Dio è Amore

ricordare... sapere... riflettere... ...per agire

Diocesi di Roma - Settore Ovest - Vescovo di settore: Paolo Selvadagi

A cura di Valentino Tresalti  - Anno XIII - ultimo aggiornamento: 9/9/2013

"Messaggi" di Medjugorje, da Vita Pastorale n. 2 febbraio 2013

Gentile signora Cettina Militello, la conosco attraverso i suoi articoli su Vita Pastorale, e mi sento di porre oggi a Lei questa domanda: “che cosa ne pensa dei messaggi di Medjugorje?”. Anche stamattina, nell’atrio della chiesa c’erano striscie di carta contenenti i messaggi del 2 dicembre 2012, 25 novembre 2012 e 2 gennaio 2013. Non glieli trascrivo perché immagino che Lei possa agilmente trovarli da sè. Mi sono sentita offesa nella mia intelligenza, ma potri essere io “fuori di testa”, perché vedo qui in parrocchia gente che non desidera altro dalla vita se non questo! Gradirei molto un suo commento. L.V.

Risponde Cettina Militello.
Cara Lucia, grazie per la fiducia che mi mostra. Spero di non perderla dicendole che nè conosco i messaggi di Medjiugorje, nè mi interessa conoscerli. Si ho notato anch’io che ci si premura di affiggerli alla porta delle chiese e che dappertutto imperversa questa immagine diafana della Madre del Signore. Tutta lasciando a Lei la libertà d’intercedere a nostro favore (e, ovviamente, anche di mostrarsi), con tutto il rispetto, so di non essere obbligata, nè io nè altri a fare di queste manifestazioni - vere o presunte - l’oggetto dell fede. Nella parrocchia della mia infanzia e giovinezza splendeva la “lampada” sia dinanzi al tabernacolo che dinanzi al Vangelo aperto. Chiunque, anche se andava di fretta, poteva, portarsi a leggere il brano del giorno. Parlo di Vangelo e non di Bibbia perché sono anagraficamente “datata”: la Bibbia l’avremmo scoperta, poi, dopo il Vaticano II. La mia fede è maturata col cuore, certo, ma anche con la mente. Mi è stato detto di diffidare dal sensazionale e piuttosto di aprire gli occhi sul miracolo che ogni giorno segna la nostra vita. Se già è una meraviglia guardare il mondo nel quale ci è dato di vivere, e la meraviglia non passa malgrado la nostra inadeguatezza a condurlo secondo il disegno di Dio, una meraviglia ancora più grande, se ci crediamo, è l’essere figli nel Figlio cioè partecipi della vita stessa di Dio, membra vive del suo corpo, la Chiesa, che lo Spirito non cessa di accompagnare  malgrado la resistenza che gli opponiamo, malgrado la sordità o cecità al suo soffio e alle azioni che egli compie in noi e per noi. Dinanzi alla mistica sacramentale - morti e risorti in Cristo ci nutriamo del suo corpo - francamente mi sembrano irrilevanti tante esperienze e metodiche, che pure rispetto. Ma nessuno può chiedermi di recepire come “messaggio rivelato” un dire mediato che mi raggiunge attraverso il filtro di una sensibilità altrui (il/la/i veggenti) che sempre comunque interferisce, che sempre - anche senza volerlo - può essere manipolata. Insomma, se ho da ascoltare, apro la Bibbia e non a caso, e mi sforzo di penetrarla e accoglierla nella sua forza interpellante. Se poi a Medjugorje, come in altri posti, la gente, va, prega, cambia vita, non posso che rallegrarmene, a condizione che non si spacci per fede l’umiliazione della loro mente. Dio ci ha creati mettendo in noi la voglia infinita di coglierne il mistero. La lotta per conoscerne il Nome, ossia chi Egli è  è lotta della vita intera. Ma si compie appellando all’interezza delle proprie risorse personali, non alimentando quella “vanacredulità” che già Pio XIII, devotissimo della Vergine deplorava. Il punto è sempre lo stesso: che ne abbiamo fatto del Concilio? I devoti di Medjugorje - preti soprattutto - usino la cortesia di leggere LG VIII. Forse capiranno che la risposta alla doverosa creatività pastorale non è quella rapida e precisa dell’emozione. Il loro compito generare alla fede e alimentarla, non di offendere l’intelligenza dei fedeli. No davvero, non è lei “fuori di testa”. Parliamo o no di fede adulta? Non siamo forse nell' “Anno della Fede” e non parliamo di “nuova evangelizzazione”?

Bacheca

Un'immagine biblica che esprime il rapporto tra Chiesa e popolo ebraico

La radice e i rami selvatici


di Walter Kasper

    La storia delle relazioni ebraico-cristiane è complessa e difficile. Accanto a momenti positivi, in cui alcuni vescovi presero degli ebrei sotto la loro protezione contro pogrom o stermini di massa, vi sono stati periodi bui, che sono rimasti particolarmente impressi nella coscienza collettiva ebraica. Da parte cattolica, la dichiarazione del Vaticano ii, Nostra aetate, ha rappresentato la svolta decisiva. Essa è irrevocabile - come Benedetto xvi ha chiaramente ribadito anche durante la sua visita alla sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010. È irreversibile per il semplice fatto che le argomentazioni teologiche centrali della dichiarazione Nostra aetate sono fermamente stabilite in due costituzioni conciliari del più alto livello: la costituzione dogmatica sulla Chiesa (nn. 6, 9, 16) e la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione (nn. 3, 14). Forse per descrivere la relazione tra ebraismo e cristianesimo più di una chiarificazione concettuale è utile l'immagine che Paolo usa nella Lettera ai Romani. Egli parla della radice di Israele in cui i rami selvatici dei gentili sono stati innestati (Romani, 11, 16-20). Questa immagine, evocando il profeta Isaia (11, 1), esprime il senso della distinzione nell'unità in due modi. Da una parte, si dice che i rami selvatici innestati non sono cresciuti dalla radice stessa e non possono derivare da essa. D'altra parte la Chiesa deve trarre il suo vigore e la sua forza dalla radice che è Israele. Se i rami innestati sono tagliati dalla radice, si seccano, s'indeboliscono e infine muoiono.
(©L'Osservatore Romano 16 gennaio 2013)


Una lettera del sindaco di Lampedusa.

Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio 2012, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.

Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull'immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente.

Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.

Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all'accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all'Europa intera.

Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza".


Giusi Nicolini


Arturo Paoli, la "parabola" del cammello

Dovevamo percorrere a piedi circa 600 chilometri per raggiungere il luogo in cui ha vissuto il nostro fondatore, Charles de Foucauld.

In gruppo si partiva la mattina, senza parlare, con in tasca dei datteri, l’unico alimento della giornata; la sera si rizzava la tenda, si pregava insieme, si mangiava qualcosa e poi si dormiva.

Ci accompagnava una truppa di cammelli e ogni mattina capitava che un cammello, a turno, fuggisse. Ci avevano raccomandato di non rincorrerlo, di rimanere indifferenti, di considerarlo cioè come bisognoso di un po’ di libertà.

Succedeva tutti i giorni che, passato mezzogiorno, il cammello tornasse spontaneamente; allora qualcuno si avvicinava dolcemente, senza gridare, senza alzare le mani, e cominciava a camminargli a fianco cantando sommessamente.

Il giorno successivo il fuggitivo era il primo a offrire il dorso per caricarvi la tenda e le vettovaglie.
La radice cristiana         

La Pasqua è per i cristiani l’evento fondativo, dunque la festa più importante: è la Resurrezione che cambia il senso dell’incontro con Cristo e della storia dell’uomo. Questo ovviamente secondo la fede dei credenti. Ma la forza del messaggio, che ha attraversato epoche e organizzazioni sociali ed è alle radici della nostra civiltà, non può lasciare indifferente chi dà alla fraternità una prospettiva solo umana, chi si batte per la giustizia e per l’eguaglianza, chi immagina lo sviluppo in funzione della persona e della comunità.

Il cristianesimo non è una cultura, né una morale. Già la lettera a Diogneto, uno dei primissimi manoscritti cristiani, sottolinea che i seguaci di Gesù non sono «da distinguere dagli altri uomini né per regione, né per voce, né per culture» e che «partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri». Il cristianesimo è un incontro che modifica un destino. Lo stesso orizzonte escatologico – la vittoria della vita sulla morte – non è motivo di separatezza, né alibi per chiusure fondamentaliste. È semmai una spinta a vivere le contraddizioni della città dell’uomo e partecipare con gli altri alle sue liberazioni. Da questa fedeltà scaturisce, prima che da una dottrina, l’impegno sociale dei credenti, il nodo inscindibile tra fede e carità, dunque anche il contributo a tanti movimenti progressisti. Del resto, come contenere la forza delle Beatitudini, oppure quella del Magnificat: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha mandato i ricchi a mani vuote».Naturalmente nella storia la Chiesa si è trovata tante volte dalla parte della conservazione politica, o della reazione autoritaria contro la modernità e la scienza. Ma sarebbe un errore non cogliere, accanto ai limiti e agli errori, il contributo importante che la fede – anche come forza rinnovatrice della stessa pratica religiosa – porta alla comunità intera. Innanzitutto proprio perché non rinuncia a dare un valore e un traguardo alla storia dell’uomo: il mondo migliore non si potrà raggiungere del tutto, ma può essere avvicinato. E non per una imposizione divina, bensì perché la libertà e la capacità degli uomini sono in grado di modificare gli equilibri dei poteri.

La fede cristiana non comprime l’impegno sociale dell’uomo né la sua sfida politica: è anzi una spinta ad agire, guidata da una luce ottimistica sulla ragione. Per questo può portare speranza al pensiero progressista. E non è poco in un tempo come questo, dominato dal paradigma individualista – il cittadino solo davanti al mercato e allo Stato – e dalla prepotenza della globalizzazione finanziaria – che sottomette le stesse istituzioni democratiche -. In fondo individualismo e strapotere della finanza sono due facce della stessa medaglia: non a caso qualcuno ha parlato di «fine della storia».Tutte le idee di fraternità e uguaglianza, di solidarietà e di liberazione si fondano invece sulla convinzione che la storia non finirà finché ci sarà l’uomo. Che si può cambiare. Che si può cambiare insieme. Nessuna autorità sulla terra e neppure le crisi che colpiscono la Chiesa potranno impedire ai cristiani di impegnarsi per una società più giusta. E questa forza in campo continuerà ad alimentare la speranza e l’impegno di tutti gli uomini di buona volontà, che vogliono costruire un mondo migliore in nome di diverse visioni dell’uomo.Certo, la Pasqua non è un appello all’irenismo. Non ci sono liberazioni facili. La vita è una battaglia. Dove l’uomo rischia se stesso e dove gli errori incombono. Ma ciò di cui non possiamo essere privati è il desiderio, la volontà di costruire con le nostre mani. La politica è uno strumento di questa costruzione. Non l’unico. Non c’è politica senza un umanesimo, senza un’idea dell’uomo. Non c’è giustizia se l’uomo non viene considerato nella sua interezza, titolare di sentimenti, vocazioni, carismi, socialità. Ma la politica è importante ed oggi è minacciata da un pensiero dominante che cerca di eliminarla, o marginalizzarla.La nostra società, avvolta da una crisi non solo economica, ha bisogno di riconoscere il tremendo significato antropologico di questo furto di speranza nella storia futura. L’uomo è impoverito più delle sue tasche. È un furto perpetrato innanzitutto a danno dei giovani. La sinistra di cui abbiamo bisogno deve essere capace di raccogliere da tutte le fonti, da tutte le energie disponibili, la forza per cambiare. E le fedi religiose possono essere tra queste fonti molto propizie.

(L'Unità del giorno di Pasqua, 8 aprile 2012, articolo di fondo del direttore, Claudio Sardo)

La Chiesalocale

Un aspetto importante dell'ecclesiologia di comunione del Concilio è stato la riscoperta della strutturazione ecclesiale locale del popolo di Dio. Nella concezione gerarchica la Chiesa appare semplicemente come un costrutto centralistico, suddiviso ­ per ragioni pratiche ­ in filiali dipendenti non autonome. La Chiesa è la Chiesa universale, teologicamente essa non può essere altro da ciò. La Lumen Gentium, di contro, presenta una prospettiva differenziata. La Chiesa non è né un'organizzazione monolitica e monarchica, né il raggruppamento di singole Chiese locali più o meno autonome. La Chiesa è entrambe: Chiesa locale e Chiesa universale sono talmente intrecciate tra di loro che la Chiesa può essere correttamente descritta solo mediante esse insieme, attraverso la rappresentazione delle funzioni non interscambiabili di entrambe. Essa consiste «nelle Chiese locali e a partire dalle Chiese locali». L'elemento costitutivo di queste ultime, e quindi conseguentemente anche della Chiesa universale, è la celebrazione dell'eucaristia. L'eucaristia viene sempre celebrata localmente e in un luogo.

 Sotto questo aspetto, quanto sta accadendo da noi nell'affrontare la questione della carenza di clero rappresenta un capovolgimento dei rapporti. Non è la necessità della Chiesa locale a regolare il servizio presbiterale, ma al contrario la (im)possibilità del servizio presbiterale strangola le esigenze e necessità della Chiesa locale. Questo dato non viene per nulla mascherato dal fatto che, di regola, venga preservata formalmente fino a oggi la struttura locale. Quando un'unità pastorale comprende sette o otto parrocchie ancora nominalmente esistenti, ma vi è un solo parroco per tutte, le parrocchie vengono derubate della loro identità (spesso antica di secoli). Le esperienze mostrano già ora che la mancanza di presenza della Chiesa a livello locale conduce alla vaporizzazione dell'ecclesialità.

 Ciò che propriamente irrita in tutto questo è che, a ben guardare, non vi è affatto una carenza di vocazioni al ministero del prete, ma che sempre meno persone chiamate possono rendersi disponibili ad accollarsi, oltre a quelle che sono le necessarie qualifiche teologiche, le condizioni di ingresso nel ministero richieste. Vi è quindi il pericolo che la Chiesa, per colpa propria, in un futuro prossimo sia sempre meno in grado di venire incontro al suo obbligo, che è quello di annunciare autenticamente la parola di Dio e di celebrare i sacramenti. La Chiesa diventa infedele al suo mandato.

 Wolfang Beinert (Il Regno Attualità 4 del 2010 p. 80)


Gli uomini devono chiedere perdono alle donne



Pubblichiamo il testo dell'omelia del predicatore della Casa Pontificia, durante la celebrazione della Passione del Signore presieduta da Benedetto XVI nel pomeriggio del 2 aprile, Venerdì Santo, nella basilica Vaticana.
 
di Raniero Cantalamessa

"Abbiamo un grande Sommo Sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, il Figlio di Dio":  così inizia il brano della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato nella seconda lettura. Nell'anno sacerdotale, la liturgia del Venerdì Santo ci permette di risalire alla sorgente storica del sacerdozio cristiano.
Essa è la fonte di entrambe le realizzazioni del sacerdozio:  quella ministeriale, dei vescovi e dei presbiteri, e quella universale di tutti i fedeli. Anche questa infatti si fonda sul sacrificio di Cristo. Egli, dice l'Apocalisse, "ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti del Dio e Padre suo" (Apocalisse, 1, 5-6). È di vitale importanza perciò capire la natura del sacrificio e del sacerdozio di Cristo perché è di essi che sacerdoti e laici, in modo diverso, dobbiamo recare l'impronta e cercare di vivere le esigenze.
La Lettera agli Ebrei spiega in che consiste la novità e l'unicità del sacerdozio di Cristo, non solo rispetto al sacerdozio dell'antica alleanza, ma rispetto a ogni istituzione sacerdotale anche fuori della Bibbia. "Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri (...) è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurar la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!" (Lettera agli Ebrei, 9, 11-14).
La novità è questa. Ogni altro sacerdote offre qualcosa fuori di sé, Cristo ha offerto se stesso; ogni altro sacerdote offre delle vittime, Cristo si è offerto vittima! Sant'Agostino ha racchiuso in una formula celebre questo nuovo genere di sacrificio in cui sacerdote e vittima sono la stessa cosa:  "Ideo sacerdos, quia sacrificium":  sacerdote perché vittima" (Sant'Agostino, Confessioni, 10, 43).
Nel 1972 un noto pensatore francese lanciava la tesi secondo cui "la violenza è il cuore e l'anima segreta del sacro" (cfr. R. Girard, La violence et le sacré, Paris, Grasset, 1972). All'origine infatti e al centro di ogni religione c'è il sacrificio, il rito del capro espiatorio che comporta sempre distruzione e morte. Il giornale "Le Monde" salutava tale affermazione, dicendo che essa faceva di quell'anno "un anno da segnare con asterisco negli annali dell'umanità". Già prima però di questa data, quello studioso si era riavvicinato al cristianesimo e nella Pasqua del 1959 aveva reso pubblica la sua "conversione", dichiarandosi credente e tornando alla Chiesa.
Questo gli permise di non fermarsi, negli studi successivi, all'analisi del meccanismo della violenza, ma di additare anche come uscire da esso. Molti, purtroppo, continuano a citare René Girard come colui che ha denunciato l'alleanza tra il sacro e la violenza, ma non fanno parola del Girard che ha additato nel mistero pasquale di Cristo la rottura totale e definitiva di tale alleanza.
Secondo lui, Gesù smaschera e spezza il meccanismo che sacralizza la violenza, facendo di se stesso il volontario "capro espiatorio" dell'umanità, la vittima innocente di tutta la violenza. Cristo non è venuto con sangue altrui, ma con il proprio. Non ha messo i propri peccati sulle spalle degli altri - uomini o animali -; ha messo i peccati degli altri sulle proprie spalle:  "Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce" (1 Pietro, 2, 24).
Il processo che porta alla nascita della religione è rovesciato, rispetto alla spiegazione che ne aveva dato Freud. In Cristo, è Dio che si fa vittima, non la vittima (in Freud, il padre primordiale) che, una volta sacrificata, viene successivamente elevata a dignità divina (il Padre dei cieli). Non è più l'uomo che offre sacrifici a Dio, ma Dio che si "sacrifica" per l'uomo, consegnando alla morte per lui il suo Figlio unigenito (cfr. Giovanni, 3, 16). Il sacrificio non serve più a "placare" la divinità, ma piuttosto a placare l'uomo e farlo desistere dalla sua ostilità nei confronti di Dio e del prossimo.
Si può, allora, continuare a parlare di sacrificio, a proposito della morte di Cristo e quindi della Messa? Per molto tempo lo studioso citato ha rifiutato questo concetto, ritenendolo troppo segnato dall'idea di violenza, ma poi ha finito per ammetterne la possibilità con tutta la tradizione cristiana, a patto di vedere, in quello di Cristo, un genere nuovo di sacrificio, e di vedere in questo cambiamento di significato "il fatto centrale nella storia religiosa dell'umanità".
Visto in questa luce, il sacrificio di Cristo contiene un messaggio formidabile per il mondo d'oggi. Grida al mondo che la violenza è un residuo arcaico, una regressione a stadi primitivi e superati della storia umana e - quando si tratta di credenti - è un ritardo colpevole e scandaloso nella presa di coscienza del salto di qualità operato da Cristo.
Ricorda anche che la violenza è perdente. In quasi tutti i miti antichi la vittima è lo sconfitto e il carnefice il vincitore (cfr. R. Girard, Il sacrificio, Milano 2004, pp. 73 s.). Gesù ha cambiato segno alla vittoria. Ha inaugurato un nuovo genere di vittoria che non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima. Victor quia victima!, "vincitore perché vittima", così Agostino definisce il Gesù della croce (Sant'Agostino, Confessioni, 10, 43).
Il valore moderno della difesa delle vittime, dei deboli e della vita minacciata è nato sul terreno del cristianesimo, è un frutto tardivo della rivoluzione operata da Cristo. Ne abbiamo la controprova. Appena si abbandona (come ha fatto Nietzsche) la visione cristiana per riportare in vita quella pagana, si smarrisce  questa conquista e si torna a esaltare "il forte, il potente, fino al suo punto più eccelso, il superuomo", e si definisce quella cristiana "una morale da schiavi", frutto del risentimento impotente dei deboli contro i forti.
Purtroppo, però, la stessa cultura odierna che condanna la violenza, per altro verso, la favorisce e la esalta. Ci si straccia le vesti di fronte a certi fatti di sangue, ma non ci si accorge che si prepara a essi il terreno con quello che si reclamizza nella pagina accanto del giornale o nel palinsesto successivo della rete televisiva. Il gusto con cui si indugia nella descrizione della violenza e la gara a chi è il primo e il più crudo nel descriverla non fanno che favorirla. Il risultato non è una catarsi del male, ma un incitamento a esso. È inquietante che la violenza e il sangue siano diventati uno degli ingredienti di maggior richiamo nei film e nei videogiochi, che si sia attirati da essa e ci si diverta a guardarla.
Lo stesso studioso ricordato sopra ha messo a nudo la matrice da cui prende avvio il meccanismo della violenza:  il mimetismo, quella connaturata inclinazione umana a considerare desiderabile le cose che desiderano gli altri e, quindi, a ripetere le cose che vedono fare gli altri. La psicologia del "branco" è quella che porta alla scelta del "capro espiatorio" per trovare, nella lotta contro un nemico comune - in genere, l'elemento più debole, il diverso -, una propria artificiale e momentanea coesione.
Ne abbiamo un esempio nella ricorrente violenza dei giovani allo stadio, nel bullismo delle scuole e in certe manifestazioni di piazza che lasciano dietro di sé distruzione e macerie. Una generazione di giovani che ha avuto il rarissimo privilegio di non conoscere una vera guerra e di non essere stati mai richiamati sotto le armi, si diverte (perché si tratta di un gioco, anche se stupido e a volte tragico) a inventare delle piccole guerre, spinti dallo stesso istinto che muoveva l'orda primordiale.
Ma c'è una violenza ancora più grave e diffusa di quella dei giovani negli stadi e nelle piazze. Non parlo qui della violenza sui bambini, di cui si sono macchiati sciaguratamente non pochi elementi del clero; di essa si parla già abbastanza fuori di qui. Parlo della violenza sulle donne. Questa è una occasione per far comprendere alle persone e alle istituzioni che lottano contro di essa che Cristo è il loro migliore alleato.
Si tratta di una violenza tanto più grave in quanto si svolge spesso al riparo delle mura domestiche, all'insaputa di tutti, quando addirittura essa non viene giustificata con pregiudizi pseudo-religiosi e culturali. Le vittime si ritrovano disperatamente sole e indifese. Solo oggi, grazie al sostegno e all'incoraggiamento di tante associazioni e istituzioni, alcune trovano la forza di uscire  allo  scoperto  e  denunciare  i  colpevoli.
Molta di questa violenza è a sfondo sessuale. È il maschio che crede di dimostrare la sua virilità infierendo contro la donna, senza rendersi conto che sta dimostrando solo la sua insicurezza e vigliaccheria. Anche nei confronti della donna che ha sbagliato, che contrasto tra l'agire di Cristo e quello ancora in atto in certi ambienti! Il fanatismo invoca la lapidazione; Cristo, agli uomini che gli hanno presentato un'adultera, risponde:  "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei" (Giovanni, 8, 7). L'adulterio è un peccato che si commette sempre in due, ma per il quale uno solo è stato sempre (e, in alcune parti del mondo, è tuttora) punito.
La violenza contro la donna non è mai così odiosa come quando si annida là dove dovrebbe regnare il reciproco rispetto e l'amore, nel rapporto tra marito e moglie. È vero che la violenza non è sempre e tutta da una parte sola, che si può essere violenti anche con la lingua, non solo con le mani, ma nessuno può negare che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima è la donna.
Ci sono famiglie dove ancora l'uomo si ritiene autorizzato ad alzare la voce e le mani sulle donne di casa. Moglie e figli vivono a volte sotto la costante minaccia dell'"ira di papà". A questi tali bisognerebbe dire amabilmente:  "Cari colleghi uomini, creandoci maschi, Dio non ha inteso darci il diritto di arrabbiarci e pestare i pugni sul tavolo per ogni minima cosa. La parola rivolta a Eva dopo la colpa:  "Egli (l'uomo) ti dominerà" (Genesi, 3, 16), era una amara previsione, non una autorizzazione.
Giovanni Paolo ii ha inaugurato la pratica delle richieste di perdono per torti collettivi. Una di esse, tra le più giuste e necessarie, è il perdono che una metà dell'umanità deve chiedere all'altra metà, gli uomini alle donne. Essa non deve rimanere generica e astratta. Deve portare, specie chi si professa cristiano, a concreti gesti di conversione, a parole di scusa e di riconciliazione all'interno delle famiglie e della società.
Il brano della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato continua dicendo:  "Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte". Gesù ha conosciuto in tutta la sua crudezza la situazione delle vittime, le grida soffocate e le lacrime silenziose. Davvero, "non abbiamo un sommo sacerdote che non possa patire con noi nelle nostre debolezze". In ogni vittima della violenza Cristo rivive misteriosamente la sua esperienza terrena. Anche a proposito di ognuna di esse egli dice:  "L'avete fatto a me" (Matteo, 25, 40).
Per una rara coincidenza, quest'anno la nostra Pasqua cade nelle stessa settimana della Pasqua ebraica che ne è l'antenata e la matrice dentro cui si è formata. Questo ci spinge a rivolgere un pensiero ai fratelli ebrei. Essi sanno per esperienza cosa significa essere vittime della violenza collettiva e anche per questo sono pronti a riconoscerne i sintomi ricorrenti. Ho ricevuto in questi giorni la lettera di un amico ebreo e, con il suo permesso, ne condivido qui una parte. Dice: 
"Sto seguendo con disgusto l'attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli da parte del mondo intero. L'uso dello stereotipo, il passaggio dalla responsabilità e colpa personale a quella collettiva mi ricordano gli aspetti più vergognosi dell'antisemitismo. Desidero pertanto esprimere a lei personalmente, al Papa e a tutta la Chiesa la mia solidarietà di ebreo del dialogo e di tutti coloro che nel mondo ebraico (e sono molti) condividono questi sentimenti di fratellanza. La nostra Pasqua e la vostra hanno indubbi elementi di alterità, ma vivono ambedue nella speranza messianica che sicuramente ci ricongiungerà nell'amore del Padre comune. Auguro perciò a lei e a tutti i cattolici Buona Pasqua".
E anche noi cattolici auguriamo ai fratelli ebrei Buona Pasqua. Lo facciamo con le parole del loro antico maestro Gamaliele, entrate nel Seder pasquale ebraico e da qui passate nella più antica liturgia cristiana. (Le abbiamo recitate nell'Ufficio delle letture di ieri, dall'omelia pasquale di Melitone di Sardi): 
"Egli ci ha fatti passare"Egli ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà,
dalla tristezza alla gioia,
dal lutto alla festa,
dalle tenebre alla luce,
dalla servitù alla redenzione"
Perciò davanti a lui diciamo:  Alleluia" (Pesachim, x, 5 e Melitone di Sardi, Omelia pasquale, 68 ["Sources Chrétiennes" 123, p. 98]).



(©L'Osservatore Romano - 3 aprile 2010)(©L'Osservatore Romano - 3 aprile 2010)

da Europa del 24 marzo 2010da Europa del 24 marzo 2010

Un solo Bagnasco

I riassunti giornalistici dei discorsi (in termine tecnico “prolusioni”) che il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, rivolge al consiglio permanente dei vescovi italiani sono sempre necessariamente troppo poveri rispetto al testo di cui si parla.
E se poi il testo in questione è lungo venti pagine, come nel caso di quello letto l’altro ieri da Bagnasco, è chiaro che non bastano poche righe per coglierne tutti gli aspetti.
Circa l’aborto, tema indubbiamente centrale, Bagnasco non ha pronunciato un semplice no. Ha pronunciato piuttosto una condanna durissima della banalizzazione dell’aborto, sostenendo che con le risorse farmacologiche (pillola del giorno dopo, pillola dei cinque giorni) si torna paradossalmente e drammaticamente a quella privatizzazione e clandestinità del fenomeno che era proprio ciò che la legge 194 diceva di voler combattere. Spunto che andrebbe accolto per una riflessione seria.
E comunque nella prolusione non si è parlato solo di aborto. Si è parlato di diritto alla vita e dignità della vita, il che ne amplia di molto la portata. Tra i valori non negoziabili, secondo l’espressione ormai nota di Benedetto XVI, Bagnasco ha messo infatti anche l’accoglienza degli immigrati, il diritto al lavoro e alla casa, la difesa del creato, la lotta alla malavita. Nel suo ragionamento, tutti questi valori si tengono. Non si può essere per la vita e non fare nulla per dare lavoro e prospettive ai giovani. Non si può essere per la vita e non essere accoglienti verso i lontani che arrivano da noi per guadagnarsi onestamente da vivere. Non si può essere per la vita e inquinare i fiumi o privatizzare l’acqua.
È questione di coerenza.
Importante è la precisazione arrivata dallo stesso Bagnasco nella lettera firmata insieme agli altri vescovi della Liguria: se è vero che i cattolici, al momento del voto, devono scegliere i candidati che sono per la vita, è altrettanto vero che l’essere per la vita implica l’adesione convinta a tutti i valori menzionati sopra. Non è possibile una selezione personale. O li si accetta e li si difende in blocco, o si cade nell’incoerenza.
Nel ragionamento proposto dal cardinale ai suoi confratelli è poi importante la riflessione sul declino dell’Italia e sulla necessità di trovare le risorse per reagire. Risorse morali, certamente, che però hanno bisogno di trovare fondamenta solide in provvedimenti concreti, a partire dall’educazione.
E come dimenticare il dovere dell’onestà, richiamato in modo tanto esplicito a politici e amministratori? Rubare alla cosa pubblica, ha detto Bagnasco, non è un rubare di meno, ma un rubare di più. E sostenere che «tanto rubano tutti» non è una giustificazione, ma un’aggravante.
C’è, nel discorso del cardinale presidente dei vescovi, un’esplicita autocritica riguardante la Chiesa. Parte dai casi di pedofilia per coinvolgere lo stile di vita di tutti. Se non si sta con il Signore, se non si sta in lui, ogni deriva è possibile. Anche qui il richiamo è alla coerenza, e diventa durissimo perché in gioco c’è la credibilità della testimonianza cristiana, da cui dipende la vita stessa della Chiesa.
Mai come in questa occasione la prolusione di Bagnasco va letta integralmente.
Il pastore ha ricordato alle pecorelle i valori più importanti, ma non si è limitato a farne un elenco. Ha motivato.
E anche coloro che, come al solito, cercano di trarre profitto politico dalle sue parole dovrebbero avere per una volta l’onestà di prendere in considerazione la riflessione del cardinale nel suo complesso.

Aldo Maria Valli


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA GIORNATA MONDIALE
DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO (2010)

 "I migranti e i rifugiati minorenni"

Cari fratelli e sorelle,

la celebrazione della Giornata del Migrante e del Rifugiato mi offre nuovamente l'occasione di manifestare la costante sollecitudine che la Chiesa nutre verso coloro che vivono, in vari modi, l'esperienza dell'emigrazione. Si tratta di un fenomeno che, come ho scritto nell'Enciclica Caritas in veritate, impressiona per il numero di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili da rispettare sempre e da tutti (cfr n. 62). Il tema di quest'anno - "I migranti e i rifugiati minorenni" tocca un aspetto che i cristiani valutano con grande attenzione, memori del monito di Cristo, il quale nel giudizio finale considererà riferito a Lui stesso tutto ciò che è stato fatto o negato "a uno solo di questi più piccoli" (cfr Mt 25, 40.45). E come non considerare tra "i più piccoli" anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso da bambino ha vissuto l'esperienza del migrante perché, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria (cfr Mt 2,14).

Se la Convenzione dei Diritti del Bambino afferma con chiarezza che va sempre salvaguardato l'interesse del minore (cfr art. 3), al quale vanno riconosciuti i diritti fondamentali della persona al pari dell'adulto, purtroppo nella realtà questo non sempre avviene. Infatti, mentre cresce nell'opinione pubblica la consapevolezza della necessità di un'azione puntuale e incisiva a protezione dei minori, di fatto tanti sono lasciati in abbandono e, in vari modi, si ritrovano a rischio di sfruttamento. Della drammatica condizione in cui essi versano, si è fatto interprete il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nel messaggio inviato il 22 settembre del 1990 al Segretario Generale delle Nazioni Unite, in occasione del Vertice Mondiale per i Bambini. "Sono testimone - egli scrisse - della straziante condizione di milioni di bambini di ogni continente. Essi sono più vulnerabili perché meno capaci di far sentire la loro voce" (Insegnamenti XIII, 2, 1990, p. 672). Auspico di cuore che si riservi la giusta attenzione ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale. Vivere in un paese straniero senza effettivi punti di riferimento crea ad essi, specialmente a quelli privi dell'appoggio della famiglia, innumerevoli e talora gravi disagi e difficoltà.

Un aspetto tipico della migrazione minorile è costituito dalla situazione dei ragazzi nati nei paesi ospitanti oppure da quella dei figli che non vivono con i genitori emigrati dopo la loro nascita, ma li raggiungono successivamente. Questi adolescenti fanno parte di due culture con i vantaggi e le problematiche connesse alla loro duplice appartenenza, condizione questa che tuttavia può offrire l'opportunità di sperimentare la ricchezza dell'incontro tra differenti tradizioni culturali. È importante che ad essi sia data la possibilità della frequenza scolastica e del successivo inserimento nel mondo del lavoro e che ne vada facilitata l'integrazione sociale grazie a opportune strutture formative e sociali. Non si dimentichi mai che l'adolescenza rappresenta una tappa fondamentale per la formazione dell'essere umano.

Una particolare categoria di minori è quella dei rifugiati che chiedono asilo, fuggendo per varie ragioni dal proprio paese, dove non ricevono adeguata protezione. Le statistiche rivelano che il loro numero è in aumento. Si tratta dunque di un fenomeno da valutare con attenzione e da affrontare con azioni coordinate, con misure di prevenzione, di protezione e di accoglienza adatte, secondo quanto prevede anche la stessa Convenzione dei Diritti del Bambino (cfr art. 22).

Mi rivolgo ora particolarmente alle parrocchie e alle molte associazioni cattoliche che, animate da spirito di fede e di carità, compiono grandi sforzi per venire incontro alle necessità di questi nostri fratelli e sorelle. Mentre esprimo gratitudine per quanto si sta facendo con grande generosità, vorrei invitare tutti i cristiani a prendere consapevolezza della sfida sociale e pastorale che pone la condizione dei minori migranti e rifugiati. Risuonano nel nostro cuore le parole di Gesù: "Ero forestiero e mi avete ospitato" (Mt 25,35), come pure il comandamento centrale che Egli ci ha lasciato: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, ma unito all'amore al prossimo (cfr Mt 22,37-39). Questo ci porta a considerare che ogni nostro concreto intervento deve nutrirsi prima di tutto di fede nell'azione della grazia e della Provvidenza divina. In tal modo anche l'accoglienza e la solidarietà verso lo straniero, specialmente se si tratta di bambini, diviene annuncio del Vangelo della solidarietà. La Chiesa lo proclama quando apre le sue braccia e opera perché siano rispettati i diritti dei migranti e dei rifugiati, stimolando i responsabili delle Nazioni, degli Organismi e delle istituzioni internazionali perché promuovano opportune iniziative a loro sostegno. Vegli su tutti materna la Beata Vergine Maria e ci aiuti a comprendere le difficoltà di quanti sono lontani dalla propria patria. A quanti sono coinvolti nel vasto mondo dei migranti e rifugiati assicuro la mia preghiera e imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 16 ottobre 2009

BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana


Memoria e definizione dello sterminio degli ebrei

Perché Shoah e non Olocausto

di Mordechay Lewy

Ambasciatore di Israele presso la Santa Sede

Per chiarezza qualsiasi discorso sulla Shoah dovrebbe affermare che essa è il male estremo. Un evento che proietta la sua ombra su ogni  risultato  che  il  progresso  umano  possa  raggiungere,  che ha scatenato  una  crisi di valori identificati con  la  civiltà  occidentale  e  ha  scosso  la  fede dell'umanità nell'esistenza di Dio.

All'inizio degli anni Novanta, durante un incontro con gli ambasciatori, un anziano funzionario del ministero degli Esteri israeliano disse che il ricordo della Shoah si sarebbe dovuto mantenere come intima memoria privata piuttosto che come esposizione in pubblico delle sofferenze e dei traumi. Solo così il ricordo sarebbe rimasto autentico e immune da banalità e strumentalizzazioni.

Queste osservazioni, benché di grande impatto, contrastano con l'esperienza pubblicamente condivisa sul modo in cui creare e conservare una cultura della memoria. Queste dichiarazioni sembrano di fatto minare alla base un certo concetto dell'ethos israeliano che lega la Shoahalla costituzione della patria ebraica. Già prima della Shoah si pensava che la ragion d'essere dello Stato d'Israele più che la mera realizzazione del sogno di ritornare nella Terra promessa, fosse creare un porto sicuro per il popolo ebraico, disperso e perseguitato nella diaspora. Come conseguenza della Shoah è emersa un'ulteriore nozione:  che non si sarebbe mai più permesso il verificarsi di una catastrofe simile. Israele non è stato fondato a motivo della Shoah, ma se fosse stato creato prima, essa si sarebbe evitata. Sembra dunque che gli israeliani siano destinati a vivere in uno stato permanente di paranoia giustificata. Il 12 agosto 2009 "The New York Times" ha attribuito grande importanza alla questione in un articolo intitolato:  "È tutto troppo tranquillo per gli israeliani? Cresce l'apprensione per capire quale asso i nemici nascondono nella manica". Pare che gli israeliani non si permettano il lusso di concepire una vita quotidiana priva di minacce. L'altra faccia di questa medaglia è l'assunzione di un atteggiamento eroico motivato dall'essere israeliani, invece che gli ebrei massacrati, indifesi e privi di un proprio Stato. Senza dubbio coltivare la memoria collettiva di un evento così traumatico, unico nel suo genere, è una necessità perché, con il trascorrere del tempo, i sopravvissuti scompaiono e il ricordo dei fatti potrebbe sbiadire. I primi anni Cinquanta furono caratterizzati dal silenzio delle vittime e degli aguzzini, un silenzio che lentamente si ruppe alla fine di quel decennio e durante gli anni Sessanta. Nonostante il processo Eichmann abbia portato a elaborare una nuova formulazione della Shoah fra i membri della seconda generazione - sia delle vittime sia degli aguzzini - è stata proprio la seconda generazione a promuovere più di ogni altra la cultura della memoria della Shoah. Si ritiene che la memoria si mantenga viva grazie alla ripetizione. Il tema della Shoah divenne una parte essenziale della letteratura postbellica e dei mezzi visivi di comunicazione sociale. Tuttavia l'avere modellato con successo una cultura della memoria ha causato anche effetti negativi. Con il passare dei decenni, da quell'evento unico emerse il problema della sua rilevanza, specialmente quando quegli eventi indescrivibili dovevano essere spiegati alle generazioni più giovani. Con il trascorrere del tempo nulla fu più così ovvio e, forse inevitabilmente, si aprì la strada alla banalizzazione. Inoltre, poiché per correttezza politica si usava il termine "olocausto" per descrivere il male estremo, la tentazione di etichettare altri eventi come olocausti divenne politicamente conveniente. Olocausti in Biafra, in Cambogia, in Burundi o nel Darfur hanno riempito i titoli dei media, contribuendo a richiamare l'attenzione su eventi che lo meritavano. Tuttavia lo scotto da pagare è stato il venir meno dell'unicità della Shoah e della sua memoria. Il termine "olocausto" si è politicamente inflazionato. È divenuto un mezzo per definire afflizioni politiche e umane di ogni tipo. "Olocausto" è la traduzione in greco del termine ebraico olah, adottata dalla versione dei Settanta. Olah è un sacrificio in cui tutto viene bruciato sull'altare. Secondo la Torahl'uso di questo termine religioso non riguardava gli esseri umani ma nel libro di Geremia (19, 4-5) i tanto esecrati sacrifici umani del culto pagano di Baal sono definiti, al plurale olot. La Bibbiadi Donay-Rheims (edizione del 1750), che ha cercato di restare il più possibile fedele alla versione dei Settanta, offre la seguente traduzione:  "E hanno fabbricato altari a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli in olocausto a Baal:  cose che io non comandai, né mai mi vennero in mente". Non è noto se lo stesso termine greco holòkauston si riferisse a un rito sacrificale pagano o ebraico. Nell'Anabasi, molto antecedente alla traduzione della Bibbia in greco, Senofonte utilizza la forma verbale holokàutei in riferimento al rito sacrificale pagano greco. Il testo di Senofonte è stato letto praticamente da ogni classe istruita nel corso di tutta la storia europea. Anche per questo i termini "sacrificio" e "olocausto" sono stati spesso associati ai riti pagani, con il significato di "offerta interamente bruciata". Nella Encyclopédie (1765) di Diderot e D'Alambert, la voce Olocausto, in trenta righe, non fa alcun riferimento a ebrei o a pratiche ebraiche, ma solo a sacrifici in onore di "divinità infernali". Nel 1929 Winston Churchill definì le atrocità turche contro gli armeni come "olocausto amministrativo". D'altra parte, a New York, nel 1932, un annuncio pubblicitario di una grande svendita promozionale affermava che tappeti orientali e nazionali erano oggetto  di un "grande olocausto del prezzo". Il termine "olocausto" per indicare lo sterminio nazista degli ebrei fu utilizzato per la prima volta nel novembre 1942 inun editoriale del "Jewish Frontier". Tuttavia, anche dopo il 1945, non è mai divenuto un sinonimo preciso di sterminio degli ebrei, infatti, fino ai primi anni Sessanta, era usato principalmente nel contesto della catastrofe nucleare. Fu il pensatore cattolico François Mauriac, nel 1958, nella prefazione al libro di Eli Wiesel La notte ad adottare il significato religioso del termine "olocausto" utilizzato in Geremia 19, 4-5 per indicare grave peccato:  "Per Wiesel (...) Dio è morto (...) il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe si è dileguato per sempre (...) nel fumo dell'olocausto preteso dalla razza, la più ingorda di tutti gli idoli". L'interpretazione di Mauriac può condurre alla possibilità della formulazione di un impegno cattolico vincolante che dovrebbe considerare la negazione dell'"olocausto" un peccato contro Dio. È interessante osservare come il nome della legge israeliana che nel 1953 istituì lo Yad Vashem sia Remembrance Authority of the Disaster and Heroism. In questo caso il termine Shoah è stato tradotto con "disastro" o "catastrofe", resa abbastanza precisa del suo significato biblico. Il termine "olocausto" per indicare lo sterminio degli ebrei era dunque usato raramente e, perfino negli anni Sessanta, sempre insieme all'aggettivo "ebraico" o ad altri. Negli anni Settanta, nelle pubblicazioni americane l'uso del termine divenne più frequente per indicare lo sterminio degli ebrei. Nel 1978 la serie televisiva statunitense Holocaust fu trasmessa in tutto il mondo occidentale. E tuttavia il termine non poteva identificarsi esclusivamente con lo sterminio degli ebrei. Sono numerosi i motivi per cui è divenuto preferibile il termine Shoah per indicare l'evento, unico nel suo genere, dell'uccisione sistematica e meccanizzata che portò allo sterminio di un terzo del popolo ebraico. In primo luogo, esso offre un'alternativa ai significati, in qualche modo vaghi, del termine "olocausto". L'unicità è meglio mantenuta con il termine Shoah. In secondo luogo, utilizzando il termine Shoah si può mostrare rispetto e solidarietà alle vittime e al modo in cui esse stesse esprimono la propria memoria nella loro lingua ebraica. Più probabilmente dobbiamo questa sostituzione di termini al regista Claude Lanzmann, che, nel 1985, haintitolato il suo acclamatissimo documentario di nove ore proprio Shoah. Ciò ha reso internazionalmente nota questa parola ebraica. La scelta è condivisa anche da Benedetto XVI, che, in occasione del settantesimo anniversario della "notte dei cristalli", ha definito, il 9 novembre 2008, "quel triste avvenimento" inizio della "sistematica e violenta persecuzione degli ebrei tedeschi, che si concluse nella Shoah". Gli ebrei, fin dalla seconda generazione dei sopravvissuti alla Shoah, hanno sviluppato un atteggiamento paranoico per evitare la dimenticanza. Ciò viene mitigato dalla ripetizione o, in altre parole, dalla memoria ritualizzata. A tutt'oggi accomunare la loro unica esperienza di vittime con le atrocità commesse contro altre nazioni sembra equivalere al tradimento di un lascito trasmesso alle generazioni di ebrei sopravvissuti a quell'evento. Infatti, se la possibile conseguenza della memoria è la banalizzazione, il prezzo  della  dimenticanza  è molto più alto. Per questo all'entrata dello Yad Vashem si possono leggere le parole attribuite al fondatore del movimento chassidico, il Ba'al Shem Tov:  "La  memoria è la fonte della redenzione".

(©L'Osservatore Romano - 21 ottobre 2009)


Due Papi e la Trasfigurazione

di Robert Imbelli di Robert Imbelli di Robert Imbelli di Robert Imbelli
di Robert Imbelli

La Trasfigurazione, una delle feste teologicamente più ricche, rivela il vero volto del Signore, Figlio amato del Padre, e il destino a cui i discepoli e tutti gli uomini siamo chiamati, svelando la verità di Cristo e dell'intera umanità, come racconta san Marco:  "Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro" (9, 2).
Alcuni Padri della Chiesa hanno inteso le parole "sei giorni dopo" come un annuncio del compimento della creazione. La creazione di Adamo ed Eva da parte di Dio si compie cioè nella rivelazione dell'uomo vero, il nuovo Adamo, Gesù Cristo, nel quale la gloria di Dio dimora fisicamente.
Inoltre, la progressiva educazione dell'umanità da parte di Dio, attraverso la paziente pedagogia della Torah e dei Profeti, culmina nel Figlio di Dio. Pertanto, Mosè ed Elia appaiono avvolti nella luce, la cui fonte è Cristo. La loro testimonianza è stata un'anticipazione della gloria pienamente rivelata in Cristo, le loro parole un'eco della Parola del Padre diventata umana in Gesù.
NellaCaritas in veritate il Papa scrive:  "Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale" (n. 78). Questo tema, caro a Paolo VI, ispira la dottrina sociale della Chiesa e spinge a ricercare lo sviluppo umano integrale. Attingendo alla Populorum progressio, l'enciclica di Benedetto XVI sottolinea che "la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità:  se non è di tutto l'uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo" (n. 18).
L'umanesimo integrale esalta la dignità di ogni persona dal concepimento alla morte naturale. Riconosce i bisogni materiali e spirituali della famiglia umana. Promuove la giustizia sociale e attribuisce il posto più elevato al bene comune. Sa che il servizio a questo bene esige una solidarietà concreta ed efficace a ogni livello. Riconosce che il destino dell'umanità è collettivo e che il suo fine ultimo è la comunione dei santi, che vivono con Dio per l'eternità. Un umanesimo davvero integrale contempla l'umanità e tutto il creato alla fine trasfigurati in Cristo.
In questa luce, pertanto, si può celebrare la Trasfigurazione come la festa in cui la Chiesa proclama la sua visione dell'umanesimo integrale. Il contemplare la bellezza del Cristo trasfigurato fa sì che i discepoli desiderino che il mondo intero sia avvolto dalla luce trasfigurata e agiscano con audacia secondo questo santo desiderio.
Ma la Trasfigurazione rivela anche "il prezzo del discepolato" (Dietrich Bonhoeffer). Nel racconto di san Luca, Mosè ed Elia parlano con Gesù del "suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (9, 31). La piena portata dell'amore di Gesù, la sua caritas in veritate, si manifesta solo nel mistero pasquale. La nuova vita trasfigurata può essere ottenuta solo attraverso la morte del vecchio Adamo in noi, affinché possiamo rinascere alla novità della vita trasfigurata.
Per vivere fedelmente il cammino della fede serve un rinnovato impegno a seguire il Cristo trasfigurato. La visione cristiana di un umanesimo integrale deve essere incarnata in una spiritualità integrale in cui preghiera e azione, verità e amore, responsabilità individuale e giustizia sociale formano un insieme inconsutile.
La Caritas in veritate è permeata dalla convinzione che occorrano disciplina spirituale e conversione costante:  "Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i "cuori di pietra" in "cuori di carne" (Ezechiele, 36, 26), così da rendere "divina" e perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra" (n. 79).
Paolo VI ha manifestato questo mistero nella sua vita. L'immagine del Signore trasfigurato ha dato energia al cuore della sua spiritualità e della sua speranza per la Chiesa e l'umanità. È una meravigliosa grazia della Provvidenza che questo Papa sia morto la sera della festa, il 6 agosto 1978.
Tra le ultime parole ascoltate da Paolo VI, nella messa della festa, c'erano probabilmente quelle della seconda lettera di Pietro (1, 17-19), che sono una testimonianza di questo grande Pontefice. Gesù "ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce della maestosa gloria:  "Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale ho posto il mio compiacimento". Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino".


(©L'Osservatore Romano - 5 agosto 2009)


Lettera agli amici di don Claudio Bucciarelli


Da L'Osservatore Romano del 14/5/09

Al Medio Oriente non servono né armi né muri

di Giuseppe Fiorentino

Una visita radicata nella storia, ma proiettata verso il futuro. Una visita che ha toccato le questioni più scottanti del nostro tempo. Così il presidente d'Israele Shimon Peres definisce il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, durante una conversazione telefonica con chi scrive e con il direttore de "L'Osservatore Romano", Giovanni Maria Vian, avvenuta nelle ore in cui il Papa si trovava a Betlemme, nei Territori Palestinesi.Il viaggio è ancora in corso, ma il presidente Peres tira già un primo bilancio delle giornate trascorse dal Pontefice in Israele e del messaggio che da esse scaturisce. La prima lezione, a suo avviso, riguarda la necessità di impedire che l'antisemitismo si diffonda di nuovo. Secondo Peres la minaccia più grave del nostro tempo è però il terrorismo, che diventa ancora più pericoloso quando cerca motivazioni religiose. "È come - afferma - se non ci fosse più un solo Dio, ma due: un Dio della pace e della fratellanza, l'altro della violenza e del terrore, che permette di uccidere e di usare la religione come copertura dei più terribili peccati". Nessuno meglio del Papa, con la sua autorità spirituale - ammette Peres - può esprimere il rifiuto di una religione che giustifichi la violenza. Ma l'eredità che la visita di Benedetto XVI lascerà sta soprattutto nel suo tentativo di diffondere uno spirito di comprensione reciproca in un'area di conflitto.

Sin dall'inizio del suo pellegrinaggio in Terra Santa, il Papa ha sottolineato che sarebbe stato un viaggio compiuto nel rispetto del diritto di tutti. Pensa che questo messaggio possa essere compreso dai popoli del Medio Oriente nell'attuale situazione della regione?

L'intero messaggio diffuso dal Papa è stato un messaggio positivo e potrebbe avere riflessi importanti. È necessario forse combinare i discorsi che ha pronunciato all'aeroporto e allo Yad Vashem per avere un'idea chiara del messaggio recato da Benedetto XVI.

Durante la visita allo Yad Vashem il Papa ha chiaramente espresso una ferma condanna della Shoah. Secondo lei le parole di Benedetto XVI chiariranno definitivamente la sua posizione sulla Shoah e sull'antisemitismo?

Certamente sì, ma il messaggio più forte è forse quello lanciato nel discorso all'arrivo.

Più di una volta, il Papa ha parlato del ruolo delle tre religioni monoteistiche nella costruzione di una pace duratura. Come può essere svolto questo ruolo nel contesto del Medio Oriente?

C'è da considerare la divisione del mondo musulmano tra sciiti e sunniti, con la maggioranza sunnita che non accetta l'egemonia iraniana. I sunniti, come gli ebrei e i cristiani, vogliono vedere i popoli del Medio Oriente in pace come comuni figli di Abramo, senza conflitti che non sarebbero più necessari. Ciò che comincia a emergere in Medio Oriente è una tendenza a non essere più soddisfatti da accordi bilaterali, ma a cercare accordi regionali per la pace e la coesistenza pacifica, comprendendo che la democrazia moderna non è il diritto a essere uguali, ma l'eguale diritto a essere differenti. Dove tutte le preghiere possano salire al cielo senza interferenze e senza censure.

Come valuta la politica di apertura della nuova Amministrazione statunitense verso l'Iran?

Lasciamoli provare. Ma dubito che avranno successo. Per il momento la posizione espressa dall'Iran nei confronti di Israele per il mio Paese non è accettabile.

È ancora valida la visione dei due Stati indipendenti, limitrofi e in pace l'uno con l'altro?

Sì, è ancora valida. Il precedente Governo di Israele l'aveva accettata e il primo ministro attuale ha affermato che si conformerà alle risoluzioni del Governo precedente. Questa è la posizione reale, indipendentemente da ogni altra interpretazione.

Quale sarà il futuro di Israele e del Medio Oriente?

Bisogna fermare l'uso delle armi e della violenza. Bisogna fermare i muri. Nessuno in definitiva vuole i muri, di cui tutti pagano costi altissimi. Bisogna poi permettere alla gente di entrare in una nuova era di scienza e tecnologia che non è in contraddizione con le Scritture. Si può vivere come credenti nell'era della scienza. Non c'è contrasto, come sottolinea il Papa stesso. Ma prima di tutto dobbiamo aprire le frontiere e i cuori per permettere ai nostri figli di vivere un futuro di pace.

Non nascondere i problemi ma mediare per la loro soluzione
 

(Dall'intervento di don Guerino Di Tora alla presentazione dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni 2009)
 

Anche nel corso di questa fase di crisi si aggiungono annualmente alla popolazione romana migliaia e migliaia di nuove persone tra nuovi nati, minori o altri parenti che si ricongiungono e nuovi lavoratori che arrivano dall’estero. La domanda fondamentale rimane sempre la stessa: i nostri problemi sono da addebitare unicamente o in prevalenza agli immigrati? Essi, in ultima analisi, sono un problema o una risorsa?

Molti italiani sono portati a inquadrarli in maniera negativa e a considerarli, specie in questa difficile congiuntura, la causa prevalente dei propri disagi. Nell’introduzione all’Osservatorio mi sono appositamente soffermato sulla infondatezza e sui rischi di questa impostazione, proponendone un’altra – come cittadino e ancor di più come cristiano - improntata alla speranza e alla fiducia nella convivenza.

L’immigrazione come uno specchio che riflette i problemi incontrati nel Paese di accoglienza, che erroneamente riteniamo importati. Una grande città come Roma soffre, insieme ai Comuni vicini, dei mali tipici dei grandi agglomerati urbani. Da un lato sussistono possibilità più elevate per il tenore di vita, i servizi e l’ambiente, lo svago, la stessa occupazione (anche se non per tutti), per d’altro lato si riscontra un basso livello di soddisfazione degli abitanti e una situazione precaria dell’ordine pubblico. Aspetti di eccellenza si uniscono a situazioni insoddisfacenti. Basti pensare alla gravità del problema casa, una questione che è andata peggiorando dai primi anni ’90, causando disagi a italiani e immigrati, facendo lievitare i prezzi, e aumentando gli sfratti: questa emergenza è contrassegnata dalla necessità di almeno 80.000 alloggi, in buona parte popolari, o addirittura il doppio secondo i costruttori edili romani. Gli immigrati, come si vede, risentono di questa carenza senza averla determinata.

Roma, insieme a Milano, si colloca in fondo alla classifica per i fenomeni di microcriminalità, come borseggi e scippi, e anche altri reati, dove anche gli stranieri sono coinvolti senza però esserne gli unici protagonisti, come abbiamo spiegato nel Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Anche se questa convinzione è dura a morire, è assolutamente infondato stabilire una corrispondenza automatica tra aumento dell’immigrazione e aumento della delinquenza. In ogni modo, alla fine del 2008 Roma è stata indicata dalla Questura come una città più sicura con una diminuzione complessiva dei reati del 20%, mentre a preoccupare le forze dell’ordine è specialmente la criminalità organizzata alla quale si è unita quella di importazione (‘ndrangheta, mafia, camorra e anche malavita) impegnandosi nel riciclaggio del denaro.

È fondato concludere che, così come per gli aspetti positivi dell’andamento della città il merito va parzialmente agli immigrati, lo stesso si deve dire per gli aspetti negativi che sono di natura strutturale e di vecchia data. Di essi il “sistema Italia” non può fare a meno, perché rappresentano per l’economia un forte vantaggio, per le tasse che pagano e la ricchezza che producono, che peraltro non trovano un adeguato riscontro nei servizi loro erogati. Dal punto di vista umano, poi, la grande indagine che abbiamo condotto lo scorso anno su circa 1.000 persone segnalate dalle associazioni degli immigrati, ha mostrato che sono amichevoli nei nostri confronti, tenaci nel lavoro e anche capaci accontentarsi: una buona base per costruire una convinta politica di convivenza.

 

La dottrina sociale della Chiesa e l’accoglienza degli immigrati. Le classi più disagiate non sono una realtà da cui difendersi e non è giusto che su di esse vengano scaricati i problemi della città. Purtroppo, i poveri ieri e gli immigrati oggi rischiano di essere inquadrati sotto l’ottica della pericolosità e dell’instabilità sociale, che invece si ricollegano ad altre ragioni. Nella dottrina sociale della Chiesa troviamo alcune costanti che possono essere a tutti di grande aiuto nella riflessione: l’attenzione evangelica va a quelli che anno di meno; le migrazioni sono un fenomeno da apprezzare e tutelare; la vita va difesa in tutti gli stadi del suo ciclo.

Benedetto XVI, intervenendo nel mese di giugno 2008 all’annuale convegno diocesano per tracciare il programma di attività, ha insistito sull’apertura al futuro perché “è diffusa la sensazione che per l’Italia e l’Europa gli anni migliori siano alle spalle e che il futuro sia solo di incertezza e precarietà per le giovani generazioni”. Per il Pontefice bisogna farsi carico dello “sforzo per rendere più bello, più umano e fraterno il volto di questa nostra città”, occupandosi perciò di tutti, senza esclusioni.

Voglio qui ribadire, con le stesse parole del Pontefice, che “come Chiesa condivideremo l’impegno per rendere la nostra città più sicura e vivibile, per tutti e specie per i più poveri, ma anche perché non sia escluso l’immigrato che viene tra noi per trovare uno spazio di vita nel rispetto delle nostre leggi”.


 

1. Una "good bank" per favorire lo sviluppo. La finanza può fare miracoli

di Ettore Gotti Tedeschi, 30 gennaio 2009


La finanza è solo uno strumento. Uno strumento recentemente male utilizzato e, di conseguenza, troppo vituperato. Esso può invece essere usato per fare del bene. In un certo senso, la finanza può fare miracoli. L'occasione c'è, ed è la soluzione alla crisi in corso. Il modo c'è, ed è la progettazione di una "good bank" che finanzi un progetto planetario per la soluzione della crisi e che rappresenti la copertura a termine della "bad bank" proposta in questi mesi.

Nel biennio 1939-1940 vennero emessi prestiti per finanziare la seconda guerra mondiale e, in seguito, altre obbligazioni per finanziare il piano Marshall. La tragedia della guerra risolse – se così si può dire – i problemi di disoccupazione. Il piano Marshall risolse i problemi di povertà, garantendo la ricostruzione dell'Europa postbellica. Entrambe le iniziative risolsero i problemi economici americani.

La guerra da finanziare oggi per sconfiggere la crisi è invece la guerra alla povertà globale. La ricostruzione da garantire oggi è quella dei paesi poveri.

Potrà sembrare una contraddizione, ma solo coinvolgendo tutto il mondo in uno sforzo superiore si potranno riassorbire, prima e meglio, gli effetti della crisi. Dopo il discorso di insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, si può auspicare che venga lanciato un "piano Obama" per sconfiggere la crisi, combattendo la povertà e permettendo così, non solo alla sua nazione ma all'umanità intera, di uscire dalla congiuntura negativa.

Nel 1939 si risolsero i problemi di sostegno produttivo e di disoccupazione armando soldati e costruendo cannoni. Nel 1946 ricostruendo una Europa semidistrutta. Oggi si può sostenere la capacità produttiva – molto più globale e a costi molto più bassi – con un piano di interventi a favore dei paesi poveri, per soddisfare la loro domanda potenziale e per avviare attività economiche adeguate attraverso investimenti in opere infrastrutturali.

I paesi poveri sono quindi l'oggetto della ricostruzione di oggi. Il progetto di una guerra alla povertà per affrontare la crisi darebbe immediatamente il via a iniziative economiche indotte e ai conseguenti investimenti. Si alimenterebbe di nuovo l'iniziativa imprenditoriale e le borse premierebbero le imprese coinvolte, garantendo sostegno alla loro capacità produttiva.

Quanto vale questo progetto e come finanziarlo? Può valere quanto l'assorbimento della bolla che dovrebbe gravare sulla "bad bank" di cui tanto si parla e, come quest'ultima, potrebbe esser finanziato con un prestito cinquantennale da fare sottoscrivere a tutti i paesi ricchi del mondo. Probabilmente spaventa anche solo l'ipotesi di una stima delle risorse necessarie. Ma dovrebbe spaventare di più la mancanza di vere alternative. Si dovrebbe invece ragionare in termini di costi e di ricavi, in termini di opportunità, come fu fatto quando si decise di finanziare la seconda guerra mondiale e il successivo piano di ricostruzione.

Oggi sono necessarie maggiori risorse. Ma oggi il mondo – entrato nel ciclo economico di produzione e benessere – ha capacità ben superiori di quello di settant'anni fa. Per assorbire la grande bolla che confluirà nella "bad bank" è necessario quindi un progetto di copertura produttiva di vera ricchezza sostenibile: la copertura a termine della "bad bank" va fatta con la "good bank". Per assorbire le perdite passate è necessaria un'economia mondiale totale di crescita e benessere.

Come fu per l'Europa, rilanciata con il piano Marshall, che in dieci anni riprese a crescere fino a produrre un boom economico, così potrà avvenire – sia pure con fasi e processi diversi – per le economie dei paesi più poveri che fra venti o trent'anni potrebbero cominciare a ripagare il debito producendo a loro volta benessere e ricchezza. Così è stato negli ultimi vent'anni in Asia, dove ora ci sono economie che stanno addirittura sostenendo le nostre. La solidarietà paga anche in termini concreti.

Si tratta di un progetto coraggioso e complesso. Non produrrà subito i risultati sperati e molti saranno gli ostacoli. Ma è un progetto fattibile, e lo è usando proprio la finanza. Che potrebbe così recuperare il suo vero senso. Quello buono.

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2. Una sfida globale. Crisi economica e sradicamento della povertà

di Gordon Brown, 19 febbraio 2009


Da Rio a Roma e da Lagos a Londra ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide economiche della nostra generazione. In quella che sarà probabilmente definita dagli storici come la prima crisi economica di livello davvero mondiale, le previsioni di crescita per il 2009 sono state ritoccate in quanto vicine allo zero, c'è un crollo del commercio e dei flussi di capitale e si sta estendendo la disoccupazione.

La crisi finanziaria ed economica minaccia l'occupazione e le prospettive delle famiglie di ogni paese e di ogni continente. In tutta Europa, migliaia di persone si trovano improvvisamente senza lavoro e sono sempre più preoccupate per il proprio futuro. Ma si tratta di tendenze internazionali, che hanno impatto anche sui più poveri in Africa, Asia e altrove. Qui la crisi economica significherà fame per altri milioni di persone, meno istruzione e meno servizi sanitari. So che la Chiesa cattolica e il Santo Padre condividono queste preoccupazioni. I paesi più poveri vedono che ogni fonte di finanziamento del proprio sviluppo – esportazioni e domanda di derrate alimentari, commercio e project finance, aiuti, rimesse, flussi di capitale – è stata colpita dalla dimensione e dall'estensione senza precedenti di questa crisi.

Nel Regno Unito stiamo usando ogni mezzo a nostra disposizione perché la recessione sia per quanto possibile breve e poco profonda. Ma la recessione globale richiede una risposta globale, se vogliamo che le nostre misure abbiano successo. Il 2 aprile prossimo il G20 – cioè la riunione dei leader dei paesi più grandi e più ricchi del mondo, che rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e il 90 per cento dell'economia globale – si riunirà a Londra per discutere questa risposta.

Riuscirci è di vitale importanza. Altrimenti, la recessione sarà più profonda, più lunga e colpirà un numero maggiore di persone. Se non risolveremo gli effetti della crisi, la Banca Mondiale stima che da oggi al 2015 nel mondo in via di sviluppo altri 2,8 milioni di bambini potrebbero morire prima di aver compiuto cinque anni. È come se l'intera popolazione di Roma morisse nei prossimi cinque anni.

Non ci potrebbero quindi essere ragioni morali più valide di queste. Ma non si tratta più solo di ragioni morali. Questa crisi ci ha dimostrato che non possiamo permettere che i problemi si aggravino in un paese, poiché di riflesso il loro impatto sarà avvertito da tutti. È dunque nostro dovere comune far sì che le esigenze dei paesi più poveri non siano un pensiero secondario, a cui si aderisce per obbligo morale o per senso di colpa. È ora di vedere i paesi in via di sviluppo inseriti nelle soluzioni internazionali di cui abbiamo bisogno. Ed è fondamentale che queste soluzioni internazionali tengano conto dei paesi in via di sviluppo.

La nostra risposta globale deve perciò in primo luogo prevedere finanziamenti maggiori, migliori e più rapidi da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, che possano contribuire a salvaguardare gli investimenti nella sanità e nell'istruzione e a stimolare le economie. Uno stimolo internazionale funzionerà soltanto se avrà davvero carattere globale. Per troppo tempo solo i paesi ricchi sono stati in grado di introdurre capitali nelle proprie economie nei periodi difficili. Questa volta deve essere diverso.

Ho già avviato colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e altri organismi per elaborare proposte che, se accolte dal G20, potrebbero immettere miliardi di dollari nelle economie dei paesi in via di sviluppo. Come secondo punto, sono necessarie riforme delle istituzioni finanziarie internazionali per dare più voce al mondo in via di sviluppo, rendendo le istituzioni più efficaci, legittime e sensibili. E come terzo punto, occorre trovare le vie per mobilitare le risorse a salvaguardia dei più poveri, come il Global Vulnerability Fund, che può essere mirato in modo specifico ai più poveri e più vulnerabili.

Per i cambiamenti climatici, inoltre, dobbiamo fare in modo che la crisi dell'economia non ci distolga dal far fronte a quella del clima. Dobbiamo cogliere il momento per garantire investimenti nelle industrie verdi che ci preparino per il futuro, invece di mettere a repentaglio le generazioni che verranno.

Dobbiamo inoltre cercare di mettere in moto il commercio internazionale. Sappiamo che rifugiarci nel protezionismo ci renderà tutti più poveri, ma questo è anche un momento di opportunità. Se sapremo sfruttare lo slancio politico per concludere l'accordo di Doha sul commercio, si valuta che l'economia mondiale potrebbe beneficiarne per 150 miliardi di dollari. La Santa Sede ha sostenuto con forza un accordo commerciale favorevole ai poveri, e io spero che questa voce sia finalmente ascoltata.

Come politico so che quando le religioni mobilitano le proprie risorse, ne viene vivamente avvertito l'impatto. Abbiamo appena assistito al ruolo preminente delle religioni nell'ambito della più larga alleanza formatasi per sostenere gli obiettivi di sviluppo del millennio nell'evento di alto livello dello scorso settembre a New York.

Valori religiosi, come la giustizia e la solidarietà – valori che affermano che i bambini poveri, come quelli ricchi, devono avere accesso a vaccini e medicinali – hanno portato Regno Unito e Santa Sede a sostenere insieme l'International Finance Facility for Immunisation e gli Advanced Market Commitment. L'acquisto da parte del papa nel 2006 del primo bond per l'immunizzazione è stato espressione tangibile dell'impegno comune di Santa Sede e Regno Unito a favore dello sviluppo internazionale. Grazie a questo bond, sono stati raccolti oltre un miliardo e seicento milioni di dollari, e 500 milioni di bambini saranno immunizzati fra il 2006 e il 2015 – portando a cinque milioni i bambini salvati.

Lo scorso 18 giugno papa Benedetto ha sollecitato attraverso il suo segretario di Stato una "risposta efficace alle crisi economiche che affliggono diverse regioni del pianeta" e l'attuazione di "un piano d'azione internazionale concertato volto a liberare il mondo dalla povertà estrema". Io sostengo questo appello. Il vertice di Londra ad aprile deve vederci rispondere alla sfida.

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3. L'intervento di Gordon Brown sulla crisi economica. Lezione d'inglese

di Ettore Gotti Tedeschi, 22 febbraio 2009


Molti ritengono che le grandi crisi siano anche – o forse soprattutto – crisi morali. Anche l'attuale crisi economico-finanziaria non si sottrae a questa regola, essendo stata provocata da scelte di sviluppo egoistiche e insostenibili, che hanno poi scatenato i peggiori "spiriti animali" nel mondo della finanza.

Su "L'Osservatore Romano" dello scorso 19 febbraio il primo ministro britannico Gordon Brown è sembrato volere esprimere la ricerca di una autorità morale necessaria alla soluzione della crisi, riconoscendo implicitamente l'insostenibilità dell'autonomia morale dell'economia. Avanzando anche la proposta di una solidarietà strutturale verso i paesi poveri come possibile soluzione strategica della crisi. Oltre a invocare azioni di "giusta solidarietà" è infatti necessario proporre azioni di "opportuna solidarietà" verso i paesi poveri.

Questi paesi vanno coinvolti nel processo di soluzione della crisi inducendoli a creare la ricchezza necessaria a risollevare il mondo intero. Ciò può essere fatto trasformando la loro domanda inespressa di beni e di investimenti in valore per le economie dei paesi che oggi si trovano ad avere capacità produttive pericolosamente inutilizzate. La strategia di soluzione della crisi sta nel creare ricchezza per compensare le perdite, dove c'è il potenziale per farlo rapidamente.

In apparenza, le costosissime manovre in atto tendono invece a sostenere il consumismo dei paesi ricchi e a trasferire allo Stato gli insostenibili debiti delle banche, delle imprese e delle famiglie. Ma questa soluzione rischia di creare inflazione invece che ricchezza. Avere trasferito negli ultimi anni benessere e ricchezza in vari paesi emergenti ha reso forse meno grave la crisi in atto. Le previsioni del prodotto interno lordo per il 2009 lo vedono crollare del 3,4 per cento negli Stati Uniti e dell'1,5 in Europa.

Eppure, il PIL mondiale cresce ancora dell'1 per cento grazie alle economie di grandi nazioni come Cina (più 5 per cento), India e Brasile. Avere esteso, sia pure egoisticamente, benessere a quei paesi – sviluppando domanda, offerta, risparmio e crescita – permette oggi di immaginare rimedi agli errori delle nazioni ricche. Si sarebbe forse potuto evitare la crisi globale se l'estensione della ricchezza avesse riguardato anche il resto del pianeta. Invece di pensare egoisticamente a difendere, per di più barando, i privilegi.

Ma gli errori del mondo occidentale non sono dovuti unicamente all'eccessiva disinvoltura dei manager bancari e alla mancanza di controllo. L'economia e la finanza sono solo strumenti gestiti dall'uomo, che all'uomo devono essere utili. Loro scopo è, secondo le leggi che le regolano, utilizzare efficacemente le risorse, sviluppare benessere per tutti e ridurre le disuguaglianze. Questa non è morale, è economia.

Ma il bilancio non è sempre confortante. Si è spesso abusato delle risorse, si è bluffato nello sviluppo del benessere, le disuguaglianze non sono state ridotte come si poteva e doveva. Non si è dato cioè un senso agli strumenti. Il mondo ricco è stato stupido – non solo egoista – rifiutando di riconoscere la necessità di autorità e leggi morali, e confondendo perciò i mezzi con i fini.

Gordon Brown, primo ministro di una grande nazione, con il suo intervento ha dato una magistrale lezione per chi vuole intenderla: si deve dare un senso allo strumento economico e si deve riconoscere che l'economia non può avere una sua autonomia morale.


Giovedì 26 febbraio, Benedetto XVI si è così espresso sulla crisi finanziaria mondiale, nell'udienza ai preti di Roma:

È dovere della Chiesa denunciare gli errori fondamentali che si sono oggi mostrati nel crollo delle grandi banche americane. L'avarizia umana è idolatria che va contro il vero Dio ed è falsificazione dell'immagine di Dio con un altro dio, Mammona. Dobbiamo denunciare con coraggio ma anche con concretezza, perché i grandi moralismi non aiutano se non sono sostenuti dalla conoscenza della realtà, che aiuta a capire che cosa si può in concreto fare. Da sempre la Chiesa non solo denuncia i mali, ma mostra le strade che portano alla giustizia, alla carità, alla conversione dei cuori. Anche nell'economia la giustizia si costruisce solo se ci sono i giusti. E costoro si formano con la conversione dei cuori.



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