DEI VERBUM

 

Commento di P. Rossi De Gasperis (Incontro settore OVEST del 20/12/2001)

 

A 30 anni dalla promulgazione della Dei Verbum, a che punto è la sua receptio?

Riferendoci in maniera particolare alla Dei Verbum, potremmo parlare di una receptio editoriale, poi di una receptio nell’insegnamento teologico-accademico e infine di una receptio pastorale.

Se può aiutarci a capire, alla prima receptio, quella editoriale, possiamo assegnare un 70%, alla seconda, cioè quella riferita all’insegnamento teologico un 45%, alla terza, cioè quella pastorale, un 20%.

Dobbiamo fare a questo punto una premessa doverosa: la mia esperienza italiana è settoriale e quindi questa differente valutazione vuole indicare che ci sono dei luoghi dove l’insegnamento del Vaticano II è stato recepito; sono soprattutto luoghi di studio e di ricerca: un tipo di lavoro che poi si esprime, in maniera specifica, in pubblicazioni.

Quanto poi questo sia passato nelle comunità, nell’omiletica, è un altro discorso, in quanto queste pubblicazioni, ricerche, aggiornamenti, trattati di teologia, o più in generale, tutto questo rinnovamento, possiamo dire che non ha avuto un grosso passaggio “in periferia”.

Posso darvi una mia testimonianza personale, che va dai primi Campi-Bibbia che io fui invitato a tenere dal ‘71 al ‘72 - erano gli anni subito dopo il Concilio- fino agli incontri di questo mese con i sacerdoti della diocesi di Pordenone: il mio è un mestiere che ho chiamato di ‘cantastorie’, quello cioè di narrare il racconto biblico.

Evangelizzare per me vuol dire raccontare una storia; è come raccontare una “favola” che però non è inventata dal narratore, ma è la favola di Dio per gli uomini e le donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi: è la dimensione della teologia narrativa.

Ricordo molto bene il secondo Campo-Bibbia: erano presenti numerosi ragazzi di tutta l’Italia, e la prima sera, a San Galgano, ascoltavo le cose di cui volevano sentire parlare: guerra e parola di Dio; la Bibbia e l’amore; la Bibbia e il sesso; la Bibbia e la donna, ecc.

Il giorno dopo cominciai in questo modo:«Sentite, ho ascoltato quello che vi interessa, io non sono venuto qui a parlare né di questo né di quello; io vorrei raccontare a voi una storia; se voi avrete la pazienza per una settimana di starmi ad ascoltare forse voi vedrete che i vostri problemi spariscono e ne sorgono altri che sono anche più gravi». Fu un successo eccezionale, mi ascoltarono con attenzione per una settimana, in un “racconto”, dalla Genesi all’Apocalisse, ed ho avuto l’impressione che quello era veramente un modo efficace di evangelizzare.

Ogni volta che ho ripetuto questo, ho avuto sempre un’attenzione molto grande e l’entusiasmo della gente che scopre qualche cosa di diverso. Questo indica che c’è un terreno che aspetta una certa presentazione della Parola di Dio, che sia proprio raccontata.

Raccontare una storia che è la storia di Dio, non la mia storia culturale, anche perché io non sono un ebreo. D’altra parte c’è lo Spirito che lavora attraverso e nella Parola, perché lo Spirito procede dal Padre e dal Verbo, ma che è verbo, e questo mi dà la speranza che questa receptio potrebbe essere molto più vasta se si seguissero le indicazioni contenute nella Dei Verbum.

Dopo una receptio molto positiva che si ebbe in reazione a quell’insegnamento di teologia scolastico-dogmatica, sistematica e organizzata in trattati, tipica del periodo preconciliare, ed espressa in una fioritura di studi esegetici e pastorali fondati sulla Bibbia, in seguito tutto questo si è affievolito molto, perché si è passati a un certo primato dei testi catechetici. E allora di nuovo, il catechismo suppone una teologizzazione, una tematizzazione, che è un modo di fare trattati. Se si cerca in un dizionario di teologia biblica di trenta anni fa la parola “liberazione”, non si trova, si trova piuttosto “redenzione”. Se oggi invece cerchiamo la parola “redenzione”, troviamo “liberazione”. Cosa vuol dire? Vuol dire che si tematizza, ossia si costringe la Bibbia dentro un canale che corrisponde a un nostro problema di oggi. D’altra parte è legittimo, perchè nella Bibbia troviamo sia liberazione che redenzione.

Si tratta di capire perché si usano questi due verbi e diversi altri verbi, ma per avere la comprensione unitaria bisogna conoscere tutti gli elementi che vengono riuniti in un tema. Allora chi conosce la Bibbia solo per temi, impoverisce notevolmente e forse fra venti anni non ha più l’aggiornamento necessario. La Bibbia è insostituibile non si può dare il primato al catechismo, perché il catechismo viene dalla Bibbia e i catechismi cambiano.

Tante volte nella Chiesa sono cambiati i catechismi e giustamente, soprattutto dal punto di vista pastorale; ma bisogna sapere quale è la fonte dei catechismi, proprio per capire come sia possibile che cambiando le cose, cambiando i catechismi non cambiano le verità, non cambia la Parola.

Così ci si è concentrati molto più sui temi dell’inculturazione di tipo sociologico-psicologico. Oggi se si studia spiritualità, si studia molta più psicologia che spiritualità. Lo Spirito Santo è quasi del tutto “licenziato” anche nella vita religiosa. Pertanto, questioni varie di teologia prendono un po’ la precedenza sulla conoscenza della Parola di Dio. Poi addirittura ci si occupa più volentieri della teologia delle religioni. Ad esempio il dialogo interreligioso, dove la Bibbia resta lontana anche perché la Bibbia in qualche modo non si presta molto al dialogo interreligioso, nel senso che ci sono religioni che non riconoscono la Bibbia, essa non è condivisa da tutti.

In questo senso dico che si è impoverito lo slancio di adesione alla Dei Verbum che c’era stato all’inizio, benché ritenuta forse uno dei migliori documenti del Vaticano II insieme a quello della Liturgia e a quello della Chiesa. Ma questo è evidente anche perché la Dei Verbum come tale può essere accettata da tutte le Chiese cristiane.

Allora vorrei semplicemente procedere in questo modo: farvi degli esempi in modo che ciascuno di voi possa verificare se queste cose si riscontrano nell’azione pastorale del suo ambiente.

E’ uscito pochi giorni fa un documento della Pontificia Commissione Biblica “Il popolo ebraico e le sue sante scritture nella Bibbia cristiana”. E’ stato pubblicato nella festa dell’Ascensione e riporta l’introduzione del Card. Ratzinger, e forse potrebbe essere una base per renderci conto di questa receptio.

Potremmo dire che la carenza più grave si riscontra soprattutto nelle relazioni tra Antico e Nuovo Testamento che appunto è quello poi di cui parla questo documento della Commissione biblica perché è chiaro che le Scritture del popolo ebraico sono l’Antico Testamento, la Legge scritta. Non dico che siamo in uno stato di marcionismo, in cui l’Antico Testamento viene negato, però mi pare che viene omesso in gran parte e omesso per ignoranza.

La Chiesa non ha mai rinunciato a leggere l’Antico Testamento, anzi come dice Von Rad, noto esegeta tedesco:«Non esiste Chiesa che bandendo l’Antico Testamento non sia diventata una setta. Una Chiesa cristiana non rimane cristiana se rinuncia all’Antico Testamento». Ci si domanda allora perché la Chiesa non ha sempre letto l’Antico Testamento e come lo legge? Allora vengono fuori parecchie questioni. Io direi che ancora noi siamo molto dominati soprattutto come “popolo cristiano”, quindi a livello più pastorale, da quella che viene comunemente chiamata la teologia della sostituzione.

La teologia della sostituzione consiste nel pensare che la Chiesa abbia preso il posto di Israele e nell’intendere il compimento in Gesù (che Gesù cioè ha compiuto tutte le Scritture) praticamente nel senso che è sparito ogni significato teologico dell’Antico Testamento in se stesso. Gesù praticamente lo avrebbe abolito ( “praticamente” perchè nessuno lo dice ufficialmente ).

Un teologo medioevale spiegando l’episodio della Trasfigurazione, dice che nella Trasfigurazione avviene un po’ come nella Messa solenne quando si legge il Vangelo tra due candele accese: una volta che il Vangelo è stato letto, le candele si spengono. Mosè ed Elia non sono più importanti e sarebbe proprio questo che intendono gli Evangelisti quando dicono:«Allora i discepoli non videro altro che Gesù solo». Vedere Gesù solo, questa sarebbe la vita cristiana.

Questa è un’assurdità esegetica perché vedere Gesù solo, dopo la Trasfigurazione, vuol semplicemente dire rivederlo senza la Gloria. Quindi per vedere Gesù glorificato bisogna vederlo tra Mosè ed Elia e tra l’altro quando si vede Gesù tra Mosè ed Elia allora si vede anche la gloria di Mosè e d’Elia, cioè Mosè e Elia glorificati. Il testo di Luca ci dice chiaramente che apparvero anche Mosè e Elia nella loro gloria.

Rivedere Gesù solo, vuol dire vedere Gesù spogliato della sua gloria, come si vedeva prima della Trasfigurazione. E questa non è affatto la fede cristiana. La fede cristiana è Gesù glorioso e per vederlo glorioso occorre vedere la gloria di Mosè ed Elia.

Allora la teologia della sostituzione vuol dire che Gesù ha riassunto in sé tutto il valore teologico dell’Antico Testamento e quindi praticamente che non serve fermarsi all’Antico Testamento: basta stare con Gesù.

Il Papa ha reagito molto fortemente contro questa posizione ed ha convocato nel ‘97 un convegno in Vaticano proprio sull’antigiudaismo teologico in base al quale noi riteniamo che Gesù ha tolto ogni valore teologico a ciò che lo ha preceduto, dal momento che lui lo ha impersonato.

L’Antico Testamento ci propone dei tipi, delle figure, che però poi vengono compiute nell’antitipo che sarebbe appunto tutto il mondo cristiano: Gesù, la Chiesa, ecc.

Da qui ne deriverebbe che la Chiesa è il nuovo Israele. E’ da notare che anche il Vaticano II usa questa espressione che invece non troviamo nel Nuovo Testamento.

Si può dire, certamente, che la Chiesa è un Israele rinnovato, ma bisogna capire che cosa vuol dire “nuovo”. Un conto infatti è dire che si tratta della cosa precedente che viene rinnovata, altro è dire che una seconda cosa si sostituisce alla prima.

E’ possibile dire di aver comprato un’automobile nuova, cioè un’altra rispetto a quella che si aveva in precedenza, ma è anche possibile dire che dal giorno in cui si è stati ordinati al sacerdozio si è uomini “nuovi”, ma siamo sempre gli stessi. Quindi già sarebbe molto interessante leggere così l’aggettivo “nuovo” nei vari scritti del Nuovo Testamento. Si può indicare una cosa che si mette al posto della precedente oppure si tratta di un’apertura nuova. Diciamo questo perché la tipologia che noi usiamo, senza saperlo, è una tipologia platonizzata.

La tipologia è legittima nella Bibbia, ed è presente anche nel cuore della Bibbia ebraica, tutti ad esempio, si sono abituati a leggere il ritorno dell’esilio come un nuovo esodo. Però la tipologia biblica va fatta nella storia, secondo il principio che ciò che precede prepara ciò che avviene dopo, ma tutto ha un suo valore intrinseco. Quindi David è figura di Gesù (forse sarebbe meglio dire, è profezia di Gesù), ma essendo e restando David. Allora, se si vuol capire come David è figura di Gesù e come Gesù è raffigurato in David, si deve prendere David in se stesso e non solo in quanto figura di Cristo. David non sapeva di essere figura di Cristo. David è stato David, pensando a essere David, e così Mosè, e così tutti gli altri, per cui questo sorvolare l’Antico Testamento per poi andare al Nuovo come se lì ci fosse tutto, è una negazione della storicità della Rivelazione. Viene così sistematizzato tutto in una doppia fila: la figura e la realtà, l’ombra e la realtà.

Molti inni liturgici che noi troviamo nei breviari sono costruiti in questo senso. Viene Gesù, viene il sole e manda via tutte le tenebre, come se quello che è avvenuto prima, fosse soltanto tenebra.

Questo è un grande problema per esempio, per tutti i cristiani palestinesi e per tutti i cristiani in genere del medio Oriente, in quanto loro non si sentono responsabili minimamente della Shoa, dell’olocausto, e affermano di pagare le conseguenze di quello che in Europa è stato fatto contro gli ebrei, poiché da questo è nato lo Stato di Israele.

Questo è vero sotto un certo punto di vista, ma forse non è esatto dire che l’atteggiamento delle Chiese d’Occidente verso Israele sia soltanto il frutto di un complesso di colpa dell’olocausto, perché partendo da questo complesso di colpa, abbiamo visto peraltro che le radici ebraiche della fede cristiana sono state calpestate nell’olocausto e allora il nuovo atteggiamento verso Israele non è nato semplicemente come riparazione del senso di colpa ma come riscoperta delle radici cristiane. E tuttavia il modo in cui il cristianesimo orientale ha letto la Bibbia è proprio il senso della teologia della sostituzione, per cui l’Antico Testamento viene letto molto di meno, anche se non può essere abolito completamente, ma gli viene attribuito soltanto un senso cristologico partendo però da una cristologia che elimina tutto ciò che la precede, praticamente una cristologia che si sostituisce alla storia. E questo è difficile farlo capire in particolare nell’attuale situazione politica, pur corrispondendo, tutto questo, a una shoa culturale.

Praticamente è stato cancellato il valore teologico dell’Israele attuale: esso è finito con Gesù, per cui il popolo ebraico non è più il popolo di Dio ma è rimasto là, addirittura si può ricordare Sant’Agostino che dice:«non dobbiamo distruggere il popolo ebraico perché rimanendo là, abbandonato da Dio, è testimone di come Dio lo ha punito».

Come si può vedere, siamo un po’ lontani dall’orientamento che invece oggi il Papa vuole dare al rapporto e al dialogo col popolo di Dio, come consapevolezza della sorgente biblica della fede cristiana.

Un altro capitolo di questo argomento è costituito dal modo in cui si sente ancora parlare del “fariseismo”, come qualche cosa unicamente da criticare, senza sapere tra l’altro che ci sono studi recenti, di una cinquantina d’anni almeno, che rivalutano pienamente il mondo farisaico proprio come il mondo più devoto del tempo di Gesù, quello che è stato più vicino a lui. I farisei sono la parte più seria del mondo di Gesù, e dunque bisogna rileggere il nuovo Testamento sapendo bene questo, soprattutto non presentando alla gente i farisei come in contrapposizione alla grazia di Dio, alla Rivelazione.

Sappiamo che il cristianesimo deve moltissimo ad un fariseo, Paolo, il quale continua ad essere un fariseo, vuole essere un fariseo, ma è un fariseo diventato discepolo di Gesù. E come diceva il professor Flusser (uno dei più grandi studiosi israeliani del nuovo Testamento, pur non essendo cristiano) rispondendo a dei cristiani che gli domandavano come mai Paolo essendo così radicato nel fariseismo, è diventato così fortemente anti-giudaico. Lui rispose.«non mi risulta che Paolo sia mai diventato anti giudaico, ma se voi cristiani volete capire come Paolo, rimanendo fariseo sia diventato discepolo di Gesù, voi dovreste avere l’esperienza del Cristo risorto che ha avuto Paolo».

Un altro argomento è l’opposizione tra la Legge e l’Evangelo, tra la Legge e la grazia. Qui, senza saperlo, siamo diventati discepoli di Lutero non di Paolo perché la Legge per Paolo, per tutti gli ebrei credenti, è grazia. Quando nel Vangelo di Giovanni noi troviamo al primo capitolo, versetto 17, che la Torah è stata data da Mosè, e la grazia è venuta da Gesù Cristo, questo:«è stata data» viene espresso con il verbo “didomi” evidenziando “il dono” della Torah, pertanto sono due doni, due grazie. Il dono della Torah è venuto da Mosè, ed è stato compiuto dal dono d’amore di Gesù. Sono due grazie, non sono la legge e la grazia contrapposte.

Oppure quei casi di Matteo 5, in cui si dice:«vi è stato detto ma io vi dico». Questa è la traduzione fatta da gente che ha la teologia della sostituzione in mente, perché il greco dice:«anzi io vi dico». Infatti se si vedono questi esempi che Gesù porta nel discorso della montagna, si vedrà che c’è una intensificazione del precetto, non c’è una opposizione. «Vi è stato detto di non commettere adulterio, anzi io vi dico che già con lo sguardo potete commettere adulterio». Quindi non è un anzi oppositivo, ma è un’interiorizzazione, esattamente proprio nel senso che la nuova Alleanza intensifica. «Ti è stato detto di non uccidere, anzi io ti dico che se già pensi male contro tuo fratello sei nella linea del fratricidio». Dunque dire che c’è un’opposizione è del tutto insensato, è del tutto falso. Ma sempre da questo punto deriva che la mania per le tipologie ci ha incamminato su due binari, esistono solo due binari, invece di esistere tutta una serie di luci, perché c’è la luce del mattino, c’è la luce dell’alba, c’è la luce delle nove e la luce del mezzogiorno, ma c’è sempre la luce; non c’è tenebre e luce, non è che la luce sia solo Gesù.

I cristiani affermano che Gesù è la pienezza, e più precisamente per noi Gesù è la pienezza ed è l’inizio di una luce che deve ancora venire, perché noi aspettiamo la venuta del Signore. Non possiamo dire che Gesù ha compiuto tutto, ha cominciato a compiere ed è a questo punto che ci possiamo chiedere come noi stiamo vivendo l’avvento?

Ogni volta che c’è l’Avvento, sono molto consolanti le liturgie della prima domenica. La prima domenica ha delle letture splendide. Cirillo di Gerusalemme dice:«guardate che l’Avvento non è la preparazione al Natale». Ci mancherebbe altro che passiamo quattro settimane per prepararci ad un giorno di festa. L’Avvento è la preparazione alla seconda venuta del Signore, non alla prima venuta. Noi attendiamo un altro avvento; tutto questo dire, “il Signore è vicino, il Signore viene…”, ma dove viene?

Questo si capisce soltanto nella liturgia sacramentale che noi impariamo proprio dall’ebraismo, e più precisamente dalla celebrazione della cena. Celebrando la prima venuta noi aspettiamo la seconda. Ma la nostra attenzione è protesa verso la seconda.

Che succede invece nel nostro Avvento? Succede che mano a mano che si va avanti, tutto è occupato dalle feste ormai vicine. Noi ci prepariamo alle feste natalizie e questo è l’Avvento cristiano. Ci prepariamo al pranzo natalizio. Questo modo di intendere l’Avvento, oggi, ci taglia fuori dalla situazione storica che stiamo vivendo, perché questi fatti che stanno avvenendo sulla scena mondiale, sono forse un modo, se andassimo a cercare dei testi biblici, di intendere la Scrittura.

Cominciamo a leggere gli ultimi capitoli di Zaccaria, quando c’è la descrizione di tutte le nazioni che si radunano contro Gerusalemme. Cominciamo a leggere le profezie dei grandi profeti contro le nazioni. Leggiamo questi cataclismi che avvengono a livello storico e che ci segnano in qualche modo. Non voglio dire affatto che stia arrivando la Parusia dopodomani, però questi fatti ci orientano molto più verso la seconda venuta che non la prima. In queste situazioni che noi stiamo vivendo oggi, concentrarsi soltanto sul fare il Presepio o ritornare alla Sacra Famiglia che va in Egitto perseguitata da Erode, ci porta fuori della storia e non è questo l’Avvento del Signore; il Signore viene davvero, ma sta venendo nella grande storia umana dove noi siamo davanti a delle cose che non possiamo immaginare. Allora noi abbiamo un’affermazione di fede: il Signore viene, cioè passa alla scena di questo mondo.

E’ qualcosa che abbiamo “segnalato”nel nostro corpo, passa alla scena del nostro corpo. Noi invecchiamo  e questo vuol dire che io non sono quello che sono oggi, io sono destinato a diventare un corpo glorioso. E’ questo l’avvento che noi aspettiamo, non soltanto per noi, ma per il mondo intero. Questo noi non lo possiamo immaginare, perché non possiamo immaginare il corpo glorioso, sappiamo che è così, lo crediamo. Noi ci attacchiamo allora all’immaginazione della prima venuta; ma questo va bene solo se lo prendiamo in un senso sacramentale; se però la prima venuta occupa tutto il fronte, cioè che l’Avvento è la preparazione al Natale, noi viviamo veramente in una favola.

Vediamo un esempio concreto nel commento dell’anno C che ho fatto. Vi racconto:«Ero a Gerusalemme insieme a un gruppo di gesuiti italiani, era tempo di Quaresima, e nell’orazione dopo la comunione del venerdì della quarta settimana del tempo di Quaresima, io ho sentito, poiché non ero io il celebrante principale, questa preghiera: O Padre, questo sacramento che segna per noi il passaggio dell’antica alla nuova Alleanza, ci spogli dell’uomo vecchio e ci rivesta del Cristo, nella giustizia e nella santità. Amen.

Andai a vedere il latino, il latino dice così: Praesta, quaesumus, Domine ut, sicut de praeteritis ad nova transimus, ita, vetustate deposita, sanctificatis mentibus innovemur.

Nessuna menzione, qui, dell’Antica Alleanza. L’identità tra i praeterita e la vetustas da deporre, qui si riduce ad una certa analogia (sicut…ita), del resto anch’essa problematica. La questione fondamentale, infatti, è: che cosa sono i praeterita? Nella loro interpretazione appare il retroterra del nostro modo di credere.

Ma in Quaresima tutto questo vuole indicare un passaggio dal peccato alla grazia, non dall’antica alla nuova Alleanza. Allora ho detto, quindi: praeterita e la vetustas sarebbe l’Antica Alleanza. La lex orandi tradisce la lex credendi.

Andiamo a vedere nelle altre lingue, per capire come la Dei Verbum è recepita.

Nel messale inglese si trova una cosa abbastanza lodevole: Lord, in this Eucharist, we pass from death to life (noi passiamo dalla morte alla vita). Keeps us from our old and sinful ways (difendici dai nostri antichi modi peccatori di vivere) and help us to continue in the new life (e aiutaci a continuare nella nuova vita). Questa è una buona traduzione dal latino. Anche la versione portoghese esprime il medesimo concetto: Signore Dio, essendo già passato dall’antica alla nuova creazione, spogliaci ora dall’uomo vecchio.

I portoghesi parlano di spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di un uomo nuovo e santo. Senza parlare esplicitamente del peccato, si torna alla conversione teologale e morale, vero obiettivo della Quaresima, interpretata come il passaggio da una creazione “antica” ad una “nuova”. L’uomo peccatore non è l’uomo dell’antica Alleanza. Lo spagnolo dice così: Signore, come nella vita umana, noi ci rinnoviamo senza cessare senza posa, fa che abbandonando il peccato che invecchia il nostro spirito, ci rinnoviamo ora per la tua grazia. La cosa è abbastanza attenuata, perché non c’è più il passaggio dal peccato, c’è una rinnovazione continua.

Il francese dice: “Nous t’en prions Seigneur, nous qui allons du passé vers ce qui est nouveau, fais-nous quitter ce qui ne peut que vieillir, mets en nous un esprit de renouvoeau et de saintété.

Allora, ancora l’idea dal passato al nuovo, (fais-nous quitter ce qui ne peut que vieillir, mets en nous un esprit de renouvoeau), ancora si vede che la primavera e la santità si corrispondono, non c’è più il passaggio dalla morte alla vita, proprio del peccato. Vediamo il tedesco che si avvicina a quella italiana, perché dice: Dio onnipotente, tu ci hai condotti dagli antichi sacramenti della salvezza ai nuovi, fa che allontanandoci dall’abitudine dell’uomo vecchio, diventiamo nuovi nella santità e nella giustizia.

Cioè il regime storico dei sacramenti della salvezza è abbandonato. Infine arriva la traduzione italiana che abbiamo già citato sopra: “segna per noi il passaggio dall’antica alla nuova alleanza” che non c’è per niente in latino. C’è la sostituzione “dell’antica alleanza” con “l’uomo vecchio”. Questa è eresia, questo è proprio inganno.

Io ne ho parlato in una riunione con il prof. Federici e con il P. Cottier in Vaticano.

P.Cottier che è il teologo dei sacri palazzi dice che questo è orribile, che non è possibile che ci sia una cosa del genere. Però credo che tutti voi continuate a leggere questa preghiera.

Purtroppo queste cose formano la gente. Voi sapete che nel secondo capitolo del Rituale Romano prima del Concilio, c’era l’abiura per gli ebrei che si battezzavano. Dovevano rinunciare alla ebraica superstitio e alla judaica malitia. Allora pensate un po’, la fede di Abramo, di Isaia, erano superstizione ebraica, e noi continuiamo a leggerla nella liturgia.

Ecco che torna la nostra domanda: quanto è passato della Dei Verbum? Forse vivendo a Gerusalemme si diventa più sensibili a queste cose.

Trattando ancora della distinzione che si fa tra il Dio dell’Antico Testamento e il Dio del Nuovo testamento, la contrapposizione si risolve se, anziché interpretare questa tipologia attraverso il filtro del dualismo platonizzante, la si inserisce nel contesto di una storia, una storia cioè che procede in avanti. Si dovrebbe allora studiare bene cosa vuol dire “l’ira di Dio”, “la collera di Dio”. E’ questo un tema che attraversa tutta la storia e che va inserita appunto, in questa corrente progressiva.

Su questo tema dell’ira ci sono da mettere insieme due verità. Prima di tutto che il peccato  ha le sue conseguenze, quindi il castigo del peccato è, come dice Karl Rahner, il peccatore stesso modificato dal suo peccato. Già il bambino che dice la prima bugia forse diventa rosso, poi quando vede che funziona si abitua a dire bugie e questo indica che la sua coscienza si è indurita: ecco  il castigo del peccato,  la pena del peccato. Questo rimane assolutamente vero fino a tutto il Nuovo Testamento, anzi nel Nuovo Testamento, la cosa è ancora più esplicita, ancora più grave, perché Gesù parla parecchie volte dello stridore di denti e della perdizione.

Poi c’è un altro aspetto: cosa fa Dio dinanzi a questa situazione? Perché questa conseguenza inevitabile del peccato? La risposta risiede in Dio stesso, nel suo essere immutabile: perché Dio è Dio, non cambia. Se io dico di no a Dio, non c’è un ricambio, un appello.

Se l’uomo rimane NO, Dio invece è SI e tale rimane. S. Paolo dice che in Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate un SI, quindi Dio è un SI che non cambia e se l’uomo diventa un NO per Lui, l’uomo si trova nell’ira di Dio. Questa è la condizione dell’ira di Dio, è la condizione disperata in cui si trova quell’uomo che si rifiuta a Dio che invece: non è quindi Dio a fargli del male. Non è corretto dire che Dio castiga, Dio infatti perdona e ripara. L’uomo è castigo a se stesso, nel momento in cui si separa da Dio.

Tutti i racconti del peccato che troviamo nel libro della Genesi (il giardino, Caino, la Torre di Babele) sono tutti peccati che finiscono con l’offerta, da parte di Dio, della riparazione del peccato: il vestito di pelle all’uomo e alla donna, il segno sulla fronte di Caino, la chiamata di Abramo dopo i fatti di Babele. Ma se l’uomo, in virtù della sua libertà, sceglie di indurirsi e rimanere “no”, Dio rimane se stesso, rimane un “si” e quindi non c’è la comunione, ma da parte di Dio non c’è nessun male; Dio non aggiunge il male del castigo al male che l’uomo già si procura. Questo è detto in modo chiaro da Gesù, nel Vangelo di Giovanni, proprio prima della lavanda dei piedi, al capitolo 12, e che è poi l’immagine esatta di ciò che fa Dio:«Gesù allora gridò a gran voce: chi crede in me , non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; … chi vede me, vede colui che mi ha mandato (Gesù è la visibilità del Padre); … io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre; … se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno, perché non sono venuto per condannare il mondo ma per salvarlo; … chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna; … la parola che ho annunziato e che lui ha rifiutato, lo condannerà nell’ultimo giorno». E non a caso Gesù, nel suo colloquio con Nicodemo, sceglie l’immagine della luce, perché la luce porta luce, non crea ombra. L’ombra si crea se l’uomo resiste alla luce, ma non proviene dalla luce che è e rimane luce. Dio è luce, ci ripete la prima lettera di Giovanni. Dio quindi è positivo, Dio è “si”, Dio è accoglienza, Dio è perdono. E su questo argomento c’è tutta una pedagogia nella Bibbia.

La Bibbia dunque non è solo in due termini, tra Antico e Nuovo Testamento; no, c’è tutta una pedagogia, come si fa con i bambini. Ci sono testi, ad esempio il Siracide, nei quali si dice di non abusare della pazienza di Dio perché in Dio:« c’è l’ira e la misericordia».

E’ vero:  con Dio si può cadere o nell’ira o, se ci si converte, nella misericordia, ma  è soltanto Gesù che alla fine ci dice esplicitamente che il Padre non condanna nessuno perché chi vede lui vede il Padre, e se lui non condanna, vuol dire che nemmeno il Padre condanna. Questo allora va letto in una educazione, nel quadro di uno sviluppo pedagogico, ma ci sono tanti gesti di generosità e di perdono nell’Antico Testamento. Ad esempio nel libro di Osea Dio dice :” Io non sono un uomo ma Dio e quindi non posso castigarti, non posso abbandonarti  perché tu sei mio figlio”.

Nell’Antico Testamento, ci sono dei testi commoventi di misericordia che sono ancora più numerosi di quelli che si trovano nel Nuovo Testamento. Allora è completamente falso e ingiusto dire che il Dio dell’Antico Testamento è cattivo mentre invece quello del Nuovo è il Dio buono, anche perché la dannazione, come tale, attraversa molto di più il Nuovo Testamento con le parole di Gesù; il satana del Nuovo Testamento è molto più ‘serio’ del satana del libro di Giobbe, il quale partecipa al sinodo di Dio, e il Signore lo manda…

Il satana vero è quello delle tentazioni di Gesù, quello che viene fuori al calvario, quando si ha il tradimento di Giuda: allora satana entra in Giuda, entra in Pietro:«Pietro stai attento perché satana ha chiesto di vagliare la tua fede».

La vera lotta spirituale, il vero combattimento spirituale è quello di cui parla la lettera agli Efesini, al sesto capitolo, che è molto più serio di ciò che è ancora poco chiaro nell’Antico Testamento, ma c’è una pedagogia. Ora ciascuno di noi, come credente non nasce nel Nuovo Testamento, poiché esso non è una età in cui si nasce; è una dimensione spirituale nella quale si entra e la Chiesa deve ripercorrere tutto il cammino di Israele ; e ciascuno di noi ripercorre tutto il cammino di Israele. Pensiamo ad esempio alle crociate: furono una guerra santa che certamente Gesù non avrebbe mai fatto, eppure c’è stato un momento in cui la coscienza dei cristiani europei  fu così presa da questa follia accecante che tutti furono convinti che Dio lo volesse, ma oggi tutti sanno che Dio certamente non vuole la guerra santa, fatta nel nome di Gesù. Se questo è stato possibile perfino dopo la Rivelazione di Gesù è chiaro che c’è prima una pedagogia, ci sono tappe che bisogna attraversare per giungere alla pienezza del Nuovo Testamento. Anche oggi assistiamo allo stesso processo pedagogico perché, dopo ciò che ha affermato il Concilio sulla guerra giusta, Giovanni Paolo II ha praticamente affermato che non esistono guerre giuste e perfino il catechismo è stato in qualche modo corretto. La Bibbia descrive tutta una linea e ci mostra una direzione verso cui guardare. Noi abbiamo bisogno di tutto il vocabolario biblico per interpretare la nostra vita di fede e per discernere quale è il momento che  stiamo vivendo.

Ora, se noi ci fermiamo alle considerazioni di ordine solamente morale oppure a delle nozioni a dei concetti teologici e basta , allora non c’è più carne; ma la carne è molto importante, la storia è molto importante. La Parola si è fatta carne e bisogna che il momento dottrinale sia tradotto nei termini storici, altrimenti noi giochiamo con delle idee, dei concetti, ma questo non seduce nessuno.

E’ necessario il momento teologico, dogmatico, ma  bisogna che noi entriamo in questo mondo più concreto, fatto di immagini, di persone, di concetti.

Il Cardinale Ratzinger, nella prefazione al documento della commissione biblica che qui trattiamo dice in proposito: “Senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi”. Questo non ci permette di andare semplicemente sui passi di Gesù, bisogna andare sui passi da Abramo fino a Gesù. Continuiamo a dire che Gesù è l’Alfa e l’Omega, ma mettiamoci la A e la Z. Se Gesù è la A e la Z, per capire cosa vuol dire quella A e quella Z, bisogna capire che c’è tutta una serie di altre lettere nell’alfabeto, che mi permettono di capire la prima e l’ultima, altrimenti succede come spesso nelle chiese orientali, dove mancando di rimpolpare il nome di Gesù con la storia con cui il Padre lo ha presentato al mondo , ognuno lo rimpolpa con quello che ha a portata di mano; per cui oggi abbiamo diversi anche sacerdoti palestinesi che dicono di essere prima arabi e poi cristiani, perché l’arabismo fa parte essenziale della loro fede cristiana. Questo lo può fare chi trova il nome di Gesù disponibile a metterci dentro tutto ciò che vuole, mentre  bisogna metterci quello che il Padre ha messo dentro la rivelazione biblica; diversamente noi facciamo di Gesù un guerriero, un sapiente, un liberatore, un rivoluzionario, un filosofo. E perché possiamo farlo? Perché ci resta un nome che non ha più la concretezza storica che la rivelazione del Signore gli ha attribuito.

 

Domanda sul rapporto tra ritorno del popolo nella terra e fedeltà di Dio alle sue promesse:

Se Dio è fedele sempre alle sue promesse,  questa volontà che c’è sempre stata in questo popolo,  questa fede a questa terra, non può essere letta, anche al di là degli eventi storici che hanno portato a questo stato di fatto, come linea di continuità di questa fedeltà di Dio che si sviluppa attraverso anche le condizioni umane, le tragedie e tutto il resto?

 

Certamente si, bisogna distinguere molto bene la politica di Sharon, di Begin e altri, e il modo in cui è stato fondato lo stato di Israele.

La Bibbia è piena anche dei peccati del popolo di Dio, poiché fanno parte della storia santa. Questo è molto importante, infatti se il Signore sceglie un popolo, e si lega a quel popolo (nel Deuteronomio si usa il verbo ‘si è legato’ a noi) e legarsi è lo stesso verbo con cui il figlio del re di Sichem si innamora della figlia di Giacobbe(ashach). Il Signore dunque si è innamorato del suo popolo e si è legato ad esso, e legandosi così a noi, il Signore è fedele, sia che rispondiamo di si, sia che rispondiamo di no, come dice anche Paolo, in Rm 11, quando afferma che:«il Signore è fedele alle sue promesse». Questo non vuol dire allora che il popolo di Israele sia canonizzato. Ora la Bibbia che è parola di Dio, ci dice che il Signore dona questo paese a questo popolo. Questo dono viene poi condizionato da tanti fatti storici, perché c’è il tempo della conquista, c’è il tempo dei trattati di pace, c’è David che si rifugia persino tra i Filistei, c’è un paese che è sempre stato chiamato con diversi nomi: Israele, terra di Canaan, Palestina…, quindi ci sono dei condizionamenti storici (oggi ad esempio uno dei condizionamenti storici è il riconoscimento delle Nazioni Unite). Però se il Signore si impegna con questo popolo per questa terra e dopo venti secoli noi ritroviamo che questo popolo ritorna a questa terra, possiamo dire che il Signore sia assente da questo? Certamente no! Quindi bisogna andare a vedere quali sono le condizioni in cui questa convivenza diventa possibile oggi nel ventunesimo secolo, e quindi non possono  valere semplicemente i mezzi della conquista cacciando via l’altro, piuttosto, bisognerà convivere, forse abolendo anche il concetto di ‘diritto alla terra’ perché non si ha diritto a un dono. Nel Levitico c’è scritto che:«voi non potete alienare una terra perché la terra è mia e voi davanti a me siete ospiti e pellegrini». Quindi non c’è diritto né dei palestinesi, né degli israeliani; c’è che Dio si impegna a donare la terra a questo popolo, poiché è Dio il padrone della terra in cui però i diversi devono imparare  a convivere insieme, anche se in modo speciale Egli si è impegnato ad essere un SI per Israele, compreso il riferimento a questa terra. E se per venti secoli questa gente ha detto: ‘l’anno prossimo a Gerusalemme’, ed effettivamente vi sono tornati, non si può dire che tutto questo è semplicemente finito perché Gesù ha compiuto tutto, poichè viene così destoricizzata completamente la lettura della Bibbia e al tempo stesso depauperata, e non la Bibbia semplicemente, ma la nostra stessa esistenza cristiana, la nostra carnalità, il fatto stesso che la Parola si è fatta carne, e quindi non viviamo nella storia.

Non si può dunque spiritualizzare, perché lo spirito si incarna, anzi proprio il discorso di spiritualizzare deve portare alla carne, poiché è lo spirito che si è incarnato nel seno di Maria, ha prodotto cioè l’incarnazione del Verbo nel seno di Maria.

 

Risposta a una seconda domanda.

Spesso incontriamo nella Bibbia dei testi, nei quali la prima impressione è che Dio intervenga per fare qualcosa di male. Ora, Dio è Creatore; se il mondo funziona bene, e quindi se il peccato ha le sue conseguenze negative, non è perché Dio se ne sta per conto suo; certamente le conseguenze dipendono dal fatto che Dio ha fatto bene il mondo.  Se la coscienza dell’uomo si indurisce facendo il male e se invece si può aprire facendo il bene, questo avviene perché Dio c’entra con la creazione, c’entra con il funzionamento negativo della colpa.

A questo bisogna aggiungere che molti dei nostri testi, non sono traduzioni esatte. Ad esempio quando diciamo: “Il Signore sia con voi”, questo non è ben tradotto infatti il testo ebraico dice:«Il Signore con voi», non c’è dunque il verbo essere. Oppure nell’altra espressione:”La pace sia con voi” (Shalom Hale’jem). Non è un augurio, essa è : infatti si realizza in Cristo, è Lui la nostra pace. La pace è aperta, sta a ciascuno saperla accogliere. Così pure quando leggiamo nella Genesi:«Maledetto sia il suolo per causa tua», in ebraico non presenta affatto il verbo essere, anche perché in ebraico non esiste il verbo essere al presente, dunque il suolo è maledetto in sé a causa del peccato. Quindi molto spesso le repliche di Dio sono rivelazioni delle conseguenze che il peccato porta con sé e queste rivelazioni servono proprio ad aiutare l’uomo a rendersi conto proprio delle conseguenze di quello che ha fatto, ma non è una aggiunta da parte di Dio al male del peccato; Dio non maledice nessuno, dice semplicemente: guarda che tu sei incorso in una maledizione, come conseguenza del tuo peccato.

Si tratta di uno schema pedagogico ben preciso: c’è la tentazione, poi la caduta seguita dalla conseguenza, prima ancora che Dio intervenga. Prendiamo ad esempio il peccato originale. Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi prima che arrivi Dio;  strappano le foglie e si nascondono nel giardino che invece avrebbe dovuto essere la rivelazione. Poi c’è l’intervento di Dio che sanziona quello che è successo, rivela cioè le conseguenze di quello che l’uomo ha fatto; da parte sua Dio si limita a vestire la sua nudità.

Questo è lo schema che si trova poi in tutti i peccati, anche quello di David: il bambino frutto dell’unione con la moglie Urìa, morirà, ma noi non sappiamo quale sia la causa della morte. Sappiamo soltanto che questo gioco di cause che si compie con la morte del bambino, nel piano di Dio è significato nella piena comprensione, da parte di Davide, delle conseguenze prodotte dal suo peccato.

 Alla luce allora di quello che dice Gesù affermando di non condannare nessuno, bisogna leggere tutta la storia dei peccati nella Bibbia e reinterpretarli in questo senso.

 

alla pagina principale         al foglio informativo