Roma
mercoledì, 14° gennaio 2007
Sull’attuazione del
Concilio Vaticano II si sono interrogati pensatori di oggi e del passato. E
ha riflettuto a lungo anche l’allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla. Le
sue riflessioni sono divenute un testo, “Alle fonti del rinnovamento”,
che sarà presentato in una nuova veste editoriale mercoledì 16 gennaio presso
l’Aula Paolo VI della pontificia Università Lateranense, nell’ambito degli
appuntamenti dell’itinerario di riflessione e approfondimento “Viam scire”.
All’incontro parteciperanno il rettore dell’ateneo e vescovo Rino Fisichella;
il responsabile del Progetto culturale nella diocesi di Roma, monsignor
Sergio Lanza; Philippe Chenaux, del Centro studi e ricerche sul
Concilio della Lateranense. A moderare il dibattito sarà Paolo Bustaffa,
direttore del Sir.
Perché il tema trattato è davvero di attualità, se si pone attenzione alle
parole pronunciate da Benedetto XVI nel suo primo discorso alla Curia romana, il
22 dicembre del 2005. In quell’occasione, il Pontefice ha «offerto un’analisi
penetrante delle recezione del Concilio Vaticano II», come ricorda il
cardinale vicario Camillo Ruini nella prefazione al testo di Wojtyla.
«All’ermeneutica della discontinuità - sosteneva Benedetto XVI nell’intervento
di due anni fa - si oppone l’ermeneutica della riforma, come l’hanno presentata
dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d’apertura del Concilio l’11
ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre
1965». Ermeneutica, aggiunge il cardinale Ruini, «in cui la tradizione vive
nell’intreccio fecondo e fedele di continuità (che non è ripetizione) e novità
(che non è cambiamento della sostanza)».
Il Concilio, insomma, non stravolge ma riforma, e dona impulso positivo
all’azione della Chiesa. Le considerazioni di Karol Wojtyla, sottolinea ancora
il porporato nella prefazione all’opera, costituiscono «il primo e forse a
tutt’oggi più approfondito studio nell’ottica di tale ermeneutica della
riforma». «In essa - prosegue il cardinale vicario - non si contrappone il
Vangelo alla modernità, ma neppure lo si stempera dentro un’adesione acritica di
sapore immanentistico. Al contrario, emerge l’esigenza, e insieme la sfida,
dell’incentramento antropologico, dove l’equilibrio è colto in quella
reciprocità che non è declinata come mediazione riduttiva e rinunciataria, ma
come intuizione feconda e originaria della legge dell’incarnazione. Nella luce
della realtà e del mistero di Gesù Cristo trovano infatti unità - senza mai
assorbirsi l’uno nell’altro - i due poli essenziali del discorso teologico: Dio
e l’uomo».
Fonte: Roamasette.it