ESORTAZIONE
APOSTOLICA
POST-SINODALE
PASTORES
GREGIS
DEL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II
SUL VESCOVO
SERVITORE DEL
VANGELO DI GESÙ
CRISTO PER LA
SPERANZA DEL MONDO
INTRODUZIONE
1. I Pastori del
gregge,
nell'adempimento del
loro ministero di
Vescovi, sanno di
poter contare su di
una speciale grazia
divina. Nel
Pontificale Romano,
durante la solenne
preghiera
d'ordinazione il
Vescovo ordinante
principale, dopo
avere invocato
l'effusione dello
Spirito che regge e
guida, ripete le
parole, già presenti
nell'antico testo
della Tradizione
Apostolica: « O
Padre, che conosci i
segreti dei cuori,
concedi a questo tuo
servo, da te eletto
all'episcopato, di
pascere il tuo santo
gregge e di compiere
in modo
irreprensibile la
missione del sommo
sacerdozio ».1
Continua così ad
essere adempiuta la
volontà del Signore
Gesù, il Pastore
eterno che ha
mandato gli Apostoli
come Egli stesso era
mandato dal Padre (cfr
Gv 20, 21) e
ha voluto che i loro
successori, cioè i
Vescovi, fossero
nella sua Chiesa
pastori sino alla
fine dei secoli.2
L'immagine del Buon
Pastore, così amata
anche dalla
primitiva
iconografia
cristiana, è stata
ben presente ai
Vescovi che,
provenendo da tutto
il mondo, si sono
radunati, dal 30
settembre al 27
ottobre 2001, per la
X Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo
dei Vescovi. Presso
la tomba
dell'apostolo
Pietro, essi hanno
riflettuto insieme
con me sulla figura
del Vescovo
servitore del
Vangelo di Gesù
Cristo per la
speranza del mondo.
Tutti si sono
trovati d'accordo
nel ritenere che la
figura di Gesù Buon
Pastore costituisce
l'immagine
privilegiata a cui
fare costante
riferimento.
Nessuno, infatti,
può essere
considerato pastore
degno di tale nome «
nisi per
caritatem efficiatur
unum cum Christo
».3 È questa la
ragione fondamentale
per cui « la figura
ideale del Vescovo,
su cui la Chiesa
continua a contare,
è quella del Pastore
che, configurato a
Cristo nella santità
della vita, si
spende generosamente
per la Chiesa
affidatagli,
portando
contemporaneamente
nel cuore la
sollecitudine per
tutte le Chiese
sparse sulla terra (cfr
2 Cor 11, 28)
».4
La decima Assemblea
del Sinodo dei
Vescovi
2. Rendiamo, allora,
grazie al Signore,
perché ci ha
concesso il dono di
celebrare un'altra
volta ancora
un'Assemblea del
Sinodo dei Vescovi e
di fare in essa
un'esperienza
davvero profonda
dell'essere-Chiesa.
Celebrata nel clima
ancora vivo del
Grande Giubileo del
Duemila, all'inizio
del terzo millennio
cristiano, la X
Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo
dei Vescovi è giunta
dopo una lunga serie
di assemblee: quelle
speciali, tutte
accomunate dalla
prospettiva
dell'evangelizzazione
nei diversi
continenti,
dall'Africa
all'America,
all'Asia,
all'Oceania e
all'Europa; e quelle
ordinarie, le ultime
delle quali hanno
dedicato la loro
riflessione
all'abbondante
ricchezza costituita
nella Chiesa dalle
diverse vocazioni
suscitate dallo
Spirito nel Popolo
di Dio. In questa
prospettiva,
l'attenzione
dedicata al
ministero proprio
dei Vescovi ha
completato il quadro
di quell'ecclesiologia
di comunione e
missione che sempre
è necessario avere
presente.
A tale riguardo, i
lavori sinodali
hanno fatto costante
riferimento alla
dottrina
sull'episcopato e
sul ministero dei
Vescovi delineata
dal Concilio
Ecumenico Vaticano
II, specialmente nel
capitolo terzo della
Costituzione
dogmatica sulla
Chiesa Lumen
gentium e nel
Decreto sull'ufficio
pastorale dei
Vescovi
Christus Dominus.
Di questa luminosa
dottrina, che
riassume e sviluppa
i tradizionali
elementi teologici e
giuridici, il mio
predecessore di v.
m. Paolo VI poteva
giustamente
affermare: « A noi
sembra che
l'autorità
episcopale esca dal
Concilio rivendicata
nella sua divina
istituzione,
confermata nella sua
insostituibile
funzione, avvalorata
nelle sue pastorali
potestà di
magistero, di
santificazione e di
governo, onorata
nella sua estensione
alla Chiesa
universale per via
della comunione
collegiale,
precisata nella sua
collocazione
gerarchica,
confortata nella
corresponsabilità
fraterna con gli
altri Vescovi verso
i bisogni universali
e particolari della
Chiesa e
maggiormente
associata in spirito
di subordinata
unione e solidale
collaborazione col
capo della Chiesa,
centro costitutivo
del Collegio
episcopale ».5
Al tempo stesso,
secondo quanto
stabilito dal tema
assegnato, i Padri
sinodali hanno
riconsiderato il
proprio ministero
alla luce della
speranza teologale.
Anche questo compito
è subito apparso
come singolarmente
pertinente alla
missione del pastore
il quale, nella
Chiesa, è anzitutto
il portatore della
testimonianza
pasquale ed
escatologica.
Una speranza fondata
su Cristo
3. Compito, infatti,
d'ogni Vescovo è
annunziare al mondo
la speranza, a
partire dalla
predicazione del
Vangelo di Gesù
Cristo: la speranza
« non soltanto per
ciò che riguarda le
cose penultime, ma
anche e soprattutto
la speranza
escatologica, quella
che attende il
tesoro della gloria
di Dio (cfr Ef
1, 18), che
supera tutto ciò che
è mai entrato nel
cuore dell'uomo (cfr
1 Cor 2, 9) e
a cui non possono
essere paragonate le
sofferenze del tempo
presente (cfr Rm
8, 18) ».6 La
prospettiva della
speranza teologale,
insieme con quella
della fede e della
carità, deve
informare
interamente il
ministero pastorale
del Vescovo.
A lui, in
particolare, spetta
il compito di essere
profeta, testimone e
servo della
speranza. Egli ha il
dovere di infondere
fiducia e di
proclamare di fronte
a chiunque le
ragioni della
speranza cristiana (cfr
1 Pt 3, 15).
Il Vescovo è
profeta, testimone e
servo di tale
speranza soprattutto
dove più forte è la
pressione di una
cultura
immanentistica, che
emargina ogni
apertura verso la
trascendenza.
Laddove manca la
speranza, la fede
stessa è messa in
questione. Anche
l'amore è
affievolito
dall'esaurirsi di
questa virtù. La
speranza, infatti,
specialmente in
tempi di crescente
incredulità e
indifferenza, è
valido sostegno per
la fede ed efficace
incentivo per la
carità. Essa trae la
sua forza dalla
certezza
dell'universale
volontà salvifica di
Dio (cfr 1 Tim
2, 3) e della
costante presenza
del Signore Gesù, l'Emmanuele
sempre con noi
sino alla fine del
mondo (cfr Mt
28, 20).
Soltanto con la luce
e la consolazione
che provengono dal
Vangelo un Vescovo
riesce a tenere viva
la propria speranza
(cfr Rm 15,
4) e ad alimentarla
in quanti sono
affidati alla sua
premura di pastore.
Egli, dunque, sarà
imitatore della
Vergine Maria, la
Mater spei, che
ha creduto
nell'adempimento
delle Parole del
Signore (cfr Lc
1, 45).
Poggiando sulla
Parola di Dio e
aggrappandosi
saldamente alla
speranza, che è come
ancora sicura e
salda che penetra
nel cielo (cfr
Ebr 6, 18-20),
il Vescovo è in
mezzo alla sua
Chiesa sentinella
vigile, profeta
coraggioso,
testimone credibile
e servo fedele di
Cristo, « speranza
della gloria » (Col
1, 27), grazie
al quale « non ci
sarà più la morte,
né lutto, né
lamento, né affanno
» (Ap 21, 4).
La Speranza nel
fallimento delle
speranze
4. Ciascuno
ricorderà che le
sessioni del Sinodo
dei Vescovi si
svolsero in giorni
fortemente
drammatici.
Nell'animo dei Padri
sinodali era ancora
viva l'eco dei
terribili eventi
dell'11 settembre
2001, con il
doloroso esito
d'innumerevoli
vittime innocenti e
l'insorgere nel
mondo di nuove,
gravissime
situazioni
d'incertezza e di
paura per la stessa
civiltà umana e per
il pacifico
convivere delle
nazioni. Si
profilavano, così,
ulteriori orizzonti
di guerra e di morte
che, aggiungendosi
alle già esistenti
situazioni di
conflitto,
mostravano in tutta
la sua urgenza il
bisogno di rivolgere
al Principe della
Pace l'invocazione
perché i cuori degli
uomini tornassero ad
essere disponibili
alla
riconciliazione,
alla solidarietà e
alla pace.7
Insieme con la
preghiera,
l'Assemblea sinodale
alzò la propria voce
per condannare ogni
forma di violenza e
per indicarne le
ultime radici nel
peccato dell'uomo.
Di fronte al
fallimento delle
speranze umane che,
fondandosi su
ideologie
materialiste,
immanentiste ed
economiciste, tutto
pretendono di
misurare in termini
di efficienza e di
rapporti di forza e
di mercato, i Padri
sinodali hanno
riaffermato la
convinzione che solo
la luce del Risorto
e l'impulso dello
Spirito Santo
aiutano l'uomo ad
appoggiare le
proprie attese sulla
speranza che non
delude. Per questo
hanno proclamato: «
Non possiamo
lasciarci intimidire
dalle diverse forme
di negazione del Dio
vivente che cercano,
più o meno
scopertamente, di
minare la speranza
cristiana, a farne
una parodia o a
deriderla. Lo
confessiamo nella
gioia dello Spirito:
Cristo è
veramente risorto!
Nella sua umanità
glorificata, ha
aperto l'orizzonte
della vita eterna a
tutti gli uomini che
si convertono ».8
La certezza di
questa professione
di fede dev'essere
tale da rendere di
giorno in giorno più
salda la speranza di
un Vescovo,
inducendolo a
confidare che la
bontà misericordiosa
di Dio non smetterà
mai di costruire
strade di salvezza e
di aprirle alla
libertà d'ogni uomo.
È la speranza ad
incoraggiarlo a
discernere, nel
contesto dove svolge
il suo ministero, i
segni della vita
capaci di
sconfiggere i germi
nocivi e mortali. È
ancora la speranza a
sostenerlo nel
trasformare perfino
i conflitti in
occasioni di
crescita, aprendoli
alla
riconciliazione.
Sarà ancora la
speranza in Gesù,
Buon Pastore, a
riempire il suo
cuore di compassione
inducendolo a
piegarsi sul dolore
di ogni uomo e donna
che soffre, per
lenirne le piaghe,
conservando sempre
la fiducia che la
pecora smarrita
possa essere
ritrovata. In tal
modo il Vescovo sarà
sempre più
luminosamente segno
di Cristo, Pastore e
Sposo della Chiesa.
Agendo come padre,
fratello e amico di
ogni uomo, egli sarà
accanto a ciascuno
viva immagine di
Cristo, nostra
speranza,9 nel quale
si adempiono tutte
le promesse di Dio e
sono portate a
compimento tutte le
attese della
creazione.
Servi del Vangelo
per la speranza del
mondo
5. Disponendomi,
dunque, a consegnare
questa mia
Esortazione
apostolica, nella
quale riprendo il
patrimonio di
riflessione maturato
in occasione della X
Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo
dei Vescovi, dai
primi Lineamenta
all'Instrumentum
Laboris, dagli
interventi fatti in
Aula dai Padri
sinodali alle due
Relazioni che li
hanno introdotti e
riassunti,
dall'arricchimento
di pensiero e di
esperienza pastorale
emerso nei
circuli minores
alle
Propositiones,
che mi sono state
presentate a
conclusione dei
lavori sinodali
perché offrissi alla
Chiesa intera un
apposito documento
dedicato al tema
sinodale del
Vescovo, servitore
del Vangelo di Gesù
Cristo per la
speranza del mondo,10
rivolgo il mio
saluto fraterno e
invio il bacio di
pace a tutti i
Vescovi che sono in
comunione con questa
Cattedra, affidata
per primo a Pietro
perché fosse garante
dell'unità e, come è
da tutti
riconosciuto,
presiedesse
nell'amore.11
A voi, venerati e
carissimi Fratelli,
ripeto l'invito che,
all'inizio del nuovo
millennio, ho
rivolto a tutta la
Chiesa: Duc in
altum! È anzi
Cristo stesso che lo
ripete ai Successori
di quegli Apostoli
che questo invito
ascoltarono dalla
sua viva voce e,
fidandosi di Lui,
partirono per la
missione sulle
strade del mondo:
Duc in altum (Lc
5, 4). Alla luce
di questo insistente
invito del Signore,
« noi possiamo
rileggere il
triplice munus
affidatoci nella
Chiesa: munus
docendi,
sanctificandi et
regendi. Duc in
docendo!
"Annunzia la parola
– diremmo con
l'Apostolo –,
insisti in ogni
occasione, opportuna
e non opportuna,
ammonisci,
rimprovera, esorta
con ogni magnanimità
e dottrina" (2 Tm
4, 2). Duc in
sanctificando!
Le reti che
siamo chiamati a
gettare tra gli
uomini sono
anzitutto i
Sacramenti, di cui
siamo i principali
dispensatori,
regolatori, custodi
e promotori. Essi
formano una sorta di
rete
salvifica, che
libera dal male e
conduce alla
pienezza della vita.
Duc in regendo!
Come Pastori e veri
Padri, coadiuvati
dai Sacerdoti e
dagli altri
collaboratori,
abbiamo il compito
di radunare la
famiglia dei fedeli
e fomentare in essa
la carità e la
comunione fraterna.
Per quanto si tratti
d'una missione ardua
e faticosa, nessuno
si perda d'animo.
Con Pietro e con i
primi discepoli
anche noi rinnoviamo
fiduciosi la nostra
sincera professione
di fede: Signore,
"sulla tua parola
getterò le reti" (Lc
5, 5)! Sulla tua
Parola, o Cristo,
vogliamo servire il
tuo Vangelo per la
speranza del mondo!
».12
In questo modo,
vivendo come uomini
di speranza e
rispecchiando nel
proprio ministero
l'ecclesiologia di
comunione e di
missione, i Vescovi
saranno davvero
motivo di speranza
per il loro gregge.
Noi sappiamo che il
mondo ha bisogno
della « speranza che
non delude » (cfr
Rm 5, 5). Noi
sappiamo che questa
speranza è Cristo.
Lo sappiamo e perciò
predichiamo la
speranza che
scaturisce dalla
Croce.
Ave Crux spes unica!
Questo saluto,
risuonato nell'aula
sinodale nel momento
centrale dei lavori
della X Assemblea
Generale del Sinodo
dei Vescovi, risuoni
sempre sulle nostre
labbra, perché la
Croce è mistero di
morte e di vita. La
Croce è divenuta per
la Chiesa « albero
della vita ». Per
questo noi
annunciamo che la
vita ha vinto la
morte.
Ci ha preceduto in
questo annuncio
pasquale una schiera
di santi Pastori,
che in medio
Ecclesiae sono
stati segni
eloquenti del Buon
Pastore. Noi, per
questo, lodiamo e
ringraziamo sempre
Iddio onnipotente ed
eterno perché, come
cantiamo nella Santa
Liturgia, con i loro
esempi ci rafforza,
con i loro
insegnamenti ci
ammaestra e con la
loro intercessione
ci protegge.13 Il
volto di ciascuno di
questi santi
Vescovi, dagli
esordi della vita
della Chiesa sino ai
nostri giorni, come
ho detto a
conclusione dei
lavori sinodali, è
quasi una tessera
che, collocata in
una sorta di mistico
mosaico, compone il
volto di Cristo Buon
Pastore. Su di Lui,
dunque, facendoci
anche in questo
modelli per il
gregge che il
Pastore dei Pastori
ci ha affidato,
fissiamo il nostro
sguardo per essere,
con sempre più
grande impegno,
ministri del Vangelo
per la speranza del
mondo.
Contemplando il
volto del nostro
Maestro e Signore
nell'ora in cui «
amò i suoi sino alla
fine », tutti noi,
come l'apostolo
Pietro, ci lasciamo
lavare i piedi per
avere parte con Lui
(cfr Gv 13,
1-9). E con la forza
che da Lui ci viene
nella Santa Chiesa,
di fronte ai nostri
presbiteri e
diaconi, dinanzi a
tutte le persone di
vita consacrata e a
tutti i carissimi
fedeli laici,
ripetiamo a voce
alta: « Quali che
siamo, la vostra
speranza non sia
riposta in noi: se
siamo buoni, siamo
ministri; se siamo
cattivi, siamo
ministri. Se, però,
siamo ministri buoni
e fedeli, allora
davvero noi siamo
ministri ».14
Ministri del Vangelo
per la speranza del
mondo.
CAPITOLO PRIMO
MISTERO E MINISTERO
DEL VESCOVO
« ... e ne scelse
Dodici »
(Lc 6, 13)
6. Il Signore Gesù,
durante il suo
pellegrinaggio sulla
terra, annunciò il
Vangelo del Regno e
lo inaugurò in se
stesso, rivelandone
a tutti gli uomini
il mistero.15 Chiamò
uomini e donne alla
sua sequela e, fra i
discepoli, ne scelse
Dodici, perché «
stessero con Lui » (Mc
3, 14). Il
Vangelo secondo Luca
specifica che Gesù
fece questa sua
scelta dopo una
notte di preghiera
trascorsa sulla
montagna (cfr Lc
6, 12). Il
Vangelo secondo
Marco, a sua volta,
sembra qualificare
tale azione di Gesù
come un atto
sovrano, un atto
costitutivo che dà
identità a coloro
che ha scelto: « ne
costituì
Dodici » (Mc
3, 14). Si svela,
così, il mistero
dell'elezione dei
Dodici: è un atto di
amore, liberamente
voluto da Gesù in
unione profonda con
il Padre e con lo
Spirito Santo.
La missione affidata
da Gesù agli
Apostoli deve durare
sino alla fine dei
secoli (cfr Mt
28, 20), poiché
il Vangelo che essi
sono incaricati di
trasmettere è la
vita per la Chiesa
di ogni tempo.
Proprio per questo
essi hanno avuto
cura di costituirsi
dei successori, in
modo che, come
attesta S. Ireneo,
la tradizione
apostolica fosse
manifestata e
custodita nel corso
dei secoli.16
La speciale
effusione dello
Spirito Santo, di
cui gli Apostoli
furono colmati dal
Signore risorto (cfr
At 1, 5.8; 2,
4; Gv 20,
22-23), fu da essi
partecipata
attraverso il gesto
dell'imposizione
delle mani ai loro
collaboratori (cfr
1 Tm 4, 14;
2 Tm 1, 6-7).
Questi, a loro
volta, con lo stesso
gesto la trasmisero
ad altri, e questi
ad altri ancora. In
tal modo, il dono
spirituale degli
inizi è giunto fino
a noi mediante
l'imposizione delle
mani, cioè la
consacrazione
episcopale, che
conferisce la
pienezza del
sacramento
dell'Ordine, il
sommo sacerdozio, la
totalità del sacro
ministero. Così, per
mezzo dei Vescovi e
dei presbiteri che
li assistono, il
Signore Gesù Cristo,
pur sedendo alla
destra di Dio Padre,
continua ad essere
presente in mezzo ai
credenti. In tutti i
tempi e in tutti i
luoghi Egli predica
la parola di Dio a
tutte le genti,
amministra i
sacramenti della
fede ai credenti e
nello stesso tempo
dirige il popolo del
Nuovo Testamento
nella sua
peregrinazione verso
l'eterna
beatitudine. Il Buon
Pastore non
abbandona il suo
gregge, ma lo
custodisce e lo
protegge sempre
mediante coloro che,
in forza della
partecipazione
ontologica alla sua
vita e alla sua
missione,
svolgendone in modo
eminente e visibile
la parte di maestro,
pastore e sacerdote,
agiscono in sua
vece. Nell'esercizio
delle funzioni che
il ministero
pastorale comporta,
sono costituiti suoi
vicari e
ambasciatori.17
Il fondamento
trinitario del
ministero episcopale
7. La dimensione
cristologica del
ministero pastorale,
considerata in
profondità, avvia
alla comprensione
del fondamento
trinitario del
ministero stesso. La
vita di Cristo è
trinitaria. Egli è
il Figlio eterno ed
unigenito del Padre
e l'unto di Spirito
Santo, mandato nel
mondo; è Colui che,
insieme col Padre,
invia lo Spirito
alla Chiesa. Questa
dimensione
trinitaria, che si
manifesta in tutto
il modo d'essere e
di agire di Cristo,
plasma anche
l'essere e l'agire
del Vescovo. A
ragione quindi i
Padri sinodali hanno
esplicitamente
voluto illustrare la
vita e il ministero
del Vescovo alla
luce
dell'ecclesiologia
trinitaria contenuta
nella dottrina del
Concilio Vaticano
II.
Molto antica è la
tradizione che
presenta il Vescovo
come immagine del
Padre, il quale,
secondo quanto
scriveva sant'Ignazio
di Antiochia, è come
il Vescovo
invisibile, il
Vescovo di tutti.
Ogni Vescovo, di
conseguenza, tiene
il posto del Padre
di Gesù Cristo
sicché, proprio in
relazione a questa
rappresentanza, egli
dev'essere da tutti
riverito.18 In
rapporto a questa
struttura simbolica,
la cattedra
episcopale, che
specialmente nella
tradizione della
Chiesa dell'Oriente
richiama l'autorità
paterna di Dio, può
essere occupata
soltanto dal
Vescovo. Da questa
medesima struttura
deriva per ogni
Vescovo il dovere di
prendersi cura con
amore paterno del
Popolo santo di Dio
e di guidarlo,
insieme con i
presbiteri,
collaboratori del
Vescovo nel suo
ministero, e con i
diaconi, sulla via
della salvezza.19
Viceversa, come
ammonisce un antico
testo, i fedeli
debbono amare i
Vescovi che sono,
dopo Dio, padri e
madri.20 Per questo,
secondo un uso
diffuso in alcune
culture, la mano del
Vescovo viene
baciata come quella
del Padre amorevole,
dispensatore di
vita.
Cristo è l'icona
originale del Padre
e la manifestazione
della sua presenza
misericordiosa tra
gli uomini. Il
Vescovo, agendo in
persona e in nome di
Cristo stesso,
diventa, nella
Chiesa a lui
affidata, segno
vivente del Signore
Gesù Pastore e
Sposo, Maestro e
Pontefice della
Chiesa.21 C'è qui la
fonte del ministero
pastorale, per cui,
come suggerisce lo
schema omiletico
proposto dal
Pontificale Romano,
le tre funzioni di
insegnare,
santificare e
governare il Popolo
di Dio debbono
essere esercitate
con i tratti
caratteristici del
Buon Pastore:
carità, conoscenza
del gregge, cura di
tutti, azione
misericordiosa verso
i poveri, i
pellegrini, gli
indigenti, ricerca
delle pecorelle
smarrite per
ricondurle all'unico
ovile.
L'unzione dello
Spirito Santo,
infine, configurando
il Vescovo a Cristo,
lo abilita ad essere
una viva
continuazione del
suo mistero a favore
della Chiesa. Per
tale
caratterizzazione
trinitaria del suo
essere, nel suo
ministero ogni
Vescovo è impegnato
a vegliare con amore
su tutto il gregge,
in mezzo al quale è
posto dallo Spirito
a reggere la Chiesa
di Dio: nel nome del
Padre, di cui rende
presente l'immagine;
nel nome di Gesù
Cristo suo Figlio,
da cui è costituito
maestro, sacerdote e
pastore; nel nome
dello Spirito Santo,
che dà vita alla
Chiesa e con la sua
potenza sostiene
l'umana debolezza.22
Carattere collegiale
del ministero
episcopale
8. « ... ne costituì
Dodici » (Mc
3, 14). La
Costituzione
dogmatica
Lumen gentium
introduce con
questo richiamo
evangelico la
dottrina sull'indole
collegiale del
gruppo dei Dodici,
costituiti « sotto
la forma di un
collegio o di un
gruppo stabile, del
quale mise a capo
Pietro, scelto di
mezzo a loro ».23 In
pari modo,
attraverso la
successione
personale del
Vescovo di Roma al
Beato Pietro e di
tutti i Vescovi nel
loro insieme agli
Apostoli, il Romano
Pontefice e i
Vescovi sono uniti
fra di loro a modo
di Collegio.24
L'unione collegiale
tra i Vescovi è
fondata, insieme,
sull'Ordinazione
episcopale e sulla
comunione
gerarchica; tocca
pertanto la
profondità
dell'essere di ogni
Vescovo e appartiene
alla struttura della
Chiesa come è stata
voluta da Gesù
Cristo. Si è posti,
infatti, nella
pienezza del
ministero episcopale
in virtù della
Consacrazione
episcopale e
mediante la
comunione gerarchica
col Capo del
Collegio e con i
membri, cioè con il
Collegio che sempre
co-intende il suo
Capo. È così che si
è membri del
Collegio
episcopale,25 per
cui le tre funzioni
ricevute
nell'Ordinazione
episcopale – di
santificare, di
insegnare e di
governare – debbono
essere esercitate
nella comunione
gerarchica, anche
se, per la loro
diversa finalità
immediata, in modo
distinto.26
Ciò costituisce
quello che è
chiamato « affetto
collegiale », o
collegialità
affettiva, da cui
deriva la
sollecitudine dei
Vescovi per le altre
Chiese particolari e
per la Chiesa
universale.27 Se,
dunque, si deve dire
che un Vescovo non è
mai solo, in quanto
è sempre unito al
Padre per il Figlio
nello Spirito Santo,
si deve pure
aggiungere che egli
non è mai solo anche
perché sempre e
continuamente è con
i suoi fratelli
nell'episcopato e
con colui che il
Signore ha scelto
come Successore di
Pietro.
Tale affetto
collegiale si attua
e si esprime secondo
gradi diversi in
vari modi, anche
istituzionalizzati,
quali sono, ad
esempio, il Sinodo
dei Vescovi, i
Concili particolari,
le Conferenze dei
Vescovi, la Curia
Romana, le Visite
ad limina, la
collaborazione
missionaria, ecc. In
modo pieno, però,
l'affetto collegiale
si attua e si
esprime solo
nell'azione
collegiale in senso
stretto, cioè
nell'azione di tutti
i Vescovi insieme
con il loro Capo,
con il quale
esercitano la
potestà piena e
suprema su tutta la
Chiesa.28
Questa natura
collegiale del
ministero apostolico
è voluta da Cristo
stesso. L'affetto
collegiale,
pertanto, o
collegialità
affettiva (collegialitas
affectiva), vige
sempre tra i Vescovi
come communio
episcoporum, ma
solo in alcuni atti
si esprime come
collegialità
effettiva (collegialitas
effectiva). I
vari modi di
attuazione della
collegialità
affettiva in
collegialità
effettiva sono di
ordine umano, ma in
gradi diversi
concretizzano
l'esigenza divina
che l'episcopato si
esprima in modo
collegiale.29 Nei
Concili ecumenici,
poi, la suprema
potestà del Collegio
su tutta la Chiesa
viene esercitata in
modo solenne.30
La dimensione
collegiale dà
all'episcopato il
carattere
d'universalità. Può,
dunque, essere
stabilito un
parallelismo tra la
Chiesa una e
universale, quindi
indivisa, e
l'episcopato uno e
indiviso, quindi
universale.
Principio e
fondamento di tale
unità, sia della
Chiesa sia del
Collegio dei
Vescovi, è il Romano
Pontefice. Come,
infatti, insegna il
Concilio Vaticano
II, il Collegio, «
in quanto composto
da molti, esprime la
varietà e
l'universalità del
Popolo di Dio; in
quanto raccolto
sotto un solo capo,
esprime l'unità del
gregge di Cristo ».31
Per questo la «
unità
dell'Episcopato è
uno degli elementi
costitutivi
dell'unità della
Chiesa ».32
La Chiesa universale
non è la somma delle
Chiese particolari,
né una federazione
di esse e, neppure,
il risultato della
loro comunione in
quanto, secondo le
espressioni degli
antichi Padri e
della Liturgia, nel
suo essenziale
mistero essa precede
la creazione stessa.33
Alla luce di questa
dottrina si potrà
aggiungere che il
rapporto di mutua
interiorità, che
vige tra la Chiesa
universale e la
Chiesa particolare,
per cui le Chiese
particolari sono «
formate a immagine
della Chiesa
universale, nelle
quali e a partire
dalle quali esiste
la sola e unica
Chiesa cattolica
»,34 si riproduce
nel rapporto tra
Collegio episcopale
nella sua totalità e
il singolo Vescovo.
Per questo « il
Collegio episcopale
non è da intendersi
come la somma dei
Vescovi preposti
alle Chiese
particolari, né il
risultato della loro
comunione, ma, in
quanto elemento
essenziale della
Chiesa universale, è
una realtà previa
all'ufficio di
capitalità sulla
Chiesa particolare ».35
Possiamo meglio
comprendere questo
parallelismo tra la
Chiesa universale e
il Collegio dei
Vescovi alla luce di
quanto afferma il
Concilio Vaticano
II: « Gli Apostoli
furono, dunque, ad
un tempo il seme del
nuovo Israele e
l'origine della
sacra gerarchia ».36
Negli Apostoli, non
singolarmente
considerati, ma nel
loro essere
Collegio, era
contenuta la
struttura della
Chiesa, che in loro
era costituita nella
sua universalità e
unità, e del
Collegio dei Vescovi
loro successori,
segno di tale
universalità e unità.37
È così che « la
potestà del Collegio
episcopale su tutta
la Chiesa non viene
costituita dalla
somma delle potestà
dei singoli Vescovi
sulle loro Chiese
particolari; essa è
una realtà anteriore
a cui partecipano i
singoli Vescovi, i
quali non possono
agire su tutta la
Chiesa se non
collegialmente ».38
A tale potestà
d'insegnare e di
governare i Vescovi
partecipano
solidalmente in
maniera immediata
per il fatto stesso
che sono membri del
Collegio episcopale,
nel quale realmente
persevera il
Collegio apostolico.39
Come la Chiesa
universale è una e
indivisibile, così
pure il Collegio
episcopale è un «
soggetto teologico
indivisibile » e
quindi anche la
potestà suprema,
piena e universale
di cui il Collegio è
soggetto, come lo è
il Romano Pontefice
personalmente, è una
e indivisibile.
Proprio perché il
Collegio episcopale
è una realtà previa
all'ufficio di
capitalità sulla
Chiesa particolare,
vi sono molti
Vescovi che, pur
esercitando compiti
propriamente
episcopali, non sono
a capo di una Chiesa
particolare.40 Ogni
Vescovo, sempre in
unione con tutti i
Fratelli
nell'episcopato e
con il Romano
Pontefice,
rappresenta Cristo
Capo e Pastore della
Chiesa: non solo in
modo proprio e
specifico, quando
riceve l'ufficio di
pastore di una
Chiesa particolare,
ma anche quando
collabora col
Vescovo diocesano
nel governo della
sua Chiesa,41 oppure
partecipa
all'ufficio di
pastore universale
del Romano Pontefice
nel governo della
Chiesa universale.
Erede del fatto che
lungo la sua storia
la Chiesa, oltre
alla forma propria
della presidenza di
una Chiesa
particolare, ha
riconosciuto anche
altre forme di
esercizio del
ministero
episcopale, come
quella di Vescovo
ausiliare o di
rappresentante del
Romano Pontefice
negli Uffici della
Santa Sede o nelle
Legazioni
pontificie, anche
oggi essa, a norma
del diritto, ammette
tali forme, quando
si rendono
necessarie.42
Indole missionaria e
unitarietà del
ministero episcopale
9. Il Vangelo
secondo Luca
riferisce che Gesù
diede ai Dodici il
nome di Apostoli,
che letteralmente
significa inviati,
mandati (cfr 6, 13).
Nel Vangelo secondo
Marco leggiamo pure
che Gesù costituì i
Dodici « anche per
mandarli a predicare
» (3, 14). Ciò
significa che tanto
l'elezione quanto la
costituzione dei
Dodici come Apostoli
sono finalizzate
alla missione. Il
primo loro invio (cfr
Mt 10, 5;
Mc 6, 7; Lc
9, 1-2) trova la
sua pienezza nella
missione che Gesù
loro affida, dopo la
Risurrezione, al
momento
dell'Ascensione al
Cielo. Sono parole
che conservano tutta
la loro attualità: «
Mi è stato dato ogni
potere in cielo e in
terra. Andate dunque
e ammaestrate tutte
le nazioni,
battezzandole nel
nome del Padre e del
Figlio e dello
Spirito Santo,
insegnando loro ad
osservare tutto ciò
che vi ho comandato.
Ecco, io sono con
voi tutti i giorni,
sino alla fine del
mondo » (Mt
28, 18-20). Questa
missione apostolica
ha avuto la sua
solenne conferma nel
giorno
dell'effusione
pentecostale dello
Spirito Santo.
Nel testo del
Vangelo secondo
Matteo appena
citato, l'intero
ministero pastorale
può essere visto
come articolato
secondo la triplice
funzione
d'insegnamento, di
santificazione e di
guida. Vediamo qui
un riflesso della
triplice dimensione
del servizio e della
missione di Cristo.
Noi, difatti, come
cristiani e, in modo
qualitativamente
nuovo, come
sacerdoti,
partecipiamo alla
missione del nostro
Maestro, che è
Profeta, Sacerdote e
Re, e siamo chiamati
a rendergli una
peculiare
testimonianza nella
Chiesa e dinanzi al
mondo.
Queste tre funzioni
(triplex munus)
e le potestà che ne
derivano esprimono
sul piano dell'agire
il ministero
pastorale (munus
pastorale), che
ogni Vescovo riceve
con la consacrazione
episcopale. È lo
stesso amore di
Cristo, partecipato
nella consacrazione,
che si concretizza
nell'annuncio del
Vangelo di speranza
a tutte le genti (cfr
Lc 4, 16-19),
nell'amministrazione
dei Sacramenti a chi
accoglie la salvezza
e nella guida del
Popolo santo verso
la vita eterna. Si
tratta, infatti, di
funzioni tra loro
intimamente
connesse, che
reciprocamente si
spiegano, si
condizionano e si
illuminano.43
Proprio per questo,
il Vescovo, quando
insegna, al tempo
stesso santifica e
governa il Popolo di
Dio; mentre
santifica, anche
insegna e governa;
quando governa,
insegna e santifica.
Sant'Agostino
definisce la
totalità di questo
ministero episcopale
come amoris
officium.44
Questo dona la
certezza che mai,
nella Chiesa, verrà
meno la carità
pastorale di Gesù
Cristo.
« ... chiamò a sé
quelli che egli
volle »
(Mc 3, 13)
10. Molta folla
seguiva Gesù, quando
egli decise di
salire sul monte e
di chiamare a sé gli
Apostoli. Molti
erano i discepoli,
ma Egli ne scelse
Dodici soltanto per
lo specifico compito
di Apostoli (cfr
Mc 3, 13-19).
Nell'Aula Sinodale è
spesso risuonato il
detto di S.
Agostino: « Per voi
sono Vescovo, con
voi sono cristiano ».45
Dono dello Spirito
fatto alla Chiesa,
il Vescovo è,
anzitutto e come
ogni altro
cristiano, figlio e
membro della Chiesa.
Da questa Santa
Madre egli ha
ricevuto il dono
della vita divina
nel sacramento del
Battesimo e il primo
ammaestramento nella
fede. Con tutti gli
altri fedeli egli
condivide
l'insuperabile
dignità di figlio di
Dio, da vivere nella
comunione e in
spirito di grata
fraternità. D'altra
parte, in forza
della pienezza del
sacramento
dell'Ordine, il
Vescovo è anche
colui che, di fronte
ai fedeli, è
maestro,
santificatore e
pastore, incaricato
di agire in nome e
in persona di
Cristo.
Si tratta,
evidentemente, di
due relazioni non
semplicemente
accostate fra loro,
bensì in reciproco e
intimo rapporto,
ordinate come sono
l'una all'altra
perché entrambe
attingono dalla
ricchezza di Cristo
unico e sommo
sacerdote. Il
Vescovo diventa «
padre » proprio
perché pienamente «
figlio » della
Chiesa. Ciò
ripropone il
rapporto tra
sacerdozio comune
dei fedeli e
sacerdozio
ministeriale: due
modi di
partecipazione
all'unico sacerdozio
di Cristo, nel quale
sono presenti due
dimensioni, che si
uniscono nell'atto
supremo del
sacrificio della
croce.
Questo si riflette
sulla relazione che,
nella Chiesa, vige
tra il sacerdozio
comune e il
sacerdozio
ministeriale. Il
fatto che,
quantunque
differiscano
essenzialmente tra
di loro, siano
ordinati l'uno
all'altro,46 crea
una reciprocità che
struttura
armonicamente la
vita della Chiesa
come luogo di
attualizzazione
storica della
salvezza operata da
Cristo. Tale
reciprocità si
ritrova proprio
nella persona stessa
del Vescovo, che è e
rimane un
battezzato, ma
costituito nel sommo
sacerdozio. Questa
realtà più profonda
del Vescovo è il
fondamento del suo «
essere tra » gli
altri fedeli e del
suo essere « di
fronte » ad essi.
Lo ricorda il
Concilio Vaticano II
in un bellissimo
testo: « Se quindi
nella Chiesa non
tutti camminano per
la stessa via, tutti
però sono chiamati
alla santità e hanno
ricevuto una fede
per la giustizia di
Dio (cfr 2 Pt
1, 1). Quantunque
alcuni per volontà
di Cristo siano
costituiti dottori,
dispensatori dei
misteri e pastori
per gli altri,
tuttavia vige fra
tutti una vera
uguaglianza riguardo
alla dignità e
all'azione comune a
tutti i fedeli per
l'edificazione del
Corpo di Cristo. La
distinzione infatti
posta dal Signore
tra i sacri ministri
e il resto del
Popolo di Dio,
include l'unione,
essendo i pastori e
gli altri fedeli
legati tra di loro
da un comune
necessario rapporto:
i Pastori della
Chiesa sull'esempio
del Signore siano al
servizio gli uni
degli altri e degli
altri fedeli e
questi a loro volta
prestino volenterosi
la loro
collaborazione ai
pastori e ai dottori
».47
Il ministero
pastorale ricevuto
nella consacrazione,
che pone il Vescovo
« di fronte » agli
altri fedeli, si
esprime in un «
essere per » gli
altri fedeli che non
lo sradica dal suo «
essere con » loro.
Ciò vale sia per la
sua santificazione
personale, da
ricercare ed attuare
nell'esercizio del
suo ministero, sia
per lo stile di
attuazione del
ministero stesso in
tutte le funzioni in
cui si esplica.
La reciprocità, che
esiste tra
sacerdozio comune
dei fedeli e
sacerdozio
ministeriale, e che
si ritrova nello
stesso ministero
episcopale, si
manifesta in una
sorta di «
circolarità » tra le
due forme di
sacerdozio:
circolarità tra la
testimonianza di
fede di tutti i
fedeli e la
testimonianza di
fede autentica del
Vescovo nei suoi
atti magisteriali;
circolarità tra la
vita santa dei
fedeli e i mezzi di
santificazione che
il Vescovo offre ad
essi; circolarità,
infine, tra la
responsabilità
personale del
Vescovo riguardo al
bene della Chiesa a
lui affidata e la
corresponsabilità di
tutti i fedeli
rispetto al bene
della stessa.
CAPITOLO SECONDO
LA VITA SPIRITUALE
DEL VESCOVO
« Ne costituì
Dodici che stessero
con lui »
(Mc 3, 14)
11. Con il medesimo
atto d'amore con il
quale liberamente li
costituisce
Apostoli, Gesù
chiama i Dodici a
condividere la sua
stessa vita. Anche
questa condivisione,
che è comunione di
animi e d'intenti
con Lui, è pertanto
un'esigenza iscritta
nella loro
partecipazione alla
sua stessa missione.
Non si devono
ridurre le funzioni
del Vescovo ad un
compito meramente
organizzativo.
Proprio per evitare
questo rischio, sia
i documenti
preparatori del
Sinodo sia molti
interventi in Aula
dei Padri sinodali
hanno insistito su
ciò che comporta,
nella vita personale
del Vescovo e
nell'esercizio del
ministero a lui
affidato, la realtà
dell'episcopato come
pienezza del
sacramento
dell'Ordine, nei
suoi fondamenti
teologici,
cristologici e
pneumatologici.
Alla santificazione
oggettiva, che per
opera di Cristo si
ha nel Sacramento
con la comunicazione
dello Spirito, deve
corrispondere la
santità soggettiva,
nella quale il
Vescovo, con il
sostegno della
grazia, sempre più
deve progredire
attraverso
l'esercizio del
ministero. La
trasformazione
ontologica operata
dalla consacrazione,
come conformazione a
Cristo, richiede uno
stile di vita che
manifesti lo « stare
con lui ». Varie
volte, di
conseguenza,
nell'Aula del Sinodo
si è insistito sulla
carità pastorale,
come frutto sia del
carattere impresso
dal Sacramento sia
della grazia ad esso
propria. La carità,
si è detto, è come
l'anima del
ministero del
Vescovo, che viene
coinvolto in un
dinamismo di
pro-existentia
pastorale, da cui è
spinto a vivere,
come Cristo Buon
Pastore, per
il Padre e per
gli altri, nel
dono quotidiano di
sé.
È soprattutto
nell'esercizio del
proprio ministero,
ispirato
all'imitazione della
carità del Buon
Pastore, che il
Vescovo è chiamato a
santificarsi e a
santificare, avendo
come principio
unificante la
contemplazione del
volto di Cristo e
l'annunzio del
vangelo della
salvezza.48 La sua
spiritualità,
pertanto, oltre che
dal sacramento del
Battesimo e della
Confermazione,
attinge orientamenti
e stimoli dalla
stessa Ordinazione
episcopale che lo
impegna a vivere
nella fede, nella
speranza e nella
carità il proprio
ministero di
evangelizzatore, di
liturgo e di guida
nella comunità.
Quella del Vescovo
sarà allora anche
una spiritualità
ecclesiale,
perché tutto nella
sua vita è orientato
all'edificazione
amorosa della Santa
Chiesa.
Ciò esige nel
Vescovo un
atteggiamento di
servizio improntato
a forza d'animo,
coraggio apostolico
e fiducioso
abbandono all'azione
interiore dello
Spirito. Egli
pertanto si
impegnerà ad
assumere uno stile
di vita che imiti la
kénosis di
Cristo servo, povero
e umile, in modo che
l'esercizio del
ministero pastorale
sia in lui un
riflesso coerente di
Gesù, Servo di Dio,
e lo induca ad
essere come Lui
vicino a tutti, dal
più grande al più
piccolo. Insomma,
ancora una volta con
una sorta di
reciprocità,
l'esercizio fedele e
amorevole del
ministero santifica
il Vescovo e lo
rende sul piano
soggettivo sempre
più conforme alla
ricchezza ontologica
di santità che in
lui ha posto il
Sacramento.
La santità personale
del Vescovo,
tuttavia, non si
ferma mai ad un
livello solo
soggettivo perché,
nella sua efficacia,
ridonda sempre a
beneficio dei
fedeli, affidati
alla sua cura
pastorale. Nella
pratica della
carità, come
contenuto del
ministero pastorale
ricevuto, il Vescovo
diventa segno di
Cristo e acquista
quell'autorevolezza
morale di cui
l'esercizio
dell'autorità
giuridica ha bisogno
per poter
efficacemente
incidere
sull'ambiente. Se,
infatti, l'ufficio
episcopale non
poggia sulla
testimonianza della
santità manifestata
nella carità
pastorale,
nell'umiltà e nella
semplicità di vita,
finisce per ridursi
ad un ruolo quasi
soltanto funzionale
e perde fatalmente
di credibilità
presso il Clero ed i
fedeli.
Vocazione alla
santità nella Chiesa
del nostro tempo
12. Un'immagine
biblica sembra
particolarmente
adatta per
illuminare la figura
del Vescovo quale
amico di Dio,
pastore e guida del
popolo. È la figura
di Mosè. Guardando a
lui, il Vescovo può
trarre ispirazione
nel suo essere ed
agire di pastore,
scelto e inviato dal
Signore, coraggioso
nel precedere il suo
popolo verso la
terra promessa,
fedele interprete
della parola e della
legge del Dio
vivente, mediatore
dell'Alleanza,
ardente e fiducioso
nella preghiera in
favore della sua
gente. Come Mosè,
che dopo il
colloquio con il
Signore sulla santa
montagna tornò in
mezzo al suo popolo
con il volto
raggiante (cfr Es
34, 29-30),
anche il Vescovo
potrà portare tra i
suoi fratelli i
segni del suo essere
padre, fratello ed
amico soltanto se
sarà entrato nella
nube oscura e
luminosa del mistero
del Padre, del
Figlio e dello
Spirito Santo.
Illuminato dalla
luce della Trinità,
egli sarà segno
della bontà
misericordiosa del
Padre, viva immagine
della carità del
Figlio, trasparente
uomo dello Spirito,
consacrato e inviato
per guidare il
Popolo di Dio sui
sentieri del tempo
nel pellegrinaggio
verso l'eternità.
I Padri sinodali
hanno messo in luce
l'importanza
dell'impegno
spirituale nella
vita, nel ministero
e nel cammino del
Vescovo. Io stesso
ho indicato questa
priorità in sintonia
con le esigenze
della vita della
Chiesa e l'appello
dello Spirito Santo,
che in questi anni
ha richiamato a
tutti il primato
della grazia, la
diffusa esigenza di
spiritualità,
l'urgenza di
testimoniare la
santità.
Il richiamo alla
spiritualità
scaturisce dal
riferimento
all'azione dello
Spirito Santo nella
storia della
salvezza. La sua è
una presenza attiva
e dinamica,
profetica e
missionaria. Il dono
della pienezza dello
Spirito Santo, che
il Vescovo riceve
nell'Ordinazione
episcopale, è un
prezioso e urgente
richiamo ad
assecondarne
l'azione nella
comunione ecclesiale
e nella missione
universale.
Celebrata dopo il
Grande Giubileo del
2000, l'Assemblea
sinodale ha sin dal
principio fatto
proprio il progetto
di una vita santa,
che io stesso ho
indicato alla Chiesa
intera: « La
prospettiva entro
cui deve porsi tutto
il cammino pastorale
è quello della
santità... Finito il
Giubileo, ricomincia
il cammino
ordinario, ma
additare la santità
resta più che mai
un'urgenza della
pastorale ».49
L'accoglienza
entusiastica e
generosa del mio
appello a mettere al
primo posto la
vocazione alla
santità, è stata
l'atmosfera nella
quale si sono svolti
i lavori sinodali e
il clima che, in
qualche maniera, ha
unificato gli
interventi e le
riflessioni dei
Padri. Essi
sentivano echeggiare
nei loro cuori il
monito di san
Gregorio Nazianzeno:
« Prima purificarsi
e poi purificare,
prima lasciarsi
istruire dalla
sapienza e poi
istruire, prima
diventare luce e poi
illuminare, prima
avvicinarsi a Dio e
poi condurvi gli
altri, prima essere
santi e poi
santificare ».50
Per questa ragione,
dall'Assemblea
sinodale si è più
volte levato
l'invito a
individuare con
chiarezza la
specificità «
episcopale » del
cammino di santità
di un Vescovo. Sarà
sempre una santità
vissuta con il
popolo e per il
popolo, in una
comunione che
diventa stimolo e
reciproca
edificazione nella
carità. Né si tratta
d'istanze
secondarie, o
marginali. È proprio
la vita spirituale
del Vescovo,
infatti, che
favorisce la
fecondità della sua
opera pastorale. Non
sta forse nella
meditazione assidua
del mistero di
Cristo, nella
contemplazione
appassionata del suo
volto,
nell'imitazione
generosa della vita
del Buon Pastore il
fondamento di ogni
pastorale efficace?
Se è vero che il
nostro è tempo di
continuo movimento e
spesso anche di
agitazione col
facile rischio del «
fare per fare »,
allora il Vescovo
per primo deve
mostrare, con
l'esempio della
propria vita, che
occorre ristabilire
il primato dell'«
essere » sul « fare
» e, ancora di più,
il primato della
grazia, che
nella visione
cristiana della vita
è pure principio
essenziale per una «
programmazione » del
ministero pastorale.51
Il cammino
spirituale del
Vescovo
13. Un Vescovo può
ritenersi davvero
ministro della
comunione e della
speranza per il
Popolo santo di Dio
solo quando cammina
alla presenza del
Signore. Non è
possibile, infatti,
essere al servizio
degli uomini senza
prima essere « servi
di Dio ». E servi di
Dio non si può
essere se non si è «
uomini di Dio ».
Perciò nell'omelia
dell'inizio del
Sinodo ho detto: «
Il Pastore deve
essere uomo di Dio;
la sua esistenza e
il suo ministero
stanno interamente
sotto la sua gloria
divina e traggono
dal sovraeminente
mistero di Dio luce
e vigore ».52
La chiamata alla
santità è insita,
per il Vescovo,
nello stesso evento
sacramentale che è
all'origine del suo
ministero, ossia
l'Ordinazione
episcopale. L'antico
Eucologio di
Serapione
formula in questi
termini
l'invocazione
rituale della
consacrazione: « Dio
di verità fa' del
tuo servitore un
Vescovo vivente, un
Vescovo santo nella
successione dei
santi Apostoli ».53
Poiché, tuttavia,
l'Ordinazione
episcopale non
infonde la
perfezione delle
virtù, « il Vescovo
è chiamato a
proseguire il suo
cammino di
perfezione con
maggiore intensità,
per giungere alla
statura di Cristo,
Uomo perfetto ».54
La stessa indole
cristologica e
trinitaria del suo
mistero e ministero
esige per il Vescovo
un cammino di
santità, che
consiste
nell'avanzamento
progressivo verso
una sempre più
profonda maturità
spirituale ed
apostolica, segnata
dal primato della
carità pastorale. Un
cammino
evidentemente
vissuto insieme con
il suo popolo, in un
itinerario che è al
tempo stesso
personale e
comunitario, come la
vita stessa della
Chiesa. In questo
cammino, però, il
Vescovo diventa, in
intima comunione con
Cristo e attenta
docilità allo
Spirito, testimone,
modello, promotore e
animatore. Così si
esprime pure la
legge canonica: « Il
Vescovo diocesano,
consapevole di
essere tenuto ad
offrire un esempio
di santità nella
carità, nell'umiltà
e nella semplicità
di vita, si impegni
a promuovere con
ogni mezzo la
santità dei fedeli,
secondo la vocazione
propria di ciascuno,
ed essendo il
principale
dispensatore dei
misteri di Dio, si
adoperi di continuo
perché i fedeli
affidati alle sue
cure crescano in
grazia mediante la
celebrazione dei
Sacramenti e perché
conoscano e vivano
il mistero pasquale
».55
Il cammino
spirituale del
Vescovo, come quello
d'ogni fedele
cristiano, ha
certamente la sua
radice nella grazia
sacramentale del
Battesimo e della
Confermazione.
Questa grazia lo
accomuna a tutti i
fedeli, poiché, come
avverte il Concilio
Vaticano II, « tutti
i fedeli di
qualsiasi stato o
grado sono chiamati
alla pienezza della
vita cristiana e
alla perfezione
della carità ».56
Vale specialmente in
questo caso la
notissima
affermazione di
sant'Agostino, ricca
di realismo e di
sapienza
soprannaturale: « Se
mi atterrisce
l'essere per voi, mi
consola l'essere con
voi. Perché per voi
sono Vescovo, con
voi sono cristiano.
Quello è il nome di
una carica, questo
di una grazia;
quello è il nome di
un pericolo, questo
della salvezza ».57
Tuttavia, grazie
alla carità
pastorale, la carica
diventa servizio e
il pericolo si
trasforma in
opportunità di
crescita e di
maturazione. Il
ministero episcopale
non è solo fonte di
santità per gli
altri, ma è già
motivo di
santificazione per
colui che lascia
passare attraverso
il proprio cuore e
la propria vita la
carità di Dio.
I Padri sinodali
hanno sintetizzato
alcune esigenze di
questo cammino.
Anzitutto hanno
richiamato il
carattere
battesimale e
crismale, che sin
dal principio
dell'esistenza
cristiana, mediante
le virtù teologali,
rende capaci di
credere in Dio, di
sperare in Lui e di
amarlo. Lo Spirito
Santo, per parte
sua, infonde i suoi
doni favorendo la
crescita nel bene
attraverso
l'esercizio delle
virtù morali, che
danno concretezza
anche umana alla
vita spirituale.58
In forza del
Battesimo che ha
ricevuto, il Vescovo
partecipa, come ogni
cristiano, alla
spiritualità che è
radicata
nell'incorporazione
al Cristo e che si
manifesta nella sua
sequela secondo il
Vangelo. Per questo
egli condivide la
vocazione di tutti i
fedeli alla santità.
Deve quindi
coltivare una vita
di preghiera e di
fede profonda e
riporre in Dio tutta
la sua fiducia,
offrendo la sua
testimonianza al
Vangelo in docile
obbedienza ai
suggerimenti dello
Spirito Santo e
riservando una
particolare e
filiale devozione
alla Vergine Maria,
che è perfetta
maestra di vita
spirituale.59
La spiritualità del
Vescovo sarà,
pertanto, una
spiritualità di
comunione, vissuta
in sintonia con
tutti gli altri
battezzati, figli
insieme con lui
dell'unico Padre nel
cielo e dell'unica
Madre sulla terra,
la Santa Chiesa.
Come tutti i
credenti in Cristo,
egli ha bisogno di
alimentare la sua
vita spirituale
nutrendosi della
viva ed efficace
parola del Vangelo e
del pane di vita
della santa
Eucaristia, cibo di
vita eterna. A causa
dell'umana
fragilità, anche il
Vescovo è chiamato a
ricorrere con
frequenza e ritmi
regolari al
sacramento della
Penitenza per
ottenere il dono di
quella misericordia,
di cui pure è
divenuto ministro.
Consapevole, dunque,
della propria umana
debolezza e dei
propri peccati, ogni
Vescovo, insieme con
i suoi sacerdoti,
vive anzitutto per
se stesso il
sacramento della
Riconciliazione,
come una esigenza
profonda e una
grazia sempre
nuovamente attesa,
per ridare slancio
al proprio impegno
di santificazione
nell'esercizio del
ministero. In tal
modo egli esprime
anche visibilmente
il mistero di una
Chiesa in se stessa
santa, ma composta
anche di peccatori
bisognosi di essere
perdonati.
Come tutti i
sacerdoti e,
ovviamente, in
speciale comunione
con i sacerdoti del
presbiterio
diocesano, il
Vescovo si impegnerà
a percorrere uno
specifico cammino di
spiritualità. Egli,
infatti, è chiamato
alla santità pure
per il nuovo titolo
che deriva
dall'Ordine sacro.
Il Vescovo, perciò,
vive di fede,
speranza e carità in
quanto è ministro
della parola del
Signore, della
santificazione e del
progresso spirituale
del Popolo di Dio.
Egli dev'essere
santo perché deve
servire la Chiesa
come maestro,
santificatore e
guida. Come tale
egli deve anche
profondamente e
intensamente amare
la Chiesa. Ogni
Vescovo è conformato
a Cristo per amare
la Chiesa con
l'amore di Cristo
sposo e per essere,
nella Chiesa,
ministro della sua
unità, per fare cioè
della Chiesa « un
popolo adunato
dall'unità del
Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo
».60
La specifica
spiritualità del
Vescovo, i Padri
sinodali lo hanno
sottolineato
ripetutamente, si
arricchisce
ulteriormente
dell'apporto di
grazia insito nella
pienezza del
Sacerdozio, a lui
conferita nel
momento
dell'Ordinazione. In
quanto pastore del
gregge e servitore
del Vangelo di Gesù
Cristo nella
speranza, il Vescovo
deve riflettere e
fare come trasparire
in se medesimo la
persona stessa di
Cristo, Pastore
supremo. Nel
Pontificale Romano
questo impegno è
esplicitamente
richiamato: « Ricevi
la mitra, e
risplenda in te il
fulgore della
santità, perché
quando apparirà il
Principe dei pastori
tu possa meritare la
incorruttibile
corona di gloria ».61
Per questo il
Vescovo ha un
costante bisogno
della grazia di Dio,
che rafforzi e
perfezioni la sua
natura umana. Egli
può affermare con
l'apostolo Paolo: «
La nostra capacità
viene da Dio, che ci
ha resi ministri
adatti di una nuova
Alleanza » (2 Cor
3, 5-6). Lo si
deve, perciò,
sottolineare: il
ministero apostolico
è una sorgente di
spiritualità per il
Vescovo, il quale
deve attingere da
esso le risorse
spirituali che lo
fanno crescere nella
santità e gli
permettono di
scoprire l'azione
dello Spirito Santo
nel Popolo di Dio
affidato alle sue
sollecitudini
pastorali.62
Il cammino
spirituale del
Vescovo coincide, in
questa prospettiva,
con la stessa carità
pastorale, che a
buon diritto dev'essere
ritenuta come
l'anima del suo
apostolato, come lo
è anche di quello
del presbitero e del
diacono. Si tratta
non soltanto di una
existentia,
ma pure di una
pro-existentia,
di un vivere, cioè,
che si ispira al
modello supremo
costituito da Cristo
Signore, e che si
spende perciò
totalmente
nell'adorazione del
Padre e nel servizio
dei fratelli.
Giustamente, al
riguardo, il
Concilio Vaticano II
afferma che i
Pastori, a immagine
di Cristo, devono
con santità e
slancio, con umiltà
e fortezza compiere
il proprio
ministero, « il
quale, così
adempiuto, sarà
anche per loro un
eccellente mezzo di
santificazione ».63
Nessun Vescovo può
ignorare che il
vertice della
santità rimane
Cristo Crocifisso,
nella sua suprema
donazione al Padre e
ai fratelli nello
Spirito Santo. Per
questo la
configurazione a
Cristo e la
partecipazione alle
sue sofferenze (cfr
1 Pt 4, 13)
diventa la via
regale della santità
del Vescovo in mezzo
al suo popolo.
Maria, Madre della
speranza e maestra
di vita spirituale
14. Sostegno della
vita spirituale sarà
anche per il Vescovo
la presenza materna
della Vergine Maria,
Mater spei et
spes nostra,
come l'invoca la
Chiesa. Per Maria,
dunque, il Vescovo
nutrirà una
devozione autentica
e filiale,
sentendosi chiamato
a fare proprio il
suo fiat, a
rivivere e
attualizzare ogni
giorno l'affidamento
che Gesù fece di
Maria, in piedi
presso la Croce, al
Discepolo e del
Discepolo amato a
Maria (cfr Gv
19, 26-27).
Ugualmente il
Vescovo è chiamato a
rispecchiarsi nella
preghiera unanime e
perseverante dei
discepoli ed
apostoli del Figlio
con la Madre sua, in
preparazione alla
Pentecoste. In
questa icona della
Chiesa nascente si
esprime il legame
indissolubile fra
Maria e i successori
degli Apostoli (cfr
At 1, 14).
La santa Madre di
Dio sarà quindi per
il Vescovo maestra
nell'ascolto e nella
pronta esecuzione
della Parola di Dio,
nel discepolato
fedele verso l'unico
Maestro, nella
stabilità della
fede, nella
fiduciosa speranza e
nell'ardente carità.
Come Maria, «
memoria »
dell'Incarnazione
del Verbo
nella prima comunità
cristiana, il
Vescovo sarà custode
e tramite della
Tradizione vivente
della Chiesa, nella
comunione con tutti
gli altri Vescovi,
in unione e sotto
l'autorità del
Successore di
Pietro.
La solida devozione
mariana del Vescovo
farà costante
riferimento alla
Liturgia, dove la
Vergine ha una
particolare presenza
nella celebrazione
dei misteri della
salvezza ed è per
tutta la Chiesa
modello esemplare di
ascolto e di
preghiera, di
offerta e di
maternità
spirituale. Sarà,
anzi, compito del
Vescovo fare sì che
la Liturgia appaia
sempre « quale
"forma esemplare",
fonte di
ispirazione,
costante punto di
riferimento e meta
ultima » per la
pietà mariana del
Popolo di Dio.64
Fermo restando
questo principio,
anche il Vescovo
nutrirà la sua pietà
mariana personale e
comunitaria con i
pii esercizi
approvati e
raccomandati dalla
Chiesa, specialmente
con la recita di
quel compendio del
Vangelo che è il
Santo Rosario.
Esperto di questa
preghiera, tutta
incentrata sulla
contemplazione degli
eventi salvifici
della vita di
Cristo, cui fu
strettamente
associata la sua
santa Madre, ogni
Vescovo è invitato a
esserne anche
solerte promotore.65
Affidarsi alla
Parola
15. L'Assemblea del
Sinodo dei Vescovi
ha indicato alcuni
mezzi necessari per
nutrire e fare
progredire la
propria vita
spirituale.66 Tra
questi c'è, al primo
posto, la lettura e
la meditazione della
Parola di Dio. Ogni
Vescovo dovrà sempre
affidarsi e sentirsi
affidato « al
Signore e alla
parola della sua
grazia che ha il
potere di edificare
e di concedere
l'eredità con tutti
i santificati » (At
20, 32). Prima,
perciò, d'essere
trasmettitore della
Parola, il Vescovo,
insieme con i suoi
sacerdoti e come
ogni fedele, anzi
come la stessa
Chiesa,67 deve
essere ascoltatore
della Parola. Egli
dev'essere come «
dentro » la Parola,
per lasciarsene
custodire e nutrire
come da un grembo
materno. Insieme con
sant'Ignazio d'Antiochia,
anche il Vescovo
ripete: « Mi affido
al Vangelo come alla
carne di Cristo ».68
Ogni Vescovo,
pertanto, avrà
sempre presente per
se stesso quella
nota ammonizione di
san Girolamo,
ripresa pure dal
Concilio Vaticano
II: « L'ignoranza
delle Scritture è
ignoranza di Cristo
».69 Non c'è,
difatti, primato
della santità senza
ascolto della Parola
di Dio, che della
santità è guida e
nutrimento.
L'affidarsi alla
Parola di Dio e il
custodirla, come la
Vergine Maria che fu
Virgo audiens,70
comporta il mettere
in pratica alcuni
aiuti, che la
tradizione e
l'esperienza
spirituale della
Chiesa non hanno mai
mancato di
suggerire. Si
tratta, anzitutto,
della frequente
lettura personale e
dello studio attento
e assiduo della
Sacra Scrittura. Un
Vescovo sarebbe vano
predicatore della
Parola all'esterno,
se prima non
l'ascoltasse
dall'interno.71
Senza il contatto
frequente con la
Sacra Scrittura, un
Vescovo sarebbe pure
ministro poco
credibile della
speranza, se è vero,
come ricorda san
Paolo che « in virtù
della perseveranza e
della consolazione
che ci vengono dalle
Scritture teniamo
viva la nostra
speranza » (Rm
15, 4). È,
dunque, sempre
valido ciò che
scriveva Origene: «
Sono queste le due
attività del
Pontefice: o
imparare da Dio,
leggendo le
Scritture divine e
meditandole più
volte, o ammaestrare
il popolo. Però,
insegni le cose che
egli stesso ha
imparato da Dio ».72
Il Sinodo ha
richiamato
l'importanza della
lectio e
della meditatio
della Parola di
Dio nella vita dei
Pastori e nel loro
stesso ministero a
servizio della
comunità. Come ho
scritto nella
Lettera apostolica
Novo millennio
ineunte, « è
necessario che
l'ascolto della
Parola diventi un
incontro vitale,
nell'antica e sempre
valida tradizione
della lectio
divina, che fa
cogliere nel testo
biblico la parola
viva che interpella,
orienta, plasma
l'esistenza ».73
Negli spazi della
meditazione e della
lectio, il
cuore che ha già
accolto la Parola si
apre alla
contemplazione
dell'agire di Dio e,
di conseguenza, alla
conversione a Lui
dei pensieri e della
vita, accompagnata
dalla richiesta
supplice del suo
perdono e della sua
grazia.
Nutrirsi
dell'Eucaristia
16. Come, poi, il
mistero pasquale sta
al centro della vita
e della missione del
Buon Pastore, così
anche l'Eucaristia è
al centro della vita
e della missione del
Vescovo, come di
ogni sacerdote.
Con la celebrazione
quotidiana della
Santa Messa, egli
offre se stesso
insieme con Cristo.
Quando, poi, questa
celebrazione avviene
nella Cattedrale, o
nelle altre chiese,
specialmente
parrocchiali, con il
concorso e la
partecipazione
attiva dei fedeli,
il Vescovo appare
sotto gli occhi di
tutti qual è, ossia
come il Sacerdos
et Pontifex,
poiché agisce nella
persona di Cristo e
nella potenza del
suo Spirito, e come
lo hiereus,
il sacerdote santo,
occupato
nell'operare i sacri
misteri dell'altare,
che annuncia e
spiega con la
predicazione.74
L'amore del Vescovo
verso la Santa
Eucaristia si
esprime pure quando,
nel corso della
giornata, dedica
parte anche
abbastanza
prolungata del
proprio tempo
all'adorazione
davanti al
Tabernacolo. Qui il
Vescovo apre al
Signore il suo
animo, perché sia
tutto pervaso e
informato dalla
carità effusa sulla
Croce dal Pastore
grande delle pecore,
che per loro ha
sparso il suo sangue
e ha dato la propria
vita. A Lui pure
innalza la sua
preghiera,
continuando a
intercedere per le
pecore che gli sono
state affidate.
La preghiera e la
Liturgia delle Ore
17. Un secondo mezzo
indicato dai Padri
sinodali è la
preghiera, in modo
speciale quella
elevata al Signore
con la celebrazione
della Liturgia delle
Ore, che è
specificamente e
sempre preghiera
della comunità
cristiana nel nome
di Cristo e sotto la
guida dello Spirito.
La preghiera è in se
stessa un
particolare dovere
per un Vescovo e per
quanti hanno « avuto
il dono della
vocazione ad una
vita di speciale
consacrazione:
questa li rende, per
sua natura, più
disponibili
all'esperienza
contemplativa ».75
Il Vescovo stesso
non può dimenticare
di essere successore
di quegli Apostoli
che furono
costituiti da Cristo
anzitutto perché «
stessero con lui » (Mc
3, 14) e che,
all'inizio della
loro missione,
fecero una solenne
dichiarazione, che è
un programma di
vita: « Noi ci
dedicheremo alla
preghiera e al
ministero della
parola » (At
6, 4). Il Vescovo,
pertanto, riuscirà
ad essere per i
fedeli un maestro di
preghiera solo se
potrà contare sulla
propria esperienza
personale di dialogo
con Dio. Egli deve
potersi rivolgere a
Dio in ogni momento
con le parole del
Salmista: « Io spero
sulla tua parola » (Sal
119 [118], 114).
Sarà proprio dalla
preghiera che egli
potrà attingere
quella speranza con
la quale deve come
contagiare i fedeli.
La preghiera,
infatti, è il luogo
privilegiato dove si
esprime e si nutre
la speranza poiché
essa, secondo