Città del Vaticano
domenica, 6 gennaio 2008
Cari fratelli e sorelle,
celebriamo oggi
Cristo, Luce del mondo, e la sua manifestazione alle genti. Nel giorno di Natale
il messaggio della liturgia suonava così: "Hodie descendit lux magna super
terram – Oggi una grande luce discende sulla terra" (Messale Romano). A
Betlemme, questa "grande luce" apparve a un piccolo nucleo di persone, un
minuscolo "resto d’Israele": la Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e alcuni
pastori. Una luce umile, come è nello stile del vero Dio; una fiammella accesa
nella notte: un fragile neonato, che vagisce nel silenzio del mondo… Ma
accompagnava quella nascita nascosta e sconosciuta l’inno di lode delle schiere
celesti, che cantavano gloria e pace (cfr Lc 2,13-14).
Così quella luce, pur
modesta nel suo apparire sulla terra, si proiettava con potenza nei cieli: la
nascita del Re dei Giudei era stata annunciata dal sorgere di una stella,
visibile da molto lontano. Fu questa la testimonianza di "alcuni Magi", giunti
da oriente a Gerusalemme poco dopo la nascita di Gesù, al tempo del re Erode
(cfr Mt 2,1-2). Ancora una volta si richiamano e si rispondono il cielo e
la terra, il cosmo e la storia. Le antiche profezie trovano riscontro nel
linguaggio degli astri. "Una stella spunta da Giacobbe / e uno scettro sorge da
Israele" (Nm 24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam, chiamato
a maledire il popolo d’Israele, e che invece lo benedisse perché – gli rivelò
Dio – "quel popolo è benedetto" (Nm 22,12). Cromazio di Aquileia, nel suo
Commento al Vangelo di Matteo, mettendo in relazione Balaam con i Magi; scrive:
"Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi
della fede". E aggiunge un’osservazione importante: "La stella era scorta da
tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e
Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto" (ivi,
4,1-2). Appare qui il significato, nella prospettiva storica, del simbolo della
luce applicato alla nascita di Cristo: esso esprime la speciale benedizione di
Dio sulla discendenza di Abramo, destinata ad estendersi a tutti i popoli della
terra.
L’avvenimento
evangelico che ricordiamo nell’Epifania – la visita dei Magi al Bambino Gesù a
Betlemme – ci rimanda così alle origini della storia del popolo di Dio, cioè
alla chiamata di Abramo. Siamo al capitolo 12° del Libro della Genesi. I primi
11 capitoli sono come grandi affreschi che rispondono ad alcune domande
fondamentali dell’umanità: qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da
dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà? Tra i racconti
iniziali della Bibbia, compare una prima "alleanza", stabilita da Dio con Noè,
dopo il diluvio. Si tratta di un’alleanza universale, che riguarda tutta
l’umanità: il nuovo patto con la famiglia di Noè è insieme patto con "ogni
carne". Poi, prima della chiamata di Abramo si trova un altro grande affresco
molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di
Babele. Afferma il testo sacro che in origine "tutta la terra aveva una sola
lingua e le stesse parole" (Gn 11,1). Poi gli uomini dissero: "Venite,
costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un
nome, per non disperderci su tutta la terra" (Gn 11,4). La conseguenza di
questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione
delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (cfr Gn
11,7-8). Questo significa "Babele", e fu una sorta di maledizione, simile alla
cacciata dal paradiso terrestre.
A questo punto inizia
la storia della benedizione, con la chiamata di Abramo: incomincia il grande
disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un
popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti
(cfr Gn 12,1-3). Questo piano divino è tuttora in corso e ha avuto il suo
momento culminante nel mistero di Cristo. Da allora sono iniziati gli "ultimi
tempi", nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in
Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia
di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi
uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di
peccatori, segnata dalla tensione tra il "già" e il "non ancora". Nella pienezza
dei tempi Gesù Cristo è venuto a portare a compimento l’alleanza: Lui stesso,
vero Dio e vero uomo, è il Sacramento della fedeltà di Dio al suo disegno di
salvezza per l’intera umanità, per tutti noi.
L’arrivo dei Magi
dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della
manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la
verità. E’ l’inizio di un movimento opposto a quello di Babele: dalla confusione
alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione. Scorgiamo così un
legame tra l’Epifania e la Pentecoste: se il Natale di Cristo, che è il Capo, è
anche il Natale della Chiesa, suo corpo, noi vediamo nei Magi i popoli che si
aggregano al resto d’Israele, preannunciando il grande segno della "Chiesa
poliglotta", attuato dallo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Pasqua.
L’amore fedele e tenace di Dio, che mai viene meno alla sua alleanza di
generazione in generazione. E’ il "mistero" di cui parla san Paolo nelle sue
Lettere, anche nel brano della Lettera agli Efesini poc’anzi proclamato:
l’Apostolo afferma che tale mistero "gli è stato fatto conoscere per
rivelazione" (Ef 3,2) e lui è incaricato di farlo conoscere.
Questo "mistero" della
fedeltà di Dio costituisce la speranza della storia. Certo, esso è contrastato
da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l’umanità a causa del
peccato e del conflitto di egoismi. La Chiesa è, nella storia, al servizio di
questo "mistero" di benedizione per l’intera umanità. In questo mistero della
fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette
in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo
sulla via della pace e dell’autentico progresso. Infatti resta sempre valida la
parola di Dio rivelata per mezzo del profeta Isaia: "… le tenebre ricoprono la
terra, / nebbia fitta avvolge le nazioni; / ma su di te risplende il Signore, la
sua gloria appare su di te" (Is 60,2). Quanto il profeta annuncia a
Gerusalemme, si compie nella Chiesa di Cristo: "Cammineranno i popoli alla tua
luce, i re allo splendore del tuo sorgere" (Is 60,3).
Con Gesù Cristo la
benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come
nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità. Anche oggi, tuttavia,
resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: "nebbia fitta avvolge le
nazioni" e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia
sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica
e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime
rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire
un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta
di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti.
"Questa grande speranza può essere solo Dio … non un qualsiasi dio, ma quel Dio
che possiede un volto umano" (n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di
Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c’è una grande speranza, si può
perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità
nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo.
La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di
salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di
vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle
ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.
Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano
perciò molto coraggio. Il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio
seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e
offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio,
ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro
pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!
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