Giovanni Paolo II

Marzo 2008 - Giovani in ascolto della Parola

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“Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?”

 

“Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?”: Marta è qui la donna della fede nuova; non solo accetta la dichiarazione sintetica di Gesù che ribadiva la fede nella risurrezione come professata dai farisei, ma va oltre: crede che Gesù è la risurrezione e la vita! Sin dall’inizio crede a questo (v.22-27), ma in modo ancora intellettuale; infatti, seguendo Gesù alla tomba afferma: “Già manda cattivo odore..!”. Ecco che Gesù la invita a credere più profondamente: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. È a questo momento che si arriva al punto culminante di questo vangelo: Gesù fa Eucaristia, ringrazia pregando!!! Gesù ringrazia Dio di essere stato ascoltato. Eppure non si vede ancora nulla! Cosa dunque ha visto Gesù se non la fede di Marta?

 

Marta ha creduto, cioè ha visto in Gesù la gloria di Dio (= la risurrezione), Lazzaro quindi vive. Marta è la prima a professare la nuova fede nella risurrezione: crede all’Amore di Gesù! 

 

Gesù, allora, entra nel mistero Pasquale con tutto il suo affetto umano per queste relazioni. La sua risurrezione è l’annuncio che un amore così, un’amicizia così bella, dura per sempre, riesce a passare da morte a vita. Egli vive le sue relazioni nell’amicizia e nell’amore e sa che di questo noi abbiamo bisogno, perché egli stesso ne ha bisogno. Possiamo testimoniare che l’amore ha vinto la morte, perché il Signore Gesù ha vissuto la sua morte come gesto di amicizia e di amore per noi. La morte è stata vissuta dal desiderio di essere in relazione con noi e con il Padre. Si può essere cristiani portatori e testimoni della forza della risurrezione, senza un’umanità aperta a relazioni autentiche di amicizia?

 

Il Monastero Clarisse Immacolata Concezione

di Albano Laziale


Santo Subito

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"La vostra vocazione è l'Amore,
non un amore che imprigiona nelle strette mura della clausura, ma che allarga il cuore sino ai confini del mondo...".
(Giovanni Paolo II alle Sorelle Clarisse di Albano)

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