Roma,
giovedì, 28 febbraio 2008
IV Domenica di Quaresima
1 Samuele 16,1b.4a.6-7.10-13; Efesini 5,8-14;
Giovanni 9, 1-41
IL CIECO NATO
La guarigione del cieco nato ci riguarda da vicino, perché, in un certo
senso, siamo tutti dei... ciechi nati. Il mondo stesso è nato cieco. Stando a
quello che ci dice oggi la scienza, per milioni di anni c'era la vita sulla
terra, ma era una vita allo stato cieco, non esisteva ancora l'occhio per
vedere, non esisteva il vedere stesso. L'occhio, nella sua complessità e
perfezione, è una delle funzioni che si sono formate più lentamente. Questa
situazione si riproduce in parte nella vita di ogni singolo uomo. Il bambino
nasce se non proprio cieco, almeno incapace ancora di distinguere i contorni
delle cose. È solo dopo qualche settimana che comincia a mettere a fuoco le
cose. Se il bambino fosse in grado di esprimere quello che prova quando comincia
a vedere chiaramente il volto della mamma, le persone, le cose, i colori, che
"oh!" di meraviglia si ascolterebbe! Che inno alla luce e alla vista! Il vedere
è un miracolo. Solo che non ci facciamo caso perché ci siamo abituati e lo diamo
per scontato. Ecco allora che Dio a volte opera la stessa cosa in modo
repentino, straordinario, così da scuoterci dal nostro torpore e renderci
attenti. È quello che fece con la guarigione del cieco nato e di altri ciechi
nel Vangelo.
Ma è solo per questo che Gesù guarisce il cieco nato? C'è un altro senso in
cui noi siamo nati ciechi. C'è un altro occhio che deve ancora aprirsi nel
mondo, oltre quello materiale: l'occhio della fede! Esso permette di scorgere un
altro mondo al di là di quello che vediamo con gli occhi del corpo: il mondo di
Dio, della vita eterna, il mondo del Vangelo, il mondo che non finisce neppure
con la...fine del mondo.
Questo ha voluto ricordarci Gesù con la guarigione del cieco nato. Anzitutto,
egli invia il giovane cieco alla piscina di Siloe. Con ciò Gesù voleva
significare che questo occhio diverso, della fede, comincia ad aprirsi nel
battesimo, quando riceviamo appunto il dono della fede. Per questo
nell'antichità il battesimo si chiamava anche "illuminazione" e essere
battezzati si diceva "essere illuminati".
Nel caso nostro non si tratta di credere genericamente in Dio, ma di credere
in Cristo. L'episodio serve all'evangelista per mostrarci come si arriva a una
fede piena e matura nel Figlio di Dio. Il recupero della vista da parte del
cieco procede infatti di pari passo con la sua scoperta di chi è Gesù.
All'inizio, per il cieco Gesú non è che un uomo: "Quell'uomo che si chiama Gesù
ha fatto del fango...". Più tardi alla domanda: "Che dici di lui, dal momento
che ti ha aperto gli occhi?", ed egli risponde: "È un profeta!". Ha fatto un
passo avanti; ha capito che Gesù è un inviato da Dio, che parla e opera in nome
di lui. Infine, incontrando di nuovo Gesù, gli grida: "Io credo, Signore!" e si
prostra dinanzi a lui per adorarlo, riconoscendolo così apertamente come suo
Signore e suo Dio.
Descrivendoci così dettagliatamente tutto ciò, è come se l'evangelista
Giovanni ci invitasse molto discretamente a porci la domanda: "E io, a che punto
sono di questo cammino? Chi è Gesù di Nazaret per me?". Che Gesù sia un uomo
nessuno lo nega. Che sia stato un profeta, un inviato da Dio, anche questo è
ammesso quasi universalmente. Molti si fermano qui. Ma non basta. Anche un
musulmano, se è coerente con quello che trova scritto nel Corano, riconosce che
Gesù è un profeta. Ma non per questo si considera un cristiano. Il salto
mediante il quale si diventa cristiani in senso proprio è quando si proclama,
come il cieco nato, Gesù "Signore" e lo si adora come Dio. La fede cristiana non
è primariamente credere qualcosa (che Dio esiste, che c'è un al di là...), ma un
credere in qualcuno. Gesù nel Vangelo non ci da una lista di cose da credere;
dice: "Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me" (Gv 14,1). Per i cristiani
credere è credere in Gesù Cristo.
di Padre Raniero Cantalamessa O.F.M.
Capp.