A questo
punto, una panoramica a volo di uccello ci aiuterà a puntualizzare
alcuni valori fondamentali che ci sono apparsi più evidenti dallo
studio della RB.
1. RICERCA DI DIO
In una
famosa espressione dello Pseudo-Dionigi, la parola "monaco", dalla
etimologia "monos", viene interpretata come 'uomo di una cosa sola.
SB, per il postulante, vuole che si veda "Si revera Deum quaerit"
<se veramente cerca Dio> (Rb.58,7). Forse siamo di fronte a quel
valore monastico così importante e fondamentale da poter essere
qualificato come l'"unum" veramente necessario <"revera" =
veramente>, quel valore che, se vissuto seriamente, da solo basta
(vedi commento a RB 58,7 e bibliografia indicata). Concretamente
significa che Dio diventa il centro di interesse, per cui tutte le
realtà sono polarizzate continuamente da Lui. Questo è il senso
della famosa visione che ebbe SB quando contemplò tutto il mondo
raccolto in un solo raggio di luce che lo univa a Dio (II.Dial.35),
a significare che nel rapporto con Dio, sono assunte e trasfigurate
tutte le realtà create. Dunque la ricerca di Dio è quello che
definisce il monaco, è l'asse portante della vita monastica.
Evidentemente, alla base di tale ricerca, c'è l'iniziativa di Dio
stesso: è Lui che prima viene a cercare; Dio cerca l'uomo (Gen.3,9:
"Dove sei?") e l'incarnazione di Cristo e` proprio questo annuncio
definitivo dell'amore preveniente di Dio: "Il Figlio dell'Uomo è
venuto a cercare..." (Lc.19,10; cf.Lc.15,1-7; Giov.10,10-16). Questo
tema biblico è continuamente presente nella tradizione patristica e
monastica: il monaco cerca Dio come uno che sa di essere già stato
cercato e "afferrato" per primo (Filip.3,12), sa che Dio cerca il
suo operaio tra la folla (Prol.14). Non si può andare alla ricerca
di Dio se non ci si è accorti e non si è convinti che Lui per primo
è venuto alla nostra ricerca.
2. CENTRALITA' DI CRISTO
Nella RB
questa ricerca di Dio passa attraverso un rapporto tutto particolare
con Gesù Cristo. E` il cosiddetto Cristocentrismo della Regola:
Cristo posto al di sopra e nel cuore di tutte le realtà: "niente
anteporre all'amore di Cristo" (RB.4,21); "Nulla, assolutamente
nulla, antepongano all'amore di Cristo" (RB.72,2); "per loro, non
considerano nulla più caro di Cristo (RB.5,2). Questo forte rapporto
personale con Cristo dà tutto il vero senso della vita monastica;
persone e cose diventano segno della presenza di Lui: "l'abate tiene
le veci di Cristo" (RB.2,2); ai fratelli malati "si serva proprio
come a Cristo in persona" (RB.36,1); negli ospiti "si adori Cristo
stesso che in essi viene accolto" (RB.53,1.7), e se sono poveri e
pellegrini "si accoglie Cristo ancora di più" (RB.53,15). Veramente
il monaco deve tendere ad essere un cristiano che non sa altro se
non Gesù Cristo (cf. 1Cor.2,2), in cui vede racchiusi tutto il senso
della vita e della storia.
3. PREGHIERA
Il
monaco dedica alla preghiera la parte migliore della sua giornata e
deve tendere a diventare uomo di preghiera. Appare nella Regola la
posizione importante che SB assegna alla preghiera liturgica
comunitaria, che egli chiama "Opus Dei", opera di Dio per
eccellenza. "Nulla anteporre all'Opera di Dio" (RB.43,3), e "Nulla
anteporre all'amore di Cristo" (RB.4,21) sono due espressioni
parallele di un'unica convinzione; la liturgia è infatti lo spazio
privilegiato dell'incontro con Cristo. La giornata monastica è
scandita dai vari momenti della lode divina che ritmano il fluire
del tempo (deve essere veramente "Liturgia delle Ore"). Cf.
introduzione alla sezione "L'Opera di Dio" e "excursus sulla
preghiera monastica").
4. ASCOLTO
La
dimensione preghiera in modo molto biblico è espressa anche dalla
categoria dell'ascolto, che è un momento molto importante nella RB.
Il monaco è l'uomo dell'ascolto in maniera molto accentuata
("Ascolta, o figlio"..., Prol.1): cercato da Dio (Prol.14) e
cercatore di Dio (RB.58,7), il monaco ascolta con orecchio
attentissimo e meravigliato (Prol.9) la voce del Signore che risuona
soprattutto nella S. Scrittura (Prol.8-13). La preghiera liturgica è
tutta intessuta di Parola di Dio. Preparazione e proseguimento della
preghiera liturgica e nutrimento della preghiera personale è la
lettura amorosa e pregata della Bibbia, quale avviene nella "lectio
divina", alla quale SB dà molta importanza (RB.48; cf. Excursus
sulla Lectio Divina).
5. SILENZIO
L'ascolto di Dio ha come condizione il silenzio, sia esteriore, sia
del cuore e della mente. Il silenzio ha due aspetti: quello
ascetico, cioè astenersi dal parlare per mortificazione (RB.6;
4,5-54; 7,56-61; 9^,10^ e 11^ gradino di umiltà), e quello mistico,
cioè il clima di silenzio per far risuonare la Parola di Dio: è il
"deserto del cuore", quel deserto dove Dio vuol riportare il suo
popolo (Osea 2,14) per parlargli e convertirlo a Se. E` diventato un
tema comune nella tradizione monastica: solitudine e silenzio sono
elementi essenziali per una autentica vita di preghiera (vedi
introduzione e conclusione nel commento a RB.6).
6. SPOGLIAMENTO DI SE` (umiltà)
Il
monaco è chiamato a un cammino di sequela che è essenzialmente un
cammino di spogliamento di se. Il capitolo più lungo della Regola,
il 7.mo., è dedicato all'umiltà, che non significa una virtù
particolare, ma tutta una realtà spirituale molto ampia e profonda,
tutto il cammino ascetico rappresentato come una scala da ascendere
faticosamente. Nella letteratura monastica, la figura del monaco è
sempre rappresentata come umilissima, con un'anima da povero, sempre
cosciente del proprio peccato, chiamato a sentirsi sinceramente
ultimo di tutti (RB.7,51), chiamato ad essere critico verso i suoi
gusti personali, verso la "voluntas propria", sull'esempio di Cristo
che venne non per fare la volontà propria, ma quella del Padre (Giov.6,38).
Il fondamento dell'umiltà e del cammino di spogliamento di se che il
monaco intraprende, è la "kenosis" di Cristo (Filip.2,5-8). Cf.
Introduzione a RB.7).
7. OBBEDIENZA
Questo
cammino di umiltà ha una delle sue modalità privilegiate
nell'obbedienza a persone concrete; ben tre gradini di umiltà (il
2^, 3^ e 4^: RB.7,31-43) parlano dell'obbedienza. Per il monaco,
questo è un fattore fondamentale, perchè lo assimila a Cristo, la
cui vita è stata un'obbedienza totale alla volontà del Padre:
l'esempio di Cristo e l'amore di Cristo (RB.2,2): quindi obbedire
come Cristo (RB.5,13) e obbedire come a Cristo (RB.5,6.15). SB parla
tante volte e in tanti modi dell'obbedienza, soprattutto nel Prologo
e nei primi tre capitoli; ma poi continuamente, qua e là nella
Regola, senza nasconderne le difficoltà: la "fatica dell'obbedienza"
(Prol.2), obbedienza tra asprezze e contrarietà e addirittura
ingiurie (RB.7,35), obbedienza anche nelle cose impossibili (RB.68).
Verso la fine della Regola, appare ancora un altro aspetto:
l'obbedienza reciproca (RB.71; 72,6), perchè l'obbedienza è
senz'altro un "bene" (RB.71,1) e i monaci devono essere "convinti
che attraverso questa via dell'obbedienza essi andranno a Dio" (RB.71,2).
Certo,
oggi l'obbedienza - è inutile nasconderselo - sta attraversando una
certa crisi, ed esiste nelle nuove generazioni l'insofferenza per
l'autorità in genere (anche se c'è un recupero negli ultimi tempi).
Tuttavia nella concezione monastica non possiamo prescindere da
questo punto fondamentale. Possiamo notare di positivo la riscoperta
oggi della tradizionale figura del padre spirituale, e quindi
dell'accentuazione del superiore come mediatore della Parola di Dio
e della di Lui volontà, e come animatore spirituale della comunità (cf.
ultima parte dell'Excursus sull'abate, articolo di L.SENA, in Inter
Fratres 35 (1985) 20-25, e commento a RB.5 e RB.68).
8. ASCESI
Sarà
bene oggi richiamarci anche ai valori dell'ascesi concreta nei suoi
aspetti più tradizionali, quali il digiuno, la veglia, la fatica, la
povertà, ecc. Sappiamo che SB non ama i grandi atletismi ascetici,
che anzi una delle sue caratteristiche è la moderazione, la
considerazione per i deboli, la famosa "discretio". Però sappiamo
anche quanto è esigente per ciò che riguarda il distacco personale
del monaco, il quale deve sradicare in se il vizio della proprietà (RB.33;
54; 55; il c.33 è uno dei più duri di tutta la Regola), mettere
tutto in comune, evitare ogni forma di autoaffermazione attraverso
le cose, addirittura non deve essere attaccato nemmeno al suo lavoro
e alle sue eventuali capacità (RB.57).
D'altronde, nella più genuina tradizione monastica, il monaco è
caratterizzato da una vita semplice, distaccata, povera. Anche per
noi va riscoperta l'importanza e il valore di una vita austera, di
una certa mortificazione fisica (ricordiamo ad esempio l'aspetto
ascetico del silenzio).
9. SEPARAZIONE DAL MONDO
Il
monastero, nella primitiva tradizione, era considerato come un luogo
chiuso, rigidamente separato dal mondo; la cosiddetta "fuga mundi"
era la prima e fondamentale condizione del monaco. Nella concezione
di SB il monastero è autosufficiente proprio per ridurre al minimo
le uscite (RB.66,6-7); il monaco è uno che si è fatto estraneo ai
costumi del mondo (RB.4,20). Tuttavia, anche per SB ci sono
relazioni con l'esterno, soprattutto attraverso l'esercizio
dell'ospitalità (RB.53); sono inoltre contemplati anche i viaggi (RB.51;
67).
Oggi
abbiamo certamente una concezione diversa dei contatti con l'esterno
e l'inserimento del monastero nella comunità ecclesiale e civile è
un fatto positivo.
Tuttavia, una certa separazione, anche materiale, dal mondo, deve
considerarsi come una componente essenziale della professione
monastica. La fedeltà a un certo distacco, a una certa separazione
(ma la cosiddetta "fuga mundi" deve essere rettamente intesa; cf.
commento a RB.66), a una vita più nascosta in Dio secondo
l'affermazione escatologica di S. Paolo (Col.3,3-4), può essere la
forma principale di testimonianza dei monaci oggi: "Si`, ancor oggi
la Chiesa e il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno
bisogno che SB esca dalla comunità ecclesiale e sociale e si
circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di lì ci
faccia ascoltare l'incantevole accento della sua pacata ed assorta
preghiera" (Paolo VI a Montecassino, 24 Ottobre 1964.
10. LAVORO
SB
accentua molto il valore e l'importanza del lavoro, facendone uno
dei punti principali della sua concezione monastica (e la tradizione
ne ha ben colto il senso, coniando il motto "ORA ET LABORA"). Il
monaco deve sentirsi soggetto alla comune legge del lavoro, e vi si
dedica sia per fuggire l'oziosità (RB.48,1), sia come forma di
povertà (RB.48,7-8), sia come servizio scambievole nella carità (RB.35,6).
SB vuole che il lavoro si faccia con umiltà e distacco (RB.57), ma
anche con impegno e competenza (RB.31; 32; 53,22, ecc.), e sempre
nella serenità, nella libertà (RB.31,17.19; 35,12-13; 48,9-24;
53,18-20). Naturalmente, il lavoro va armonizzato con le altre
componenti della giornata monastica: preghiera e lectio divina (RB.48;
cf. commento a RB.48 ed Excursus sul lavoro).
11. COMUNIONE FRATERNA
SB
accentua fortemente l'aspetto comunitario della vita monastica,
soprattutto sotto l'influsso di S. Agostino, il "Dottore della
carità", in modo che la comunità cenobitica appaia come erede della
prima comunità di Gerusalemme, che era "un cuore solo e un'anima
sola" (Atti 4,32). Relazioni "verticali" (ascolto, Opus Dei,
obbedienza all'abate...) e relazioni "orizzontali" si incontrano e
si armonizzano in SB in un equilibrio ammirevole e forse
insuperabile. Tante volte ricorre nella Regola l'espressione "a
vicenda" <"sibi invicem"> e "nella carità" <"sub caritate">: i
fratelli si servano a vicenda nella carità (RB.35,1-6; 36,4-5;
38,6); siano pronti a prestarsi aiuto vicendevole nei vari lavori in
cui sono impegnati (RB.31,17; 35,3; 53,18-20; 66,5); in via
ordinaria si esortino a vicenda (RB.22,8); si sopportino
vicendevolmente (RB.4,22-30; 72,5); si perdonino e si riconcilino
prima del tramonto del sole (RB.4,73; 13,12-13); si onorino l'un
l'altro (RB.4,70-71; 63,17; 72,3) e si obbediscano a vicenda (RB.71;
72,6). Sappiamo che la "magna charta delle relazioni interpersonali
è il mirabile c.72, in cui e` inculcato l'amore vero tra i fratelli
(v.8) con tante manifestazioni (cf. commento); il capitolo ci dà
anche la chiave per leggere tutta la RB: il cammino del monaco
cenobita passa necessariamente attraverso la carità fraterna; la
vita comunitaria è il modo principale di esercitare il rinnegamento
di se`; ci sono tanti aspetti duri e dolorosi, ma attraverso di essi
è possibile una crescita e un arricchimento di vita. Ed è dalla
capacità di accoglienza reciproca e di perdono reciproco che si
misura la "maturità" di una comunità monastica. Cf. L.SENA,
Fondamenti e prospettive..., in: "Inter Fratres" 1983/II, pp.198-221.
12. LA PAX BENEDICTINA
SB ha
una visione serena dell'uomo; con la sua discrezione (II.Dial.36; RB.64,19)
considera la personalità e la debolezza della natura umana. Egli va
diritto alle disposizioni interiori, in cui è molto esigente: in
fatto di obbedienza, di distacco, di preghiera, ecc., vuole un
impegno totale, senza incrinature, e lancia ai suoi figli verso mete
sempre più alte (RB.73); ma, uomo pratico secondo Gesù Cristo,
mitiga in genere le osservanze esterne, vuole che la sua Regola sia
accessibile a tutti, ed ha come criterio "che i forti desiderino
fare di più, e i deboli non si scoraggino" (RB.64,19). A questo
scopo l'abate "deve adattare il suo servizio all'indole di ciascuno"
(RB.2,31).
Tutta
questa larghezza, realismo e grande umanità di SB contribuisce a far
sì che il monaco, pur impegnato seriamente, conduca la sua ricerca
di Dio nella serenità, nella pace; in coloro che hanno
volontariamente scelto Cristo nella vita monastica, non ci deve
essere posto per l'acidità, la scontentezza, l'insoddisfazione.
"Ecco, lavora e non ti rattristare" disse SB al goto (II.Dial.6); e
tutto deve essere organizzato in modo tale che nella casa di Dio
nessuno si turbi e si rattristi (RB.31,19). E` questo il senso della
"Pax Benedictina", che deve essere abituale atmosfera nei nostri
monasteri.
Altri
aspetti ancora potevano essere messi in risalto nella RB, ad esempio
quello dell'ospitalità, dello spirito di fede, della stabilità,
dell'equilibrio, della discrezione, ecc. Sono stati qui
puntualizzati soprattutto i valori fondamentali per la vita del
monaco; egli, impegnato nel cammino di ritorno verso Dio (Prol.2),
e` convinto dell'amore di Dio che lo ha scelto (Prol.14); è convinto
anche della propria umanità e fragilità e quindi di essere sempre
bisognoso di conversione. Ma in questo cammino e` aiutato dalla
comunità dei fratelli, ed è spinto dall'amore di Cristo, a cui nulla
assolutamente anteporre (RB.72,11) e da cui spera che ci conduca
tutti insieme alla vita eterna (RB.72,12).
AMEN