Quando mi è stato
chiesto di preparare la
conferenza per
illustrare come Giovanni
Paolo II ha vissuto la
sua relazione con
l’Eucaristia, ho capito
di trovarmi dinanzi a un
compito bellissimo ma
immenso. Come, infatti,
racchiudere in una breve
esposizione quella che è
stata tutta la vita del
Papa? Si, perché
l’Eucaristia non è stato
uno degli elementi della
sua vita, ma la
dimensione più profonda
e radicale, è l’asse
portante di tutto quello
che ha fatto, e detto,
indicandola come
sentiero che conduce
alla vita piena e vera.
Pertanto la mia
relazione sarà soltanto
un timido tentativo di
leggere la dimensione
eucaristica della vita
di Giovanni Paolo II in
una delle tante
prospettive possibili.
Perciò non vuole e non
può essere una
trattazione esaustiva,
ma si limiterà
semplicemente alla mia
personale esperienza di
incontro con questo
gigante di spiritualità
e alla ricezione del suo
insegnamento attraverso
il mio personale
itinerario di preghiera
guidata da lui.
Nonostante tale
approccio metodologico,
è necessario indicare in
questa sede, almeno
sommariamente, le grandi
linee del suo
insegnamento
sull’Eucaristia.
Tutto l’insegnamento
dottrinale di Giovanni
Paolo II si sviluppa a
partire dall’Eucaristia
- dalla sua cappella,
dove pregava,
rifletteva, gustava la
Presenza - ed è
orientato verso
l’Eucaristia, il centro
vitale intorno a cui ci
si raccoglie per
alimentare la propria
fede e l’entusiasmo (Cfr.
MND, 4), per celebrarla
in modo più vivo e
sentito e da cui
“scaturisca un’esistenza
cristiana trasformata
dall’amore” (MND, 29).
Negli innumerevoli
interventi del Papa
Giovanni Paolo II sul
tema dell’Eucaristia
possono essere
individuati cinque
grandi filoni tematici.
Il Papa insegna che:
l’Eucaristia è il
sacramento della vita
eterna, della vicinanza
di Dio e del suo amore
che apre all’uomo la
prospettiva che va oltre
la morte; è, inoltre un
solido fondamento della
riconciliazione tra gli
uomini e la strada
sicura verso il regno di
Dio.
L’Eucaristia va
contemplata come
sacrificio della Croce,
come il vero Pane e la
vera Bevanda per la vita
in Dio, perché sazia la
fame e la sete più
profonda del cuore umano
e lo ricolma di pace; è
il sacramento dell’amore
di Dio: fonte della
radicale trasformazione
del cuore umano per
opera dello Spirito
Santo, che produce i
frutti di gioia e di
santità. Attraverso il
legame inscindibile tra
l‘Eucaristia e il
sacramento della
riconciliazione, la
prima può essere
considerata il segno
vivo della conversione
dell’uomo e della sua
rigenerazione.
L’Eucaristia è, in
relazione alla Chiesa,
il sacramento che la
edifica e nutre: “Ecclesia de Eucaristia
vivit”. Il
sacrificio eucaristico è
fondamento della
comunità ecclesiale,
centro e culmine della
sua vita sacramentale.
Nel contesto di queste
riflessioni il Papa
ritorna spesso a
considerare la relazione
che esiste tra
l’Eucaristia e ogni
singolo membro del Corpo
Mistico di Cristo
nell’esercizio del
sacerdozio comune e il
ruolo specifico e
insostituibile del
sacerdote come l’unico
che agisce “in
persona Christi”.
Questo suo ruolo
specifico pone ogni
sacerdote nella
situazione di
partico-lare
responsabilità nei
confronti del mistero
che celebra e nei
confronti del popolo di
Dio. Infatti, il suo è
un compito grave e un
servizio fondamen-tale
nei confronti della
comunità per introdurla
nel Mistero del
Sacrificio, nel Mistero
dell’Amore, nel Mistero
della Presenza, nel
Mistero della Comunione.
Dall’altra parte, tutti
i membri della comunità
ecclesiale sono chiamati
a scoprire la ricchezza
dei tesori spirituali
presenti nell’Eucaristia
e da essa veicolati
nella vita della chiesa
domestica, nelle
relazioni tra i coniugi,
nel tessuto sociale
dentro il quale la
Chiesa vive e al
progresso cui
contribuisce. In questo
contesto l’Eucaristia
diventa il fondamento
più profondo della
solidarietà tra gli
uomini.
L’Eucaristia occupa un
posto speciale nella
prospettiva ecumenica.
“Quanta est nobis
via?” chiede il Papa
nella enciclica “Ut
unum sint”
sull’ecume-nismo. Questa
domanda pone la comunità
ecclesiale dinanzi
all’urgenza di lasciarsi
guidare dallo Spirito
Santo, l’unico che può
risolvere le difficoltà
umanamente
irrisolvibili. Tale
necessità è tanto più
urgente quanto più la
Chiesa si trova dinanzi
alle domanda del mondo
circa le ragioni della
“pretesa” cristiana.
Infatti, “solo la Chiesa
riconciliata
eucaristicamente potrà
essere segno –
sacramento dell’unità di
tutto il genere umano e
della pace nel mondo”
(Discorso durante
l’incontro ecumenico a
Warszawa, 8/06/1987).
Riguardo
all’Eucaristia si
devono, infine, tenere
presenti alcune
indica-zioni di natura
pratico pastorale che
offrono nuovi e
ripropongono antichi
strumenti di espressione
e di approfondimento
della fede nella
presenza reale di Cristo
nel Santissimo
Sacramento. Il culto
eucaristico trova,
infatti, la sua
molteplice espressione
nelle visite,
nell’adorazione,
nell’esposizione, nella
celebrazione delle ore
sante, nelle
“Quarantore”, nelle
proces-sioni
eucaristiche e nella
celebrazione dei
Congressi eucaristici.
Tuttavia, tutte queste
forme di espressione
della fede eucaristica
presumono ed esigono la
forma più ordinaria del
culto eucaristico: la
piena partecipa-zione
alla Messa domenicale.
La viva ed autentica
pietà eucaristica fa
nascere, come ricorda il
Papa, “lo stile
sacramentale della vita
cristiana” (Cfr.
Dominicae cenae).
E’ proprio il profondo
e radicale stile
eucaristico di vita
di Giovanni Paolo II
che costituisce il
fascino irresistibile
della sua personalità.
Proprio in quanto uomo
autentico ed
autenticamente impegnato
a vivere lo stile
sacramentale nella sua
vita, il Papa può
proporre traguardi alti
ed impe-gnativi, senza
ricorrere agli sconti di
circostanza per captare
la falsa bene-volenza.
L’orizzonte che il Papa
apre dinanzi agli uomini
è radicato nella
certezza delle
potenzialità nascoste
nell’uomo in quanto
figlio di Dio, redento
da Cristo che “lo amò
fino alla fine” e lo
chiama alla comunione
con il Padre e alla
santità di vita.
L’impegno personale di
Giovanni Paolo II di
rispondere in modo più
fedele e pieno a questa
chiamata di fiducia e
d’amore fa sì che oltre,
o meglio, prima ancora
dell’insegnamento
ex
cathedra Petri, egli
ci propone l’esempio che
è l’insegnamento
ex
cathedra vitae.
Per cogliere
ulteriormente il
significato
dell’Eucaristia nella
vita di Giovanni Paolo
II è bene ascoltare le
parole da lui scritte in
occasione della
retrospezione che ha
realizzato ripensando i
suoi cinquanta anni di
sacerdozio. Nel “Dono
e Mistero” ci ha
consegnato una
riflessione profonda
sulla propria identità
sacerdotale: “Quando, dopo la
transustanziazione,
risuonano le parole:
Mysterium fidei, tutti
sono invitati a rendersi
conto della particolare
densità esistenziale di
questo annuncio, in
riferimento al mistero
di Cristo,
dell’Eucaristia, del
Sacerdozio.
Non trae forse di qui la
sua motivazione più
profonda la stessa
vocazione sacerdotale?
[…] A cinquant’anni
dall’Ordinazione, posso
dire che ogni giorno di
più in quel Mysterium
fidei si ritrova il
senso del proprio
sacerdozio. E’ lì la
misura del dono che esso
costituisce, e lì è pure
la misura della risposta
che questo dono
richiede. Il dono è
sempre più grande! Ed è
bello che sia così. E’
bello che un uomo non
possa mai dire di aver
risposto pienamente al
dono. E’ un dono ed è
anche un compito:
sempre! Aver
consapevolezza di questo
è fondamentale per
vivere appieno il
proprio sacerdozio”
(DM. P. 90).
La consapevolezza del
dono ricevuto può essere
considerata il punto
chiave per comprendere
la vita eucaristica di
Giovanni Paolo II e il
suo insegnamento.
Il Mistero della fede è
paragonabile allo
stupore dello scalatore
delle montagne che,
raggiunta la vetta, non
ricorda più la
stanchezza e lo sforzo
della scalata, ma,
abbagliato dalla
bellezza della veduta,
se la gode,
assaporandola e
contemplandola per
riempirsene il cuore,
col proposito di parlare
della sua scoperta al
ritorno nella valle, da
dove, appena arrivato
desidera riconquistare
altre vette. Vi è in
quest’esperienza
qualcosa dello stupore e
dell’incanto che fece
dire a Pietro, dinanzi
al mistero della
Trasfigurazione:
“Signore, è bello stare
qui, facciamo tre
tende”.
E’ proprio tale
consapevolezza del dono
ricevuto che trasformava
costantemente la vita di
Giovanni Paolo II,
mettendo le ali ad un
papa le cui difficoltà
di deambulazione erano
sempre più visibili, e
consentendogli ogni
giorno di orientare
nuovamente la barca
della Chiesa al largo,
secondo la parola del
Maestro. La sua
consapevolezza si
traduceva, in una
parola, nel gioioso
atteggiamento di vivere
pienamente il compito
ricevuto da Cristo.
L’Eucaristia significa
rendimento di grazie.
Giovanni Paolo II era
cosciente dell’urgenza
del rendimento di
grazie, come adempimento
di giustizia nei
confronti di Dio.
Così ne parla nel “Dono
e Mistero”:
“Nell’Eucaristia
Cristo restituisce al
Padre tutto ciò che da
Lui proviene. Si
realizza così un
profondo mistero di
giustizia della creatura
verso il Creatore.
Bisogna che l’uomo
renda onore al Creatore
offrendo, con atto di
ringraziamento e di
lode, tutto ciò che da
Lui ha ricevuto. L’uomo
non può smarrire il
senso di questo debito,
che egli soltanto, tra
tutte le altre realtà
terrestri, può
riconoscere e saldare
come creatura fatta a
immagine e somiglianza
di Dio” (DM, p. 85).
Ma come Giovanni Paolo
II realizzava il
postulato della
giustizia verso il
Creatore? Come pagava il
debito di amore?
L’entusiasmo e il lavoro
instancabile
nell’annunciare Cristo
come Redentore e unico
salvatore del mondo,
sono una costante del
suo mini-stero. Mi
ritorna alla mente la
forza incisiva
percepibile nelle parole
con le quali il Papa si
rivolgeva ai giovani
durante il viaggio in
Polonia nel 1987. La
certezza della
solidarietà di Dio con
l’umanità, realizzata da
Cristo nel portare la
sofferenza del mondo
sulla croce, dà ad ogni
uomo “la forza che lo
sprona, la forza così
necessaria soprattutto
ai giovani affinché non
fuggissero dinanzi alle
difficoltà e
contrarietà, affinché
non si tirassero
indietro, non si
abbattessero, non
perdessero una
prospettiva nella vita”
(CiK, 174).
Cristo che si è fatto
solidale con ogni uomo,
con ogni generazione è
diventato il garante
della dignità dell’uomo
attraverso il gesto
della sua inaudita
solidarietà di Figlio di
Dio (Cfr ibid. 175) così
che, come sottolinea il
Papa, “questa
solidarietà diede
l’inizio alla vera e
grande solidarietà
dell’uomo nei confronti
di un altro uomo. La
solidarietà di Dio ha
raggiunto il suo
culmine, quando Dio
diede se stesso all’uomo
e per l’uomo. Ed è
questo l’infinito dono
dell’Eucaristia –
Cristo” (ibid). E’
il dono che rende l’uomo
debitore e creati-vo; è
il dono che costruisce
la nostra umanità e ci
dà la forza che ci
spro-na, perché “l’uomo viene reso forte
dalla consapevolezza dei
suoi fini, dalla
consapevolezza di esser
amato. Per avere la
forza che mi sprona,
devo essere certo di
essere amato.
L’Eucaristia significa
questa consapevolezza:
io sono amato! Io sono
amato! Cristo mi ama, mi
ha tanto amato da dare
se stesso per me. Egli
ha amato Paolo e Paolo
era debitore di colui,
che lo ha amato! […] La
forza che mi sprona
proviene dalla certezza
che qualcuno mi ama. Se
mi ama, sono forte!”
(CiK, 176 – Kraków, 10
/06/ 1987 – incontro con
i giovani.)
Giovanni Paolo aveva la
certezza di essere
amato, perciò parlava
dell’amore di Dio e del
debito che l’uomo amato
ha nei confronti di Dio.
Ne parlava come
testimone diretto, con
l’esperienza di chi ha
vissuto: ne apprese
nozioni e gli esempi che
ha tradotto in vita
vissuta.
La consapevolezza della
grandezza del dono
dell’amore di Cristo,
della preziosità di
ciascuno agli occhi di
Dio è un fatto
fondamentale per una
vita veramente
cristiana. Dio ha
scommesso sull’uomo! Dio
si fida dell’uomo perché
egli non è solo nel
cammino, dal momento che
Dio stesso nel suo
Figlio gli ha indicato
la strada da percorrere.
La vera via dell’uomo è
Cristo! Per questo, la
misura della conoscenza
dell’amore di Cristo,
che ci ha conquistato
per se, diventa la
misura alta e giusta
della risposta
dell’uomo. Nel suo libro
“Alzatevi, andiamo”,
Giovanni Paolo ricorda
una confidenza che fece
ad un gruppo di
seminaristi durante il
viaggio in Spagna. Disse
a Madrid (3/05/2003): “Sono stato ordinato
sacerdote quando avevo
26 anni. Da quel giorno
sono passati 56 anni.
Ritornando con la
memoria a quei momenti,
vi posso assicurare che
vale la pena di
consacrarsi alla causa
di Cristo e, per l’amore
per lui, vale la pena di
consacrarsi al servizio
dell’uomo. Vale la pena
dare la vita per Cristo
e per i fratelli” (A.A.,
101).
Con queste parole
esprimeva ancora una
volta quello che ci ha
conse-gnato a Tor
Vergata, nel memorabile
incontro avvenuto il
20/08/2000, radicando il
dono di stesso nel
mistero eucaristico:
“Celebrare
l’Eucaristia significa
testimoniare la propria
disponibilità a
sacrificarsi per gli
altri come ha fatto lui”.
La consapevolezza della
fiducia di Dio nei
confronti dell’uomo
spronava Giovanni Paolo
II alle mete alte, al
desiderio della santità,
che indicava come misura
alta della vita
cristiana. Nella fase
preparatoria
dell’inchiesta diocesana
nel Processo di
beatificazione in corso,
ho avuto occasione di
parlare con uno degli
officiali della
Congregazione per le
Cause dei Santi, il
quale mi ha raccontato
un aneddoto risalente
agli inizi del
pontificato. Facendo la
sua prima visita al
dicastero, Giovanni
Paolo ricordava le sue
visite precedenti che
faceva come vescovo di
Cracovia, interessandosi
dei processi relativi ai
candidati agli onori
degli altari provenienti
dalla sua diocesi. Alla
fine disse: “Tutto
sommato, è abbastanza
facile entrare ed uscire
dalla Congregazione da
vivi, ma la vera
difficoltà e l’arte vera
è vivere così da
capitarci dopo la morte”.
Questo racconto semplice
ci dà la possibilità di
vedere come era vivo in
lui il desiderio di
santità e la convinzione
della vocazione alla
misura alta della vita.
Nel corso del suo lungo
pontificato rinnovava
costantemente nel popolo
di Dio l’esigenza di
dare risposta ad una
tale chiamata e mostrava
la possibilità di
realizzarla portando
agli onori degli altari
numerosissimi uomini e
donne che, con l’aiuto
della grazia di Dio,
sono riusciti a
corrispondere, perché
siano d’esempio agli
altri.
Proprio l’invito a
raggiungere le vette
alte della vita
ricorreva spesso nelle
parole che Giovanni
Paolo II indirizzava in
modo particolare ai
giovani.
Ricordo il mio primo
incontro con il Santo
Padre, quando ho
partecipato al raduno
che si svolse, il
18/06/1983, a
Częstochowa. E’ stato un
incontro come quelli
che, entrando
improvvisamente e con
prepotenza nella tua
esistenza, la
sconvolgono, gettando un
seme d’inquietudine per
il quale non puoi
fingere che nulla sia
successo e la tua vita
sia rimasta come prima.
Anche se dopo il primo
momento d’entusiasmo
cerchi di ritornare alla
tua normalità, tentando
di archiviare quell'incontro
tra gli altri avvenuti,
il seme gettato rimane
nascosto e, al momento
opportuno, ritorna con
tutta la potenza della
sua forza di
convincimento e
d’inquie-tudine,
spingendoti ad
abbandonare
l’atteggiamento di
vigliaccheria o di
tiepidezza e spronandoti
ad affrontare la sfida
con coraggio.
Il Papa era bravo
nell’affrontare le
avversità e le sfide con
coraggio e a fronte
alta. Il suo amico
d’infanzia, ing. Jerzy
Kluger con il quale ho
parlato qualche giorno
fa, mi ha detto che da
ragazzi giocavano spesso
a pallone e “Lolek” era
molto capace in porta.
Il segreto della sua
bravura era il suo
coraggio nell’andare
incontro all’avversario
e non temere di buttarsi
ai suoi piedi per
fermare l’azione.
Proprio questo coraggio
lo spingeva ad
affrontare tante
difficoltà, avversità e
sfide che ha incontrato
nella sua vita da
giovane, da sacer-dote,
vescovo e da papa. E’
stato il desiderio di
comunicarci questo
corag-gio a spingerlo, a
rivolgere a noi le
parole in quel lontano
18 giugno 1983 a
Częstochowa: “Siate
esigenti con voi stessi
anche quando nessuno da
voi esigerà nulla”.
Nel contesto del
grigiore della società
oppressa e martoriata,
dove ogni iniziativa
indipendente veniva
considerata ribellione
contro il regime, dove
veniva premiata la
mediocrità e veniva
incoraggiato la
sottomissione che
livellava verso il
basso, le parole del
Papa aprivano davvero un
orizzonte nuovo.
Invitavano a non
rassegnarsi e
incoraggiavano a
sognare, a prendere il
volo alto.
Quelle parole si sono
scritte profondamente
nel mio cuore, come
anche nei cuori di tanti
altri giovani che vi
erano presenti. E non
erano parole casuali o
di circostanza. Giovanni
Paolo II attribuiva al
suo invito un grande
significato. Quasi le
stesse parole sono
ritornate ancora altre
due volte nei suoi
discorsi ai giovani in
Polonia.
La seconda volta le ha
pronunciate il
12/06/1987 a Danzica,
durante l’incontro con i
giovani a Westerplatte.
In questa località,
situata sull’estremità
della terra di fronte a
Danzica, nel 1939
cominciò la seconda
guerra mondiale, quando
una piccolissima
guarnigione polacca si
difese per diversi
giorni, opponendo le sue
insufficienti forze
fisiche alla potenza
militare del Terzo Reich
nazista, dimostrando
coraggio e grande
spirito di libertà. Il
Papa, prendendo spunto
dal significato
patriottico del posto ci
parlava della supremazia
dell’ “essere”
sull’ “avere” e,
ricordando che gli eroi
di Westerplatte
difendevano i valori
alti a prezzo della loro
vita, invitava ognuno di
noi a scoprire il
proprio Westerplette,
cioè “una dimensione dei
compiti che deve
assumere e adempiere.
Una causa giusta, per la
quale non si può non
combattere. Un dovere,
un obbligo, a cui non ci
si può sottrarre, da cui
non è possibile
disertare. Infine, un
certo ordine di verità e
di valori che bisogna
“mantenere” e
“difendere”: dentro di
sé e intorno a sé”. In
quel contesto ribadiva
l’invito ad essere
esigenti con noi stessi,
cioè nonostante i
miraggi di vita facile
che ci attraggono ad
esigere da noi stessi di
più, puntando ad “
essere di più che avere
di più”.
Per la terza volta
Giovanni Paolo II ha
ribadito questo concetto
durante la Sesta
Giornata Mondiale della
Gioventù a Częstochowa
il 15/08/1991, dicendo:
“Giovani, avete
ricevuto uno spirito di
figli (Rm. 8,15). Non
sprecate questa stupenda
eredità. Siate esigenti
con il mondo che vi
circonda, siatelo in
primo luogo con voi
stessi. Siete figli di
Dio: sentitene la
fierezza”.
E un’ultima volta il
Papa ormai anziano, è
ritornato a farci
riflettere su questo
concetto. Ha ricordato
il suo discorso di
Westerplatte nel libro
“Alzatevi, andiamo!”,
quando ha constatato che
“gli uomini hanno
sempre bisogno di
modelli da imitare e ne
hanno soprattutto
bisogno oggi in questo
no-stro tempo così
esposto a suggestioni
mutevoli e
contraddittorie”
(AA, 145-146).
Il ricorso frequente del
Papa a questo pensiero
indica l’importanza
attribuita da Giovanni
Paolo II alla chiamata
universale alla santità
che trova
nell’Eucaristia la sua
fonte, il suo sostegno e
l’itinerario da
percorrere: solo con la
forza dell’amore di Dio,
nella consapevolezza del
dono ricevuto, l’uomo è
capace di “essere di
più”, anzi, di essere
nella sua pie-nezza e
completezza, anche a
prezzo della propria
vita! Così la vita
euca-ristica è la via
ordinaria della santità
dell’uomo.
Dove rafforzare quell’amore?
Dove trovare la forza
per trasformare la
propria vita o meglio
per farla plasmare dal
Divino Scultore?
Come egli ricordava nel
libro “Varcare la
soglia della speranza”,
è stato il padre ad
introdurlo da giovane
nell’arcano della
preghiera e del mistero
della Chiesa. Il padre
stesso era un “uomo di
preghiera continua”,
come lo definisce
Giovanni Paolo II. Da
questa prima scuola di
preghiera il futuro papa
ha appreso che il
Vangelo non è una
promessa di facili
suc-cessi. Dallo stesso
maestro ha appreso anche
che il Vangelo è una
grande promessa: la
promessa della vita
eterna. La necessità del
sacrificio e la promessa
escatologica
costituiscono due
dimensioni fondamentali
della spiritualità del
giovane Wojtyła. Queste
sono rimaste incise
nella sua struttura
spirituale come tratti
portanti che sono stati
presenti in tutta la sua
vita.
Dal padre ha imparato la
preghiera, roccia di
salvezza nei momenti
difficili della vita.
Quando era più grande ha
avuto la fortuna di
incontrare un altro uomo
di profonda
spiritualità, un altro
laico che, come suo
padre, lo ha aiutato a
progredire sulla strada
della preghiera
contemplativa,
introducendolo nella
spiritualità di San
Giovanni dalla Croce: si
tratta di Jan Tyranowski.
Non si deve pertanto
rimanere stupiti dinanzi
alla grande fiducia,
rispetto e alta
considerazione che il
giovane vescovo Wojtyła
dimostrava nei confronti
dei laici, anticipando
nell’esercizio del suo
ministero episcopale i
tempi del Concilio
Vaticano II e superando
la visione troppo
clericale della Chiesa.
Nell’esperienza
personale di incontro
con i laici santi,
impe-gnati, consapevoli
del proprio ruolo e
delle proprie
responsabilità nella
Chiesa, si radicava
l’attenzione che
Giovanni Paolo II
dimostrava nei confronti
di questa realtà.
L’amore per la
preghiera, e in modo
particolare per quella
davanti al Santissimo
Sacramento, ha trovato
la sua espressione
particolare nel momento
in cui Wojtyła ha
assunto la
responsabilità come
vescovo di Cracovia. Il
Papa ne parla con molta
partecipazione:
“La cappella in casa,
così vicina che basta
stendere la mano per
raggiungerla, è il
privilegio di ogni
vescovo, ma è per lui,
nello stesso tempo, un
grande impegno. La
cappella è così vicina
affinché nella vita del
vescovo tutto – la
predicazione, le
decisioni, la pastorale
– abbia inizio ai piedi
di Cristo, nascosto nel
Santissimo Sacramento”
(AA, 112).
Era fondamentale per
lui entrare e rimanere
“nello spazio del
Santis-simo Sacramento”
(ibid.). E proprio in
questo luogo, in questo
spazio di incontro con
Cristo amato, il Divino
scultore scolpiva i
tratti più belli, perché
più simili a sé, nel
profondo del cuore di
Giovanni Paolo II.
Mi viene in mente il
tono scherzoso assunto
da lui nel corso
dell’incontro con i
giovani durante la
celebrazione del Grande
Giubileo a Roma.
Dialogando con loro
scherzava e ricordava il
detto popolare polac-co:
“Z jakim przestajesz,
takim sie stajesz” –
“Con chi stai, così
diventi”. Allora si
riferiva alla giovinezza
dei suoi interlocutori
che ringiovanivano il
suo cuore. Ma quel
detto, espressione della
saggezza popolare, ha
trovato la sua
applicazione molto più
profonda, alla fine dei
giorni del
pellegrinaggio terreno
di Giovanni Paolo II,
quando la sua sofferenza
lo rendeva tanto più
immerso nel mistero di
Cristo e la morte
chiudeva la lunga
vicenda del suo
calvario. Quel calvario
iniziò drammaticamente,
quando la mano
dell’assassino puntava
la pistola e sparava,
mentre la mano di
“Qualcun’altro” faceva
deviare le pallottole,
salvando la vita del
Papa. Durante gli anni
della via dolorosa non
sono mancate le voci che
gli suggerivano di
dimettersi, di
nascondere i segni della
malattia, ma Giovanni
Paolo II, coerentemente
con lo stile eucaristico
della vita, rispondeva
che “Cristo non è
sceso dalla croce” e
rimetteva nelle mani del
suo Signore la propria
vita.
Nella sua vita c’è
tutto: la gioia, la
pena, le difficoltà, la
sofferenza: egli ha
vissuto tutti i suoi
contenuti somigliando a
Cristo. La malattia
nascosta può essere
ipocrisia. Egli è
vissuto nella realtà e
nella verità, diventando
simbolo per molti,
riscontrando
approvazione ed affetto.
Così è diventato il
modello di ogni
cristiano.
Nella riflessione
personale di Giovanni
Paolo II sull’Eucaristia
si può osservare una
crescente
interiorizzazione ed una
sempre più perfetta
conformazione al mistero
celebrato. Questo
crescendo di comunione
rifletteva non solo lo
sforzo cristiano di dare
ogni giorno una riposta
sempre maggiore al dono
ricevuto, ma anche, e
forse soprattutto, il
desiderio di
immedesimarsi con Cristo
stesso considerato come
naturale traguardo del
cam-mino segnato dalla
quotidiana celebrazione
del Mysterium fidei
in persona Christi.
Nel “Dono e Mistero”
la riflessione del
Pontefice
sull’Eucaristia e sul
sacerdozio hanno il
carattere di una
dinamica prevalentemente
rivolta verso il mondo
esterno:
“Il sacerdote, quale
amministratore dei
misteri di Dio, è al
servizio del sacerdozio
comune dei fedeli. E’
lui che, annunziando la
Parola e celebrando i
sacramenti, specie
l’Eucaristia, rende
sempre più consapevole
tutto il popolo di Dio
della sua partecipazione
al sacerdozio di Cristo,
e contemporaneamente lo
spinge a realizzarla
pienamente” (DM,
90).
Il sacerdote celebra,
annunzia, insegna al
Popolo di Dio,
incoraggiandolo a
prendere consapevolezza
della propria identità
di popolo amato da Dio e
mandato nel mondo ad
annunziare tale mistero.
Nel libro “Alzatevi,
andiamo!”, il Papa
sembra spostare il
centro di gravità del
suo cammino eucaristico,
volgendo la sua
riflessione nel contesto
della partecipazione
alla preghiera del
Getsemani, nell’Ora di
Cristo:
“Quando giunse la
“sua ora”, Gesù disse a
coloro che erano con Lui
nell’orto del Getsemani,
Pietro, Giacomo e
Giovanni, i discepoli
particolarmente amati:
“Alzatevi, andiamo!” (Mc
14, 42). Non era Lui
solo a dover “andare”
verso l’adempimento
della volontà del Padre,
ma anche essi con Lui”
(AA, 158).
Il Papa, poi, conclude
la sua riflessione:
“Parlo di questo da
un luogo in cui mi ha
condotto l’amore di
Cristo Salvatore,
chiedendomi di uscire
dalla mia terra per
portare frutto altrove
con la sua grazia, un
frutto destinato a
rimanere (cfr. Giv, 15,
16). Facendo eco alle
parole del nostro
Maestro e Signore,
ripeto perciò a ciascuno
di voi […]: Alzatevi,
andiamo! Andiamo
fidandoci di Cristo.
Sarà lui ad
accompagnarci nel
cammino, fino alla meta
che Lui solo conosce”
(AA, 159).
Come risultano toccanti,
coraggiose, piene di
fiducia e d’intuizione
pro-fetica queste parole
alla luce dei fatti
successivi, nella
prospettiva del luogo in
cui Cristo ha voluto
accompagnare Giovanni
Paolo II.
Il totale affidamento
alla volontà di Dio,
l’incondizionata
risposta che diede
all’invito di Cristo
hanno impresso il
marchio di autenticità
al suo insegnamento,
operando la
trasformazione della sua
inquietante parola di
profeta nella
convincente parola del
testimone. Karol
Wojtyła, all’alba della
sua ascesa al soglio
pontificio per un’
intuizione propria
dell’uomo di Dio ha
scritto una poesia, la
sua ultima poesia
scritta prima di
diventare papa: “Stanislao”. Essa
costituisce in qualche
modo il saluto dato alla
sua città, alla terra
che amava tanto.
Parlando del suo grande
predecessore sulla
cattedra di Cracovia, il
futuro Pontefice ha
detto:
“Pensava forse
Stanislao: la mia parola
ti ferirà e ti
convertirà,
alle porte della
Cattedra tu verrai da
penitente,
tu verrai esausto per il
digiuno, trafitto dal
raggio di una voce
interiore…
ti accosterai alla Mensa
del Signore, come il
Figliol Prodigo.
La parola non ha
convertito, il sangue
convertirà.
Forse al vescovo mancò
il tempo di pensare:
allontana da me questo
calice”.
Infatti, il sangue
caduto, prima il 13
maggio 1981 sul suolo
della Piazza San
Pietro, e poi il sangue
offerto spiritualmente
nei giorni della sua
malattia, ha toccato i
cuori di tanti uomini
che in esso hanno
trovato il fulgore che
rischiara le tenebre
delle loro sofferenze
fisiche e morali,
riportandoli sulla via
della speranza.
Stiamo vivendo la
conclusione dell’Anno
dell’Eucaristia, che
costituisce quasi il
testamento e la lettera
di addio del nostro
amatissimo Papa Giovanni
Paolo II.
Lui ha vissuto una
profonda comunione con
Cristo immedesimandosi
sempre di più con il
mistero che celebrava
come sacerdote.
Con il suo insegnamento
e la sua testimonianza,
quella di tutta la vita
ma in modo particolare
quella dell’ultima
sofferenza ed agonia, ci
ha fatto uno stupendo
corso di esercizi
spirituali: è bello
consacrare tutta la vita
a Cristo! E’ bello
scoprire di essere amati
e scoprire nell’amore
che ci riveste e ci
trasforma in figli di
Dio, forza, coraggio,
entusiasmo, generosità
per vivere da amati.
Papa Giovanni Paolo ci
ha fatto vedere come si
paga il debito di amore
e ci ha insegnato che
l’avventura di seguire
Cristo nella gioiosa
risposta al suo dono di
amore, significa
percorrere l’itinerario
della crescita umana e
cristiana nella logica
eucaristica. Il frutto
più maturo di questo
percorso è la libera
risposta del cuore
disposto a seguire il
Maestro per fare la
volontà del Padre, anche
quando quell’invito
suona come il comando di
Cristo nell’orto di
Getsemani: “Alzatevi,
andiamo!”.
Conosciamo diverse
immagini del papa: era
l’uomo più fotografato e
ripreso dagli obiettivi
di tutto il mondo.
Conosciamo i suoi
sorrisi, i suoi gesti,
la sua mimica, segni
della sua sofferenza. Mi
sembra che la sua
personalità sia espressa
in modo più pieno, più
maturo, più profondo e
vero, dall’immagine
ripresa nella sua
cappella il giorno
dell’ultimo Venerdì
Santo: il Papa ripreso
da dietro, appoggiato
sulla croce che stringe
tra le mani,
abbracciandola tanto da
diventare un’unica cosa
con essa. “Ha compiuto
la corsa” E’ diventato
testimone più veritiero
dell’amore di Dio. Porto
nel mio cuore questa
immagine come si porta
la foto della persona
amata.
Guardando questa
immagine sentiamo la
profonda verità espressa
dal nostro amato Papa
Benedetto XVI che disse:
“Con quanta devozione
egli celebrava la Santa
Messa, centro di ogni
sua giornata! E quanto
tempo trascorreva in
adorante, silenziosa
preghiera davanti al
Tabernacolo! Negli
ultimi mesi la malattia
lo ha assimilato sempre
più a Cristo
sofferente. Colpisce il
pensiero che, nell'ora
della morte, egli si sia
trovato ad unire
l'offerta della propria
vita a quella di Cristo
nella Messa che veniva
celebrata accanto al suo
letto” (L’Angelus,
4/09/2005).
Cari amici, concludendo
questa mia riflessione
desidero augurare a
tutti quanti, mentre
scopriamo
nell’Eucaristia la
ricchezza dell’amore di
Dio, di sapere vivere da
amati, da veri figli di
Dio, ricevendo la forza
che ci sprona per il
volo alto, verso la
santità, cioè la
pienezza della misura
della vita cristiana
ordinaria, celebrando
con tutta la nostra vita
il Mysterium fidei, come
sacerdoti, profeti e re.
Sia questo il nostro
modo di custodire il
testamento spirituale di
Giovanni Paolo II e di
pagare il debito di
amore. Sia questa la
vostra risposta al suo
invito lasciatoci nel
“Mane nobiscum Domine”:
“Portate all’incontro
con Gesù nascosto sotto
i veli eucaristici tutto
l’entusiasmo della
vostra età, della vostra
speranza, della vostra
capacità di amare” (MND,
31).
Conferenza tenuta da
Mons. Sławomir ODER
il 5 ottobre 2005 presso la
Pontificia Università Lateranense
nel contesto dell'Incontro Internazionale
Adoremus