Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II, uomo eucaristico

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Quando mi è stato chiesto di preparare la conferenza per illustrare come Giovanni Paolo II ha vissuto la sua relazione con l’Eucaristia, ho capito di trovarmi dinanzi a un compito bellissimo ma immenso. Come, infatti, racchiudere in una breve esposizione quella che è stata tutta la vita del Papa? Si, perché l’Eucaristia non è stato uno degli elementi della sua vita, ma la dimensione più profonda e radicale, è l’asse portante di tutto quello che ha fatto, e detto, indicandola come sentiero che conduce alla vita piena e vera. Pertanto la mia relazione sarà soltanto un timido tentativo di leggere la dimensione eucaristica della vita di Giovanni Paolo II in una delle tante prospettive possibili. Perciò non vuole e non può essere una trattazione esaustiva, ma si limiterà semplicemente alla mia personale esperienza di incontro con questo gigante di spiritualità e alla ricezione del suo insegnamento attraverso il mio personale itinerario di preghiera guidata da lui.

Nonostante tale approccio metodologico, è necessario indicare in questa sede, almeno sommariamente, le grandi linee del suo insegnamento sull’Eucaristia. Tutto l’insegnamento dottrinale di Giovanni Paolo II si sviluppa a partire dall’Eucaristia - dalla sua cappella, dove pregava, rifletteva, gustava la Presenza - ed è orientato verso l’Eucaristia, il centro vitale intorno a cui ci si raccoglie per alimentare la propria fede e l’entusiasmo (Cfr. MND, 4), per celebrarla in modo più vivo e sentito e da cui “scaturisca un’esistenza cristiana trasformata dall’amore” (MND, 29).

Negli innumerevoli interventi del Papa Giovanni Paolo II sul tema dell’Eucaristia possono essere individuati cinque grandi filoni tematici.
Il Papa insegna che: l’Eucaristia è il sacramento della vita eterna, della vicinanza di Dio e del suo amore che apre all’uomo la prospettiva che va oltre la morte; è, inoltre un solido fondamento della riconciliazione tra gli uomini e la strada sicura verso il regno di Dio.

 

L’Eucaristia va contemplata come sacrificio della Croce, come il vero Pane e la vera Bevanda per la vita in Dio, perché sazia la fame e la sete più profonda del cuore umano e lo ricolma di pace; è il sacramento dell’amore di Dio: fonte della radicale trasformazione del cuore umano per opera dello Spirito Santo, che produce i frutti di gioia e di santità. Attraverso il legame inscindibile tra l‘Eucaristia e il sacramento della riconciliazione, la prima può essere considerata il segno vivo della conversione dell’uomo e della sua rigenerazione.


L’Eucaristia è, in relazione alla Chiesa, il sacramento che la edifica e nutre: “Ecclesia de Eucaristia vivit”. Il sacrificio eucaristico è fondamento della comunità ecclesiale, centro e culmine della sua vita sacramentale. Nel contesto di queste riflessioni il Papa ritorna spesso a considerare la relazione che esiste tra l’Eucaristia e ogni singolo membro del Corpo Mistico di Cristo nell’esercizio del sacerdozio comune e il ruolo specifico e insostituibile del sacerdote come l’unico che agisce “in persona Christi”. Questo suo ruolo specifico pone ogni sacerdote nella situazione di partico-lare responsabilità nei confronti del mistero che celebra e nei confronti del popolo di Dio. Infatti, il suo è un compito grave e un servizio fondamen-tale nei confronti della comunità per introdurla nel Mistero del Sacrificio, nel Mistero dell’Amore, nel Mistero della Presenza, nel Mistero della Comunione. Dall’altra parte, tutti i membri della comunità ecclesiale sono chiamati a scoprire la ricchezza dei tesori spirituali presenti nell’Eucaristia e da essa veicolati nella vita della chiesa domestica, nelle relazioni tra i coniugi, nel tessuto sociale dentro il quale la Chiesa vive e al progresso cui contribuisce. In questo contesto l’Eucaristia diventa il fondamento più profondo della solidarietà tra gli uomini.


L’Eucaristia occupa un posto speciale nella prospettiva ecumenica. “Quanta est nobis via?” chiede il Papa nella enciclica “Ut unum sint” sull’ecume-nismo. Questa domanda pone la comunità ecclesiale dinanzi all’urgenza di lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, l’unico che può risolvere le difficoltà umanamente irrisolvibili. Tale necessità è tanto più urgente quanto più la Chiesa si trova dinanzi alle domanda del mondo circa le ragioni della “pretesa” cristiana. Infatti, “solo la Chiesa riconciliata eucaristicamente potrà essere segno – sacramento dell’unità di tutto il genere umano e della pace nel mondo” (Discorso durante l’incontro ecumenico a Warszawa, 8/06/1987).
 

Riguardo all’Eucaristia si devono, infine, tenere presenti alcune indica-zioni di natura pratico pastorale che offrono nuovi e ripropongono antichi strumenti di espressione e di approfondimento della fede nella presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. Il culto eucaristico trova, infatti, la sua molteplice espressione nelle visite, nell’adorazione, nell’esposizione, nella celebrazione delle ore sante, nelle “Quarantore”, nelle proces-sioni eucaristiche e nella celebrazione dei Congressi eucaristici. Tuttavia, tutte queste forme di espressione della fede eucaristica presumono ed esigono la forma più ordinaria del culto eucaristico: la piena partecipa-zione alla Messa domenicale. La viva ed autentica pietà eucaristica fa nascere, come ricorda il Papa, “lo stile sacramentale della vita cristiana” (Cfr. Dominicae cenae).

 E’ proprio il profondo e radicale stile eucaristico di vita di Giovanni Paolo II che costituisce il fascino irresistibile della sua personalità. Proprio in quanto uomo autentico ed autenticamente impegnato a vivere lo stile sacramentale nella sua vita, il Papa può proporre traguardi alti ed impe-gnativi, senza ricorrere agli sconti di circostanza per captare la falsa bene-volenza. L’orizzonte che il Papa apre dinanzi agli uomini è radicato nella certezza delle potenzialità nascoste nell’uomo in quanto figlio di Dio, redento da Cristo che “lo amò fino alla fine” e lo chiama alla comunione con il Padre e alla santità di vita. L’impegno personale di Giovanni Paolo II di rispondere in modo più fedele e pieno a questa chiamata di fiducia e d’amore fa sì che oltre, o meglio, prima ancora dell’insegnamento ex cathedra Petri, egli ci propone l’esempio che è l’insegnamento ex cathedra vitae.

Per cogliere ulteriormente il significato dell’Eucaristia nella vita di Giovanni Paolo II è bene ascoltare le parole da lui scritte in occasione della retrospezione che ha realizzato ripensando i suoi cinquanta anni di sacerdozio. Nel “Dono e Mistero” ci ha consegnato una riflessione profonda sulla propria identità sacerdotale: “Quando, dopo la transustanziazione, risuonano le parole: Mysterium fidei, tutti sono invitati a rendersi conto della particolare densità esistenziale di questo annuncio, in riferimento al mistero di Cristo, dell’Eucaristia, del Sacerdozio. Non trae forse di qui la sua motivazione più profonda la stessa vocazione sacerdotale? […] A cinquant’anni dall’Ordinazione, posso dire che ogni giorno di più in quel Mysterium fidei si ritrova il senso del proprio sacerdozio. E’ lì la misura del dono che esso costituisce, e lì è pure la misura della risposta che questo dono richiede. Il dono è sempre più grande! Ed è bello che sia così. E’ bello che un uomo non possa mai dire di aver risposto pienamente al dono. E’ un dono ed è anche un compito: sempre! Aver consapevolezza di questo è fondamentale per vivere appieno il proprio sacerdozio” (DM. P. 90).

La consapevolezza del dono ricevuto può essere considerata il punto chiave per comprendere la vita eucaristica di Giovanni Paolo II e il suo insegnamento. Il Mistero della fede è paragonabile allo stupore dello scalatore delle montagne che, raggiunta la vetta, non ricorda più la stanchezza e lo sforzo della scalata, ma, abbagliato dalla bellezza della veduta, se la gode, assaporandola e contemplandola per riempirsene il cuore, col proposito di parlare della sua scoperta al ritorno nella valle, da dove, appena arrivato desidera riconquistare altre vette. Vi è in quest’esperienza qualcosa dello stupore e dell’incanto che fece dire a Pietro, dinanzi al mistero della Trasfigurazione: “Signore, è bello stare qui, facciamo tre tende”. E’ proprio tale consapevolezza del dono ricevuto che trasformava costantemente la vita di Giovanni Paolo II, mettendo le ali ad un papa le cui difficoltà di deambulazione erano sempre più visibili, e consentendogli ogni giorno di orientare nuovamente la barca della Chiesa al largo, secondo la parola del Maestro. La sua consapevolezza si traduceva, in una parola, nel gioioso atteggiamento di vivere pienamente il compito ricevuto da Cristo.

L’Eucaristia significa rendimento di grazie. Giovanni Paolo II era cosciente dell’urgenza del rendimento di grazie, come adempimento di giustizia nei confronti di Dio.
Così ne parla nel “Dono e Mistero”:

“Nell’Eucaristia Cristo restituisce al Padre tutto ciò che da Lui proviene. Si realizza così un profondo mistero di giustizia della creatura verso il Creatore. Bisogna che l’uomo renda onore al Creatore offrendo, con atto di ringraziamento e di lode, tutto ciò che da Lui ha ricevuto. L’uomo non può smarrire il senso di questo debito, che egli soltanto, tra tutte le altre realtà terrestri, può riconoscere e saldare come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio” (DM, p. 85).

Ma come Giovanni Paolo II realizzava il postulato della giustizia verso il Creatore? Come pagava il debito di amore?

L’entusiasmo e il lavoro instancabile nell’annunciare Cristo come Redentore e unico salvatore del mondo, sono una costante del suo mini-stero. Mi ritorna alla mente la forza incisiva percepibile nelle parole con le quali il Papa si rivolgeva ai giovani durante il viaggio in Polonia nel 1987. La certezza della solidarietà di Dio con l’umanità, realizzata da Cristo nel portare la sofferenza del mondo sulla croce, dà ad ogni uomo “la forza che lo sprona, la forza così necessaria soprattutto ai giovani affinché non fuggissero dinanzi alle difficoltà e contrarietà, affinché non si tirassero indietro, non si abbattessero, non perdessero una prospettiva nella vita” (CiK, 174). Cristo che si è fatto solidale con ogni uomo, con ogni generazione è diventato il garante della dignità dell’uomo attraverso il gesto della sua inaudita solidarietà di Figlio di Dio (Cfr ibid. 175) così che, come sottolinea il Papa, “questa solidarietà diede l’inizio alla vera e grande solidarietà dell’uomo nei confronti di un altro uomo. La solidarietà di Dio ha raggiunto il suo culmine, quando Dio diede se stesso all’uomo e per l’uomo. Ed è questo l’infinito dono dell’Eucaristia – Cristo” (ibid). E’ il dono che rende l’uomo debitore e creati-vo; è il dono che costruisce la nostra umanità e ci dà la forza che ci spro-na, perché “l’uomo viene reso forte dalla consapevolezza dei suoi fini, dalla consapevolezza di esser amato. Per avere la forza che mi sprona, devo essere certo di essere amato. L’Eucaristia significa questa consapevolezza: io sono amato! Io sono amato! Cristo mi ama, mi ha tanto amato da dare se stesso per me. Egli ha amato Paolo e Paolo era debitore di colui, che lo ha amato! […] La forza che mi sprona proviene dalla certezza che qualcuno mi ama. Se mi ama, sono forte!” (CiK, 176 – Kraków, 10 /06/ 1987 – incontro con i giovani.)

Giovanni Paolo aveva la certezza di essere amato, perciò parlava dell’amore di Dio e del debito che l’uomo amato ha nei confronti di Dio. Ne parlava come testimone diretto, con l’esperienza di chi ha vissuto: ne apprese nozioni e gli esempi che ha tradotto in vita vissuta.

La consapevolezza della grandezza del dono dell’amore di Cristo, della preziosità di ciascuno agli occhi di Dio è un fatto fondamentale per una vita veramente cristiana. Dio ha scommesso sull’uomo! Dio si fida dell’uomo perché egli non è solo nel cammino, dal momento che Dio stesso nel suo Figlio gli ha indicato la strada da percorrere. La vera via dell’uomo è Cristo! Per questo, la misura della conoscenza dell’amore di Cristo, che ci ha conquistato per se, diventa la misura alta e giusta della risposta dell’uomo. Nel suo libro “Alzatevi, andiamo”, Giovanni Paolo ricorda una confidenza che fece ad un gruppo di seminaristi durante il viaggio in Spagna. Disse a Madrid (3/05/2003): “Sono stato ordinato sacerdote quando avevo 26 anni. Da quel giorno sono passati 56 anni. Ritornando con la memoria a quei momenti, vi posso assicurare che vale la pena di consacrarsi alla causa di Cristo e, per l’amore per lui, vale la pena di consacrarsi al servizio dell’uomo. Vale la pena dare la vita per Cristo e per i fratelli” (A.A., 101). Con queste parole esprimeva ancora una volta quello che ci ha conse-gnato a Tor Vergata, nel memorabile incontro avvenuto il 20/08/2000, radicando il dono di stesso nel mistero eucaristico:

“Celebrare l’Eucaristia significa testimoniare la propria disponibilità a sacrificarsi per gli altri come ha fatto lui”.

La consapevolezza della fiducia di Dio nei confronti dell’uomo spronava Giovanni Paolo II alle mete alte, al desiderio della santità, che indicava come misura alta della vita cristiana. Nella fase preparatoria dell’inchiesta diocesana nel Processo di beatificazione in corso, ho avuto occasione di parlare con uno degli officiali della Congregazione per le Cause dei Santi, il quale mi ha raccontato un aneddoto risalente agli inizi del pontificato. Facendo la sua prima visita al dicastero, Giovanni Paolo ricordava le sue visite precedenti che faceva come vescovo di Cracovia, interessandosi dei processi relativi ai candidati agli onori degli altari provenienti dalla sua diocesi. Alla fine disse: “Tutto sommato, è abbastanza facile entrare ed uscire dalla Congregazione da vivi, ma la vera difficoltà e l’arte vera è vivere così da capitarci dopo la morte”. Questo racconto semplice ci dà la possibilità di vedere come era vivo in lui il desiderio di santità e la convinzione della vocazione alla misura alta della vita. Nel corso del suo lungo pontificato rinnovava costantemente nel popolo di Dio l’esigenza di dare risposta ad una tale chiamata e mostrava la possibilità di realizzarla portando agli onori degli altari numerosissimi uomini e donne che, con l’aiuto della grazia di Dio, sono riusciti a corrispondere, perché siano d’esempio agli altri.

Proprio l’invito a raggiungere le vette alte della vita ricorreva spesso nelle parole che Giovanni Paolo II indirizzava in modo particolare ai giovani. Ricordo il mio primo incontro con il Santo Padre, quando ho partecipato al raduno che si svolse, il 18/06/1983, a Częstochowa. E’ stato un incontro come quelli che, entrando improvvisamente e con prepotenza nella tua esistenza, la sconvolgono, gettando un seme d’inquietudine per il quale non puoi fingere che nulla sia successo e la tua vita sia rimasta come prima. Anche se dopo il primo momento d’entusiasmo cerchi di ritornare alla tua normalità, tentando di archiviare quell'incontro tra gli altri avvenuti, il seme gettato rimane nascosto e, al momento opportuno, ritorna con tutta la potenza della sua forza di convincimento e d’inquie-tudine, spingendoti ad abbandonare l’atteggiamento di vigliaccheria o di tiepidezza e spronandoti ad affrontare la sfida con coraggio. Il Papa era bravo nell’affrontare le avversità e le sfide con coraggio e a fronte alta. Il suo amico d’infanzia, ing. Jerzy Kluger con il quale ho parlato qualche giorno fa, mi ha detto che da ragazzi giocavano spesso a pallone e “Lolek” era molto capace in porta. Il segreto della sua bravura era il suo coraggio nell’andare incontro all’avversario e non temere di buttarsi ai suoi piedi per fermare l’azione. Proprio questo coraggio lo spingeva ad affrontare tante difficoltà, avversità e sfide che ha incontrato nella sua vita da giovane, da sacer-dote, vescovo e da papa. E’ stato il desiderio di comunicarci questo corag-gio a spingerlo, a rivolgere a noi le parole in quel lontano 18 giugno 1983 a Częstochowa: “Siate esigenti con voi stessi anche quando nessuno da voi esigerà nulla”. Nel contesto del grigiore della società oppressa e martoriata, dove ogni iniziativa indipendente veniva considerata ribellione contro il regime, dove veniva premiata la mediocrità e veniva incoraggiato la sottomissione che livellava verso il basso, le parole del Papa aprivano davvero un orizzonte nuovo. Invitavano a non rassegnarsi e incoraggiavano a sognare, a prendere il volo alto. Quelle parole si sono scritte profondamente nel mio cuore, come anche nei cuori di tanti altri giovani che vi erano presenti. E non erano parole casuali o di circostanza. Giovanni Paolo II attribuiva al suo invito un grande significato. Quasi le stesse parole sono ritornate ancora altre due volte nei suoi discorsi ai giovani in Polonia.


La seconda volta le ha pronunciate il 12/06/1987 a Danzica, durante l’incontro con i giovani a Westerplatte. In questa località, situata sull’estremità della terra di fronte a Danzica, nel 1939 cominciò la seconda guerra mondiale, quando una piccolissima guarnigione polacca si difese per diversi giorni, opponendo le sue insufficienti forze fisiche alla potenza militare del Terzo Reich nazista, dimostrando coraggio e grande spirito di libertà. Il Papa, prendendo spunto dal significato patriottico del posto ci parlava della supremazia dell’ “essere” sull’ “avere” e, ricordando che gli eroi di Westerplatte difendevano i valori alti a prezzo della loro vita, invitava ognuno di noi a scoprire il proprio Westerplette, cioè “una dimensione dei compiti che deve assumere e adempiere. Una causa giusta, per la quale non si può non combattere. Un dovere, un obbligo, a cui non ci si può sottrarre, da cui non è possibile disertare. Infine, un certo ordine di verità e di valori che bisogna “mantenere” e “difendere”: dentro di sé e intorno a sé”. In quel contesto ribadiva l’invito ad essere esigenti con noi stessi, cioè nonostante i miraggi di vita facile che ci attraggono ad esigere da noi stessi di più, puntando ad “ essere di più che avere di più”. Per la terza volta Giovanni Paolo II ha ribadito questo concetto durante la Sesta Giornata Mondiale della Gioventù a Częstochowa il 15/08/1991, dicendo: “Giovani, avete ricevuto uno spirito di figli (Rm. 8,15). Non sprecate questa stupenda eredità. Siate esigenti con il mondo che vi circonda, siatelo in primo luogo con voi stessi. Siete figli di Dio: sentitene la fierezza”. E un’ultima volta il Papa ormai anziano, è ritornato a farci riflettere su questo concetto. Ha ricordato il suo discorso di Westerplatte nel libro “Alzatevi, andiamo!”, quando ha constatato che “gli uomini hanno sempre bisogno di modelli da imitare e ne hanno soprattutto bisogno oggi in questo no-stro tempo così esposto a suggestioni mutevoli e contraddittorie” (AA, 145-146). Il ricorso frequente del Papa a questo pensiero indica l’importanza attribuita da Giovanni Paolo II alla chiamata universale alla santità che trova nell’Eucaristia la sua fonte, il suo sostegno e l’itinerario da percorrere: solo con la forza dell’amore di Dio, nella consapevolezza del dono ricevuto, l’uomo è capace di “essere di più”, anzi, di essere nella sua pie-nezza e completezza, anche a prezzo della propria vita! Così la vita euca-ristica è la via ordinaria della santità dell’uomo.

Dove rafforzare quell’amore? Dove trovare la forza per trasformare la propria vita o meglio per farla plasmare dal Divino Scultore? Come egli ricordava nel libro “Varcare la soglia della speranza”, è stato il padre ad introdurlo da giovane nell’arcano della preghiera e del mistero della Chiesa. Il padre stesso era un “uomo di preghiera continua”, come lo definisce Giovanni Paolo II. Da questa prima scuola di preghiera il futuro papa ha appreso che il Vangelo non è una promessa di facili suc-cessi. Dallo stesso maestro ha appreso anche che il Vangelo è una grande promessa: la promessa della vita eterna. La necessità del sacrificio e la promessa escatologica costituiscono due dimensioni fondamentali della spiritualità del giovane Wojtyła. Queste sono rimaste incise nella sua struttura spirituale come tratti portanti che sono stati presenti in tutta la sua vita.
Dal padre ha imparato la preghiera, roccia di salvezza nei momenti difficili della vita. Quando era più grande ha avuto la fortuna di incontrare un altro uomo di profonda spiritualità, un altro laico che, come suo padre, lo ha aiutato a progredire sulla strada della preghiera contemplativa, introducendolo nella spiritualità di San Giovanni dalla Croce: si tratta di Jan Tyranowski. Non si deve pertanto rimanere stupiti dinanzi alla grande fiducia, rispetto e alta considerazione che il giovane vescovo Wojtyła dimostrava nei confronti dei laici, anticipando nell’esercizio del suo ministero episcopale i tempi del Concilio Vaticano II e superando la visione troppo clericale della Chiesa. Nell’esperienza personale di incontro con i laici santi, impe-gnati, consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità nella Chiesa, si radicava l’attenzione che Giovanni Paolo II dimostrava nei confronti di questa realtà.

L’amore per la preghiera, e in modo particolare per quella davanti al Santissimo Sacramento, ha trovato la sua espressione particolare nel momento in cui Wojtyła ha assunto la responsabilità come vescovo di Cracovia. Il Papa ne parla con molta partecipazione:

“La cappella in casa, così vicina che basta stendere la mano per raggiungerla, è il privilegio di ogni vescovo, ma è per lui, nello stesso tempo, un grande impegno. La cappella è così vicina affinché nella vita del vescovo tutto – la predicazione, le decisioni, la pastorale – abbia inizio ai piedi di Cristo, nascosto nel Santissimo Sacramento” (AA, 112).

 Era fondamentale per lui entrare e rimanere “nello spazio del Santis-simo Sacramento” (ibid.). E proprio in questo luogo, in questo spazio di incontro con Cristo amato, il Divino scultore scolpiva i tratti più belli, perché più simili a sé, nel profondo del cuore di Giovanni Paolo II.
Mi viene in mente il tono scherzoso assunto da lui nel corso dell’incontro con i giovani durante la celebrazione del Grande Giubileo a Roma. Dialogando con loro scherzava e ricordava il detto popolare polac-co: “Z jakim przestajesz, takim sie stajesz” – “Con chi stai, così diventi”. Allora si riferiva alla giovinezza dei suoi interlocutori che ringiovanivano il suo cuore. Ma quel detto, espressione della saggezza popolare, ha trovato la sua applicazione molto più profonda, alla fine dei giorni del pellegrinaggio terreno di Giovanni Paolo II, quando la sua sofferenza lo rendeva tanto più immerso nel mistero di Cristo e la morte chiudeva la lunga vicenda del suo calvario. Quel calvario iniziò drammaticamente, quando la mano dell’assassino puntava la pistola e sparava, mentre la mano di “Qualcun’altro” faceva deviare le pallottole, salvando la vita del Papa. Durante gli anni della via dolorosa non sono mancate le voci che gli suggerivano di dimettersi, di nascondere i segni della malattia, ma Giovanni Paolo II, coerentemente con lo stile eucaristico della vita, rispondeva che “Cristo non è sceso dalla croce” e rimetteva nelle mani del suo Signore la propria vita. Nella sua vita c’è tutto: la gioia, la pena, le difficoltà, la sofferenza: egli ha vissuto tutti i suoi contenuti somigliando a Cristo. La malattia nascosta può essere ipocrisia. Egli è vissuto nella realtà e nella verità, diventando simbolo per molti, riscontrando approvazione ed affetto. Così è diventato il modello di ogni cristiano.

Nella riflessione personale di Giovanni Paolo II sull’Eucaristia si può osservare una crescente interiorizzazione ed una sempre più perfetta conformazione al mistero celebrato. Questo crescendo di comunione rifletteva non solo lo sforzo cristiano di dare ogni giorno una riposta sempre maggiore al dono ricevuto, ma anche, e forse soprattutto, il desiderio di immedesimarsi con Cristo stesso considerato come naturale traguardo del cam-mino segnato dalla quotidiana celebrazione del Mysterium fidei in persona Christi. Nel “Dono e Mistero” la riflessione del Pontefice sull’Eucaristia e sul sacerdozio hanno il carattere di una dinamica prevalentemente rivolta verso il mondo esterno:

“Il sacerdote, quale amministratore dei misteri di Dio, è al servizio del sacerdozio comune dei fedeli. E’ lui che, annunziando la Parola e celebrando i sacramenti, specie l’Eucaristia, rende sempre più consapevole tutto il popolo di Dio della sua partecipazione al sacerdozio di Cristo, e contemporaneamente lo spinge a realizzarla pienamente” (DM, 90).

Il sacerdote celebra, annunzia, insegna al Popolo di Dio, incoraggiandolo a prendere consapevolezza della propria identità di popolo amato da Dio e mandato nel mondo ad annunziare tale mistero. Nel libro “Alzatevi, andiamo!”, il Papa sembra spostare il centro di gravità del suo cammino eucaristico, volgendo la sua riflessione nel contesto della partecipazione alla preghiera del Getsemani, nell’Ora di Cristo:

“Quando giunse la “sua ora”, Gesù disse a coloro che erano con Lui nell’orto del Getsemani, Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli particolarmente amati: “Alzatevi, andiamo!” (Mc 14, 42). Non era Lui solo a dover “andare” verso l’adempimento della volontà del Padre, ma anche essi con Lui” (AA, 158).

Il Papa, poi, conclude la sua riflessione:

“Parlo di questo da un luogo in cui mi ha condotto l’amore di Cristo Salvatore, chiedendomi di uscire dalla mia terra per portare frutto altrove con la sua grazia, un frutto destinato a rimanere (cfr. Giv, 15, 16). Facendo eco alle parole del nostro Maestro e Signore, ripeto perciò a ciascuno di voi […]: Alzatevi, andiamo! Andiamo fidandoci di Cristo. Sarà lui ad accompagnarci nel cammino, fino alla meta che Lui solo conosce” (AA, 159).

Come risultano toccanti, coraggiose, piene di fiducia e d’intuizione pro-fetica queste parole alla luce dei fatti successivi, nella prospettiva del luogo in cui Cristo ha voluto accompagnare Giovanni Paolo II. Il totale affidamento alla volontà di Dio, l’incondizionata risposta che diede all’invito di Cristo hanno impresso il marchio di autenticità al suo insegnamento, operando la trasformazione della sua inquietante parola di profeta nella convincente parola del testimone. Karol Wojtyła, all’alba della sua ascesa al soglio pontificio per un’ intuizione propria dell’uomo di Dio ha scritto una poesia, la sua ultima poesia scritta prima di diventare papa: “Stanislao”. Essa costituisce in qualche modo il saluto dato alla sua città, alla terra che amava tanto. Parlando del suo grande predecessore sulla cattedra di Cracovia, il futuro Pontefice ha detto:

“Pensava forse Stanislao: la mia parola ti ferirà e ti convertirà, alle porte della Cattedra tu verrai da penitente, tu verrai esausto per il digiuno, trafitto dal raggio di una voce interiore… ti accosterai alla Mensa del Signore, come il Figliol Prodigo. La parola non ha convertito, il sangue convertirà. Forse al vescovo mancò il tempo di pensare: allontana da me questo calice”.

Infatti, il sangue caduto, prima il 13 maggio 1981 sul suolo della Piazza San Pietro, e poi il sangue offerto spiritualmente nei giorni della sua malattia, ha toccato i cuori di tanti uomini che in esso hanno trovato il fulgore che rischiara le tenebre delle loro sofferenze fisiche e morali, riportandoli sulla via della speranza.

Stiamo vivendo la conclusione dell’Anno dell’Eucaristia, che costituisce quasi il testamento e la lettera di addio del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo II. Lui ha vissuto una profonda comunione con Cristo immedesimandosi sempre di più con il mistero che celebrava come sacerdote. Con il suo insegnamento e la sua testimonianza, quella di tutta la vita ma in modo particolare quella dell’ultima sofferenza ed agonia, ci ha fatto uno stupendo corso di esercizi spirituali: è bello consacrare tutta la vita a Cristo! E’ bello scoprire di essere amati e scoprire nell’amore che ci riveste e ci trasforma in figli di Dio, forza, coraggio, entusiasmo, generosità per vivere da amati. Papa Giovanni Paolo ci ha fatto vedere come si paga il debito di amore e ci ha insegnato che l’avventura di seguire Cristo nella gioiosa risposta al suo dono di amore, significa percorrere l’itinerario della crescita umana e cristiana nella logica eucaristica. Il frutto più maturo di questo percorso è la libera risposta del cuore disposto a seguire il Maestro per fare la volontà del Padre, anche quando quell’invito suona come il comando di Cristo nell’orto di Getsemani: “Alzatevi, andiamo!”. Conosciamo diverse immagini del papa: era l’uomo più fotografato e ripreso dagli obiettivi di tutto il mondo. Conosciamo i suoi sorrisi, i suoi gesti, la sua mimica, segni della sua sofferenza. Mi sembra che la sua personalità sia espressa in modo più pieno, più maturo, più profondo e vero, dall’immagine ripresa nella sua cappella il giorno dell’ultimo Venerdì Santo: il Papa ripreso da dietro, appoggiato sulla croce che stringe tra le mani, abbracciandola tanto da diventare un’unica cosa con essa. “Ha compiuto la corsa” E’ diventato testimone più veritiero dell’amore di Dio. Porto nel mio cuore questa immagine come si porta la foto della persona amata. Guardando questa immagine sentiamo la profonda verità espressa dal nostro amato Papa Benedetto XVI che disse:

“Con quanta devozione egli celebrava la Santa Messa, centro di ogni sua giornata! E quanto tempo trascorreva in adorante, silenziosa preghiera davanti al Tabernacolo! Negli ultimi mesi la malattia lo ha assimilato sempre più a Cristo sofferente. Colpisce il pensiero che, nell'ora della morte, egli si sia trovato ad unire l'offerta della propria vita a quella di Cristo nella Messa che veniva celebrata accanto al suo letto” (L’Angelus, 4/09/2005).

Cari amici, concludendo questa mia riflessione desidero augurare a tutti quanti, mentre scopriamo nell’Eucaristia la ricchezza dell’amore di Dio, di sapere vivere da amati, da veri figli di Dio, ricevendo la forza che ci sprona per il volo alto, verso la santità, cioè la pienezza della misura della vita cristiana ordinaria, celebrando con tutta la nostra vita il Mysterium fidei, come sacerdoti, profeti e re. Sia questo il nostro modo di custodire il testamento spirituale di Giovanni Paolo II e di pagare il debito di amore. Sia questa la vostra risposta al suo invito lasciatoci nel “Mane nobiscum Domine”: “Portate all’incontro con Gesù nascosto sotto i veli eucaristici tutto l’entusiasmo della vostra età, della vostra speranza, della vostra capacità di amare” (MND, 31).

 

Conferenza tenuta da Mons. Sławomir ODER
il 5 ottobre 2005 presso la
Pontificia Università Lateranense
nel contesto dell'Incontro Internazionale Adoremus

 


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