Sessione di
apertura
dell’Inchiesta
diocesana
sulla vita, le virtù
e la fama di santità
del Servo di Dio
Giovanni Paolo
II
(Karol Wojtyła)
Sommo Pontefice
Roma, Basilica di
San Giovanni in
Laterano,
28 giugno 2005
Lo scorso 13 maggio, nel
giorno della Vergine di
Fatima, il Santo Padre
Benedetto XVI in questa
Basilica Lateranense, al
termine del suo primo
discorso al clero
romano, annunciava di
avere concesso la
dispensa dal tempo di
cinque anni di attesa
dopo la morte del Servo
di Dio Giovanni Paolo II
(Karol Wojtyła) e che
pertanto la Causa di
Beatificazione e
Canonizzazione del
medesimo Servo di Dio
poteva avere inizio
subito. Erano trascorsi
soltanto 41 giorni dalla
morte di Giovanni Paolo
II e ricorreva il 24°
anniversario
dell’attentato compiuto
contro di Lui in Piazza
San Pietro, il 13 maggio
1981.
Nella certezza di interpretare il vostro unanime sentimento, desidero
rinnovare al Santo Padre
Benedetto XVI
l’espressione della
vivissima gratitudine
della Diocesi di Roma,
di quella di Cracovia e
del mondo intero per
questa decisione, con la
quale Egli ha accolto
l’istanza di un
grandissimo numero di
Padri Cardinali, fattisi
voce della corale e
ardente supplica
levatasi dal popolo di
Dio nei giorni
indimenticabili della
morte e delle esequie di
Giovanni Paolo II.
Ogni parola che io
possa ora aggiungere,
come sempre avviene al
termine della sessione
di apertura
dell’Inchiesta diocesana
sulla vita, le virtù e
la fama di santità di un
Servo di Dio, per
illustrare la figura di
Giovanni Paolo II e
motivare l’apertura
della sua Causa di
Beatificazione e
Canonizzazione, per un
verso appare superflua,
essendo tanto grande e
universale la conoscenza
di Lui e tanto profondo
e unanime il
convincimento della sua
santità. Ciò che sto per
dire nasce però dal mio
cuore e confido possa
trovare felice
corrispondenza nel cuore
di ciascuno di voi.
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Sessione di Apertura
Basilica S. Giovanni in Laterano |
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Karol Józef Wojtyła è
nato a Wadowice il 18
maggio 1920, da Karol e
da Emilia Kaczorowska,
genitori profondamente
cattolici, ed è stato
battezzato il 20 giugno
dello stesso anno nella
chiesa parrocchiale di
Wadowice. La Polonia
aveva da poco ritrovato
la sua unità e
indipendenza e soltanto
due mesi dopo, il 16 e
17 agosto, seppe
vittoriosamente
difenderla, per sé e per
l’Europa, respingendo
l’invasione dell’Armata
Rossa nella battaglia
detta “il miracolo della
Vistola”. Faccio
menzione di questo
evento, che consentì al
bambino e
all’adolescente Karol di
crescere e formarsi in
un contesto sociale e
culturale serenamente
improntato al
cattolicesimo, perché ho
personalmente udito
Giovanni Paolo II
ricordare in molteplici
occasioni, con commossa
gratitudine, il
“miracolo della
Vistola”.
Nel settembre 1926
Karol, detto
familiarmente Lolek,
inizia a frequentare la
scuola elementare. Poi,
ancora bambino di nove
anni, il 13 aprile 1929,
perde la madre, deceduta
per malattia a soli 45
anni di età. Un mese
dopo riceve la prima
comunione. Nel 1930
passa alla scuola media,
presso il Ginnasio
Statale di Wadowice,
scegliendo l’indirizzo
neoclassico. Ma di
nuovo, il 5 dicembre
1932, Karol è colpito da
un gravissimo lutto, con
la morte del fratello
maggiore Edmund, giovane
medico che perde la vita
curando i malati di una
epidemia di scarlattina.
Rimasto solo con il
padre, è da lui guidato
a una vita nella quale
la preghiera e l’ascesi
hanno uno spazio
determinante, e proprio
così trovano posto
adeguato non soltanto lo
studio, ma anche il
gioco, l’allegria e lo
sport. Un’altra persona
che contribuirà
grandemente alla
formazione cristiana di
Karol fu Padre Kazimierz
Figlewicz, un giovane
sacerdote che dal 1930
insegnava catechismo
nella scuola di Wadowice
e seguiva i
chierichetti, tra cui
Karol, nella parrocchia.
Il piccolo Wojtyła si
confessava da lui, lo
ammirava e gli si
affezionò profondamente.
A sua volta il sacerdote
descrive Karol come “un
ragazzo vivacissimo, di
grande talento, molto
sveglio e buonissimo”.
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Vista dall'alto della Basilica di San Giovanni in Laterano |
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Momenti di forte emozioni |
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I tratti peculiari della
pietà in cui il ragazzo
viene formato sono
l’amore alla Vergine
Maria e la devozione
allo Spirito Santo,
caratteristiche che
rimangono profondamente
iscritte nel suo animo e
alle quali si mantenne
fedele per sempre. La
sua vita religiosa era
alimentata mediante
l’assidua preghiera
personale, la frequenza
ai sacramenti, le
pratiche di pietà, in
particolare i
pellegrinaggi ai
santuari mariani, ma
anche attraverso
l’impegno nelle
associazioni cattoliche:
la vigilia
dell’Assunzione del 1934
entra a far parte del
Sodalizio Mariano della
sua parrocchia e due
anni dopo ne diventa
presidente.
Già nel 1934 Karol
comincia inoltre a
partecipare a delle
recite e due anni dopo
inizia un’intensa
collaborazione con il
regista teatrale
d’avanguardia Mieczysław
Kotlarczyk, innamorato
del teatro e
profondamente credente.
Il 3 maggio 1938
Karol riceve la cresima,
il 27 dello stesso mese
consegue la licenza
liceale: alla cerimonia
di consegna del diploma
viene chiamato a tenere
il discorso di commiato.
Nell’agosto successivo
si trasferisce con il
padre a Cracovia, per
iscriversi alla Facoltà
di filosofia
dell’Università
Jagiellonica, seguendo i
corsi di filologia
polacca. Come scrive nel
suo libro Dono e
Mistero, questa
strada introdusse il
futuro Giovanni Paolo II
“nel mistero stesso
della parola”.
Lo scoppio della seconda
guerra mondiale,
iniziata con l’invasione
della Polonia il 1°
settembre 1939, cambia
però radicalmente il
corso della vita di
Karol. Egli nella
primavera di quell’anno
aveva già portato a
termine il volume di
poesie, allora inedite,
Salmo rinascimentale
/ Libro slavo, di
cui fa parte l’inno
Magnificat, nel
quale si legge: “Ecco,
riempio fino all’orlo il
calice col succo della
vite nel Tuo convito
celeste – io, il Tuo
servo orante – grato,
perché misteriosamente
rendesti angelica la mia
giovinezza, perché da un
tronco di tiglio
scolpisti una forma
robusta. Tu sei il più
stupendo, onnipotente
Intagliatore di santi”.
Queste parole, che non
possiamo ascoltare senza
commozione, dicono
moltissimo non solo
sulla vita, la
profondità spirituale,
la comprensione di sé e
il genio poetico del
giovane Wojtyła, ma
anche, profeticamente,
su come la Provvidenza,
avrebbe scolpito la sua
figura e la sua persona
attraverso i drammi e
gli imprevisti della
storia.
L’Università
Jagiellonica fu
costretta a interrompere
i corsi e nel settembre
1940, per evitare la
deportazione ai lavori
forzati in Germania, il
giovane Karol iniziò a
lavorare come operaio in
una cava di pietra
collegata con lo
stabilimento chimico
Solvay, nel quale un
anno dopo sarebbe
passato a lavorare
direttamente. Quanto
questa esperienza abbia
influito su di lui, gli
abbia dato una più
profonda e completa
esperienza della realtà
e della fatica della
vita oltre che della
solidarietà tra gli
uomini, è espresso
emblematicamente in un
verso del poema La
cava di pietra,
scritto nel 1956: “tutta
la grandezza del lavoro
è dentro l’uomo”.
Il 18 febbraio 1941 il
padre, malato da tempo
ma non ritenuto in
pericolo di vita, muore
improvvisamente. Karol
perde così l’ultimo, e
fortissimo, legame e
affetto familiare. Più
tardi ricorderà: “non
m’ero mai sentito tanto
solo” come in quella
notte di veglia e di
preghiera, nonostante la
presenza con lui di un
amico.
La vita, nella Polonia
occupata, era
terribilmente dura, la
Chiesa sistematicamente
perseguitata, moltissimi
sacerdoti uccisi o
imprigionati. Eppure,
proprio in quella
situazione, il giovane
Wojtyła non solo
continuò a scrivere, in
particolare a comporre
drammi, e a recitare,
nel “teatro rapsodico”
clandestino, alimentando
così la resistenza
morale all’oppressione
nazista e l’identità
spirituale e culturale
polacca, ma approfondì
la sua esperienza
religiosa, in
particolare attraverso
il contatto con Jan
Tyranowski, un sarto di
alta spiritualità e un
autentico formatore di
giovani, che lo
introdusse alla lettura
dei grandi mistici
carmelitani San Giovanni
della Croce e Santa
Teresa d’Avila, e
l’incontro con il
Trattato della vera
devozione alla Santa
Vergine di San Luigi
Maria Grignion de
Montfort, dal quale
comprese più
profondamente il legame
tra Maria e Cristo e
ricavò il motto di
affidamento mariano
“Totus Tuus”, autentico
emblema della sua vita e
non solo del suo
episcopato. I
pellegrinaggi al
santuario mariano di
Kalwaria contribuirono a
delineare questo
itinerario di preghiera
e di contemplazione, che
avrebbe orientato i
passi del giovane Karol
verso il sacerdozio.
Insegnanti ed amici, già
a Wadowice e poi a
Cracovia, avevano più
volte detto a Karol che
egli appariva loro
destinato all’altare, ma
egli aveva sempre
opposto resistenza a
questa idea, soprattutto
perché profondamente
attratto da un’altra
vocazione, quella per il
teatro, l’arte, le
lettere. Nel mistero
della chiamata al
sacerdozio, e
dell’accoglienza di essa
da parte di Karol, ha
avuto un ruolo
particolare, come
attesta lo stesso
Giovanni Paolo II nel
libro Dono e Mistero,
la grande figura di Adam
Chmielowski, il Santo
Frate Alberto, celebre
patriota e pittore
polacco che ebbe la
forza di rompere con la
propria arte quando
comprese che Dio lo
chiamava a servire i
diseredati e a
condividere la loro
vita. A lui Karol
Wojtyła dedicherà il
dramma “Fratello del
nostro Dio” e poi,
divenuto Papa, lo
proclamerà Beato in
Polonia nel 1983 e Santo
a Roma nel novembre
1989, mentre crollava la
“cortina di ferro”.
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Il Postulatore,
Mons.
Sławomir Oder |
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La vocazione
sacerdotale di Karol
giunse a piena
maturazione nel corso
del 1942 e nell’autunno
di quell’anno egli prese
la decisione di entrare
a far parte del
seminario di Cracovia,
che funzionava
clandestinamente, pur
continuando il suo
lavoro in fabbrica. In
pari tempo,
nell’itinerario di
formazione al sacerdozio
presso la Facoltà
teologica
dell’Università
Jagiellonica, anch’essa
clandestina, incominciò
lo studio sistematico
della filosofia, in
particolare della
metafisica. Il Cardinale
Arcivescovo di Cracovia,
Principe Adam Stefan
Sapieha, sistemò poco
dopo il seminario
clandestino presso la
propria residenza e qui
il seminarista Wojtyła
trovò rifugio dal
settembre 1944 e visse
la notte della
liberazione di Cracovia
da parte dell’Armata
Rossa, il 18 gennaio
1945. L’anno accademico
1945-46 potè svolgersi
regolarmente e il
Cardinale Sapieha,
avendo deciso che Karol
Wojtyła completasse gli
studi a Roma, lo ordinò
sacerdote, in anticipo
sui suoi compagni di
corso, il 1° novembre
1946, nella propria
cappella privata.
Toccante è la
descrizione che Giovanni
Paolo II ci ha lasciato,
nel libro Dono e
Mistero, di quell’ordinazione
e delle tre Sante Messe
celebrate dal novello
sacerdote il giorno
dopo, 2 novembre, nella
cripta di San Leonardo
della Cattedrale del
Wawel.
Alla fine di quel mese
di novembre Don Karol
era già a Roma, iscritto
ai corsi di laurea in
teologia presso il
Pontificio Ateneo
Angelicum, dove
primeggiava la figura
del Padre Réginald
Garrigou Lagrange, O.P.,
che fu anche relatore
della tesi di Dottorato,
dedicata alla Doctrina de fide apud S.
Ioannem a Cruce, la
dottrina intorno alla
fede secondo S. Giovanni
della Croce, che Don
Karol discusse il 19
giugno 1948. Abitando
per quei due anni al
Collegio Belga, in un
ambiente culturalmente e
teologicamente assai
vivo, il giovane
sacerdote polacco fu
animato dal forte
desiderio di “imparare
Roma”, trasmessogli in
particolare dal Rettore
del Seminario di
Cracovia, P. Karol
Kozłowski, e di Roma
effettivamente non solo
apprese la storia e la
bellezza, ma assimilò il
respiro universale e
cattolico, che
spontaneamente si
innestava nella grande
tradizione cattolica
polacca. Don Karol nelle
vacanze estive visitò
inoltre la Francia,
l’Olanda e il Belgio,
conoscendo da una parte
le nuove problematiche
pastorali espresse nella
formula “Francia, paese
di missione”, e però
anche sostando ad Ars
dove, dall’incontro con
la figura di San
Giovanni Maria Vianney,
trasse la convinzione
che il sacerdote
realizza una parte
essenziale della sua
missione attraverso il
confessionale, come egli
stesso attesta nel libro
Dono e Mistero.
L’atteggiamento
complessivo col quale
già allora Don Karol
affrontava la vita è
bene espresso dalle sue
parole riportate da uno
dei sacerdoti suoi
compagni: “È necessario
organizzare la vita in
modo tale che questa
tutta possa glorificare
Dio”.
Ritornato in Polonia,
egli viene inviato a
Niegowic come Vicario
parrocchiale, ma dopo un
solo anno è chiamato a
Cracovia per essere
Vicario parrocchiale
nella parrocchia di San
Floriano ed avviare una
cappellania per gli
studenti universitari.
Nonostante gli ostacoli
frapposti dal regime
comunista, dà prova di
una straordinaria
capacità educativa e
creatività pastorale e
culturale: sa penetrare
infatti l’inquietudine
del cuore dei giovani ed
entrare in profonda
sintonia con loro,
introducendoli allo
stesso tempo nella
verità, bellezza e
impegnatività della
persona e della croce e
risurrezione del Signore
Gesù. Incomincia così,
già allora, ad
esercitare su di loro
quel fascino
meraviglioso che
esprimerà, da Pontefice,
attraverso le Giornate
Mondiali della Gioventù.
Dopo la morte del
Cardinale Sapieha,
l’Arcivescovo Eugeniusz
Baziak volle però che
Don Karol si dedicasse
all’insegnamento
universitario e gli
concesse, a partire dal
1° settembre 1951, due
anni sabbatici per
scrivere la tesi di
abilitazione, dal titolo
Valutazioni sulla
possibilità di costruire
un’etica cristiana sulle
basi del sistema di Max
Scheler. Questo
studio, che ottenne
l’approvazione
accademica il 30
novembre 1953, consentì
al giovane sacerdote di
penetrare il pensiero
fenomenologico,
giungendo alla
conclusione che la
fenomenologia è uno
strumento importante e
prezioso per indagare le
dimensioni
dell’esperienza umana,
ma ha bisogno di essere
fondata sulla concezione
realistica dell’essere e
della conoscenza, che
Don Karol aveva
approfondito nei suoi
studi precedenti. È
indicata così la
direzione di fondo del
suo personale progetto
filosofico, che intende
legare l’oggettività e
il realismo del pensiero
classico con la
sottolineatura moderna
della soggettività e
dell’esperienza e che
culminerà nella grande
opera Persona e atto,
pubblicata nel 1969,
quando Karol Wojtyła era
già Cardinale. Questo
orientamento di fondo è
ben visibile, del resto,
anche nel suo
insegnamento di
Pontefice: ricordo
soltanto le pagine
iniziali dell’Enciclica
Dives in misericordia,
con il principio della
congiunzione “organica e
profonda” di
teocentrismo ed
antropocentrismo.
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Altro momento della Memorabile Sessione |
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La soppressione della
Facoltà di teologia
dell’Università
Jagiellonica, decretata
dal regime nel 1954,
fece sì che il nuovo
Professore svolgesse la
sua carriera accademica
non a Cracovia, come
previsto, ma
all’Università Cattolica
di Lublino, a partire
dall’autunno 1954,
ottenendo già nel
novembre 1956 la
cattedra di etica nella
Facoltà di filosofia e
continuando fino al 1961
una regolare attività
accademica. Sono quelli
gli anni dei suoi
continui viaggi in
treno, tra Cracovia e
Lublino: Karol Wojtyła
infatti, che aveva
accettato solo per
ubbidienza i due anni
sabbatici richiestigli
dall’Arcivescovo Baziak,
proseguì un’intensa
attività pastorale a
Cracovia, soprattutto
con i giovani,
condividendo con loro
anche le vacanze.
Continuò inoltre a
comporre drammi e
poesie.
Proprio nel mezzo di una
vacanza con i giovani,
il 4 luglio 1958, Don
Karol apprese dal
Cardinale Primate di
Polonia Stefan Wyszyński
di essere stato nominato
dal Papa Pio XII Vescovo
Ausiliare di Cracovia,
all’età di soli 38 anni,
e fu consacrato nella
Cattedrale del Wawel il
28 settembre, festa di
San Venceslao, Patrono
della medesima
Cattedrale,
dall’Arcivescovo
Eugeniusz Baziak. Nel
libro Alzatevi,
Andiamo! lo stesso
Giovanni Paolo II
descrive ampiamente
questi eventi e lo
spirito con il quale
egli li visse. Già la
sera dell’ordinazione si
recò pellegrino al
santuario di Częstochowa,
con i suoi amici più
stretti, e la mattina
seguente celebrò la S.
Messa davanti all’Icona
della Madonna Nera.
A seguito della morte
dell’Arcivescovo Baziak,
Mons. Wojtyła, il 16
luglio 1962, viene
eletto dal Capitolo
Metropolitano Vicario
Capitolare
dell’Arcidiocesi di
Cracovia. Dopo un anno e
mezzo Paolo VI, il 13
gennaio 1964, lo
promuove Arcivescovo
Metropolita e l’8 marzo
egli prende solenne
possesso
dell’Arcidiocesi. Erano
gli anni nei quali Mons.
Wojtyła prese
intensamente parte a
tutto il Concilio
Vaticano II, dando un
contributo di
straordinaria importanza
specialmente
all’elaborazione della
Costituzione Gaudium
et spes, oltre che
alla Dichiarazione sulla
libertà religiosa e
anche alla Costituzione
Lumen gentium e
al Decreto
sull’apostolato dei
laici.
L’esperienza del
Concilio è stata
decisiva per
l’Episcopato cracoviense
e per il successivo
Pontificato romano di
Karol Wojtyła,
completando
armoniosamente tutta la
sua formazione ed
esperienza precedente: è
rimasta infatti per
sempre scolpita in lui
la convinzione che il
Vaticano II è “l’evento
chiave della nostra
epoca” (Discorso al
clero romano del 14
febbraio 1991).
Proprio per mettere in
pratica il Concilio e
per farne rivivere
l’esperienza a tutta
l’Arcidiocesi,
l’Arcivescovo Wojtyła,
nel frattempo creato
Cardinale da Paolo VI
nel Concistoro del 26
giugno 1967, indisse il
Sinodo di Cracovia l’8
maggio 1972, dopo un
anno di intensi
preparativi: fu un
Sinodo quanto mai
partecipato e
coinvolgente, durato per
sette anni e concluso
dallo stesso Giovanni
Paolo II, ormai Papa,
l’8 giugno 1979, nel
nono centenario di San
Stanislao. Stanisław è
anche il nome del suo
fedelissimo Segretario,
Mons. Dziwisz, a noi
tutti tanto caro, che ha
condiviso la sua vita
per 39 anni e ora gli
succede sulla Cattedra
di Cracovia, dopo il
Cardinale Franciszek
Macharski, a sua volta
amico di sempre e
collaboratore prezioso
di Giovanni Paolo II.
Se mi è lecito
azzardare una sintesi
dei venti anni nei quali
Karol Wojtyła è stato
Vescovo a Cracovia,
direi che, sulla base di
una totale fiducia in
quella Divina
Misericordia di cui egli
si era sempre più
compenetrato, in
particolare attraverso
l’incontro con
l’esperienza mistica di
Suor Faustina Kowalska,
da lui poi proclamata
Beata il 18 aprile 1993
e Santa il 30 aprile
2000, egli seppe fare
sintesi della sua forza
intellettuale e del suo
genio artistico con
quell’amore appassionato
per Cristo, per la
Chiesa e per gli uomini
che lo Spirito Santo
aveva infuso in lui.
Così egli è riuscito ad
essere un Pastore capace
di comprendere, di
guidare e di far
crescere il suo clero e
il suo popolo, pure in
situazioni di gravissima
difficoltà. Ha saputo
non soltanto resistere
alla pressione del
regime, ma minarne le
fondamenta, sul piano
umano e culturale oltre
che spirituale, secondo
quelle grandi intuizioni
che poi ha raccolto
nell’ Enciclica Centesimus Annus. È
stato il Vescovo che ha
e che deve avere
coraggio, come egli
stesso ha scritto
nell’ultimo capitolo del
libro Alzatevi,
Andiamo!, e nel
medesimo tempo è stato
l’uomo e il testimone
dell’amore e del
perdono, che vince il
male con il bene,
secondo la parole
dell’Apostolo Paolo (Rom
12,21) riprese nel suo
ultimo Messaggio per la
Giornata Mondiale della
Pace.
Il 16 ottobre 1978,
secondo il disegno della
Provvidenza di Dio,
Karol Wojtyła è stato
eletto Vescovo di Roma e
Pastore universale della
Chiesa. I ventisei anni
e mezzo del suo
Pontificato sono
scolpiti nella memoria e
nel cuore di ciascuno di
noi e non hanno bisogno
di essere riproposti
qui. Ricordiamo tutti,
infatti, quel suo forte
invito all’inizio
solenne del suo
ministero, il 22 ottobre
1978: “Non abbiate
paura! Aprite, anzi,
spalancate le porte a
Cristo!”. Un invito al
quale egli per primo è
rimasto sempre fedele.
Ricordiamo i suoi
innumerevoli viaggi
apostolici, per portare
l’annuncio di Cristo,
nostro unico Salvatore,
in ogni parte della
terra. Le sue visite
alle parrocchie di Roma,
l’affetto e la premura
costante con cui ha
guidato questa Diocesi,
attraverso il Sinodo, la
Missione cittadina, il
Grande Giubileo che ha
coinvolto il mondo
intero. Ricordiamo la
straordinaria iniziativa
pastorale delle Giornate
Mondiali della Gioventù,
che hanno aperto una
nuova e grande via
all’incontro dei giovani
con Cristo.
E come dimenticare
quell’amore e quella
sollecitudine per
l’umanità comunque
minacciata che lo ha
portato ad un’opera
instancabile per
scongiurare le guerre e
ristabilire la pace, per
assicurare ai popoli più
poveri, agli ultimi
della terra, una
speranza di vita e di
sviluppo, per difendere
la dignità intangibile
di ogni esistenza umana,
dal concepimento al
termine naturale, per
tutelare e promuovere la
famiglia e l’autentico
amore umano.
Ancora, non possiamo
dimenticare la
lungimiranza e il
coraggio con cui ha
contribuito ad abbattere
il muro che divideva
l’Europa e poi a
richiamare alle sue
radici cristiane
l’Europa stessa. La
generosità con cui si è
speso per l’unità dei
cristiani, avvertita da
lui come una precisa e
non declinabile volontà
di Gesù. L’impegno che
ha profuso perché le
religioni siano
portatrici di pace tra i
popoli. La sincerità
disarmante con cui ha
chiesto perdono per i
peccati dei figli della
Chiesa e al contempo la
forza e la tenacia con
cui ha difeso e
proclamato il legame
indissolubile della
Chiesa con Cristo e
l’integrità della
dottrina cattolica.
Di questa dottrina,
della sua verità e della
sua rilevanza per l’uomo
di oggi, sono
espressione insigne le
sue 14 Encicliche, il
Catechismo della Chiesa
Cattolica e tutti gli
altri suoi documenti e
discorsi. Della sua
sollecitudine per la
collegialità
dell’Episcopato, l’unità
e la vita della Chiesa,
testimoniano le 15
Assemblee del Sinodo dei
Vescovi da lui
convocate, come anche la
promulgazione dei Codici
di diritto canonico
della Chiesa latina e
delle Chiese orientali.
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Nemerosa la partecipazione di Cardinali, Vescovi, Clero e popolo di Dio. |
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Alla radice di tutta
questa instancabile
azione apostolica sta
chiaramente l’intensità
e la profondità della
preghiera di Giovanni
Paolo II, di cui tanti
di noi sono diretti
testimoni, quell’intima
unione con Dio che lo ha
accompagnato dalla
fanciullezza fino al
termine della sua
esistenza terrena.
Voglio solo ricordare le
parole che egli ha
pronunciato all’inizio
del suo Pontificato, il
29 ottobre 1978, al
Santuario della
Mentorella: “La
preghiera … è … il primo
compito e quasi il primo
annuncio del Papa, così
come è la prima
condizione del suo
servizio nella Chiesa e
nel mondo”.
Ma vi è un’ulteriore dimensione, ugualmente decisiva, del rapporto che
ha unito Karol Wojtyła a
Cristo Salvatore e
all’umanità da Lui
redenta. È il rapporto
del sangue. Nel breve
poema Stanisław,
composto pochi giorni
prima del Conclave che
lo avrebbe eletto Papa,
egli ha scritto: “Se la
parola non ha
convertito, sarà il
sangue a convertire”. Il
proprio sangue Giovanni
Paolo II lo ha realmente
versato in Piazza San
Pietro, il 13 maggio
1981, e poi di nuovo,
non il sangue ma la vita
intera, ha offerto
durante i lunghi anni
della sua malattia. Da
ultimo la sua sofferenza
e la sua morte, la sua
benedizione ormai senza
voce dalla finestra, al
termine della S. Messa
di Pasqua, sono state
per l’umanità intera una
testimonianza
straordinariamente
efficace di Gesù Cristo
morto e risorto, del
significato cristiano
della sofferenza e della
morte e della forza di
salvezza che in esse può
trovare dimora, in
ultima analisi del vero
volto dell’uomo redento
da Cristo. Perciò i
giorni delle sue esequie
sono diventati, per Roma
e per il mondo, giorni
di straordinaria unità,
di riconciliazione, di
apertura dell’anima a
Dio.
L’allora Cardinale
Joseph Ratzinger ha
incentrato la sua
omelia, alla Messa
esequiale di venerdì 8
aprile in Piazza San
Pietro, sulla parola “seguimi”,
che Gesù risorto ha
rivolto a Pietro quando
lo incaricava di pascere
il suo gregge (cfr Gv
21,15-23), individuando
nella sequela di Cristo
la sintesi
dell’esistenza di Karol
Wojtyła, Giovanni Paolo
II, per poi concludere:
“Possiamo essere sicuri
che il nostro amato Papa
sta adesso alla finestra
della casa del Padre, ci
vede e ci benedice”. Sì,
questa è anche la nostra
certezza e perciò
chiediamo al Signore,
con tutto il cuore, che
la Causa di
Beatificazione e
Canonizzazione che
questa sera ha inizio
possa giungere molto
presto al suo
coronamento. Le tante
testimonianze che
continuamente ci
giungono riguardo alla
santità di vita del
compianto Pontefice e
alle grazie impetrate
attraverso di lui
confermano questa nostra
preghiera.
Termino dicendo, come
italiano, un grandissimo
e specifico grazie a
Giovanni Paolo II per
l’amore e la
sollecitudine che egli
ha avuto non solo per
Roma ma per tutta la sua
“seconda Patria”,
l’Italia, e ringraziando
dal profondo del mio
animo la Chiesa sorella
di Cracovia e tutta
l’amata Nazione polacca,
nelle quali Karol
Wojtyła ha ricevuto la
vita, la fede e la sua
mirabile ricchezza
cristiana e umana, per
essere così donato a
Roma e al mondo intero.
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Particolare del libretto della Sessione di Apertura |
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