signore insistenti preghiere per ottenere i lumi
e gli aiuti necessari nella preparazione e nella
celebrazione del Giubileo ormai prossimo, esorto i Venerati
Fratelli nell'Episcopato e le Comunità ecclesiali a loro
affidate ad aprire il cuore ai suggerimenti dello Spirito.
Egli non mancherà di muovere gli animi perché si dispongano
a celebrare con fede rinnovata e generosa partecipazione il
grande evento giubilare.
Affido questo impegno di tutta
la Chiesa alla celeste intercessione di Maria, Madre del
Redentore. Ella, la Madre del bell'amore, sarà per i
cristiani incamminati verso il grande Giubileo del terzo
millennio la Stella che ne guida con sicurezza i passi
incontro al Signore. L'umile Fanciulla di Nazaret, che
duemila anni fa offerse al mondo il Verbo incarnato, orienti
l'umanità del nuovo millennio verso Colui che è « la luce
vera, quella che illumina ogni uomo » (Gv 1, 9).
Con questi sentimenti a tutti
imparto la mia Benedizione.
© Copyright 199
4
- Libreria Editrice Vaticana