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La vita di Lelia scritta da Ulisse 

 

Appunti sulla vita di Lelia Cossidente

scritti da Ulisse dieci giorni dopo la morte di Lelia.

Nascita

Posta su di un colle, tra due grandi vallate, in una delle quali scorre il Basento, sta Potenza.

La luce e il vento dominano sovrani. Qui nacque Lelia il 4 maggio 1893. Il padre, di nome Giuseppe, integerrimo funzionario del Genio Civile, la madre, di nome Ernesta, appartenente all’agiata famiglia dei Vaccaro. Il nonno paterno appaltatore e costruttore di case. La nonna materna, di cognome Moccia, appartenente a distinta famiglia napoletana. Degli avi paterni poco si conosce. Si sa soltanto che provenivano da Avigliano, paesetto nelle vicinanze di Potenza. I primi anni trascorse nella casa avita dei Vaccaro, tra numerosi zii, cugini e cuginette. Era una bimba buona e fornita d'intelligenza vivace. Gli zii spesso la burlavano. A sei anni la mamma la mandò a scuola da una maestra privata. Anche a scuola si mostrava tanto buona e paziente con le compagne. Riusciva negli studi. Terminate le scuole elementari, iniziò le scuole normali a Potenza. Ma la famiglia si trasferì a Roma e lei seguì i genitori.

A Roma

Cresciuta tra numerosi parenti, Roma le sembrò vuota e triste. Nei mesi estivi, però, insieme coi suoi – padre, madre e i due fratellini, Guido ed Aldo  – ritornavano a Potenza e trascorrevano la villeggiatura in una tenuta dello zio Nicola Vaccaro, Sindaco di Potenza, sita a 1.000 metri di altezza e fornita di case coloniche e bestiame.

Le corse, i giochi all’aria aperta, che impressione facevano sulla piccola Lelia le polle d'acqua sgorganti dal terreno! Al ritorno in città, la scuola normale, sita in Piazza dell’Esedra, presso la Basilica di S. Maria degli Angeli. La famiglia abitava allora in Via Castelfidardo. Intanto Lelia ebbe una grande gioia: le era nata una sorellina, la piccola Gilda. Impossibile a dirsi la premura di cui circondava la sorellina. Pensava sempre a lei, anche quando stava a scuola le veniva spesso il pensiero che potesse farsi male, potesse cadere.

Vicino alla casa in Via Castelfidardo vi era un Istituto di Suore fondato dalla Beata Volpicelli, napoletana. Lelia prese a frequentare questo Istituto e si affezionò specialmente alla Superiora, signorina Giuseppina Sportiello. Queste religiose riunivano le ragazze di buona famiglia del vicinato, le trattenevano con piccoli giochi, con recite, insegnando a ricamare. Le religiose stesse pensarono a far fare la prima Comunione a Lelia. Aveva già quindici anni d’età. Il suo rammarico fu grande quando seppe che alla  prima comunione non potevano intervenire i propri genitori, perché la mamma era ammalata. Povera Lelia!  Che sacrificio!

La sua vita trascorreva tra la scuola, le suore e le cure davvero materne che prodigava alla piccola sorellina. Lelia a quei tempi era gioviale e di carattere lieto e tale indole ha dimostrato di conservare anche in seguito.

A scuola la chiamavano la Signorina “ridente”. Prendeva parte alle recite organizzate dalle Suore e spesso le davano la parte comica che sapeva eseguire a perfezione. Rimase celebre fra le sue compagne la parte che fece di “Bombardone”, nella quale doveva fingersi nonno.

In questo tempo frequentava per molta parte del giorno le suore cui si era molto affezionata. Nella Cappella delle suore faceva tutte le sue devozioni. I canti delle sacre funzioni le facevano impressione e li ripeteva spesso a casa, specialmente svegliandosi la mattina. Lelia, insieme ad un gruppo di altre giovani che frequentavano lo stesso istituto, ebbe l’idea di farsi Suora. Ma né lei, né le altre poterono raggiungere l’intento, per l’opposizione dei rispettivi genitori. Il Signore la destinava ad un altro compito. Ma quante sofferenze anche allora! In quel tempo si recò a Potenza, in villeggiatura, ed un signore del luogo fece alla famiglia una seria proposta per sposare Lelia, ma Lelia rifiutò.

Negli anni precedenti una volta era andata in villeggiatura con i suoi a Magliano dei Marsi: lì le capitò un incidente che poteva costarle la vita. Un ragazzo, suo compagno di giuochi, per scherzo, le spianò addosso un fucile, partì il colpi e fu un miracolo se non la colpì.

Lelia intanto proseguiva gli studi. Giunta alla terza classe normale, una professoressa non volle promuoverla. Allora i genitori la mandarono a Chieti, presso la zia Adele, sorella di sua madre, maritata la Cav. Rispoli, intendente di Finanza in quella città. A Chieti risiedette un anno e prese la licenza normale.

Maestra Elementare

Dopo licenziata si occupò quale insegnante presso una scuola municipale nel quartiere popolare di Roma di San Lorenzo. Le alunne l’amavano e riuscì a portare sulla retta via anche alcune che davano precoci segni di traviamento. Una, specialmente, che si vantava che il padre ed il fratello erano stati in carcere e guardava minacciosa.  A lei Lelia dava incarichi di fiducia ed essa piano piano divenne più buona.

Lelia amava la giustizia e soffriva se alle volte le si imponeva di promuovere chi non meritava.

Rimase un anno in quella scuola. Nell’anno successivo non poté avere l’incarico dell’insegnamento e rimase a casa. approfittò di questo tempo per completare la propria cultura, frequentando l’università pedagogica e una scuola di lingua inglese. Intanto continuava ad andare dalle Suore. In quel tempo scoppiò la prima guerra mondiale 1914 – 1918. Nel 1915 i suoi fratelli Guido ed Aldo dovettero partire per il fronte. Non dico le ansie della buona sorella Lelia. Ogni mattina accompagnava alla scuola il figlio piccoletto di suo fratello Guido, di nome Valentino, il quale vedendola così assidua e premurosa verso di lui, nella sua ingenuità infantile, le diceva: Ma io non ti debbo chiamare zia, ma mamma e andava ripetendo per la strada: “mamma, mamma!” Finalmente la guerra finì e Guido ed Aldo ritornarono dal fronte. Aldo si stabilì a Torino e Guido a Roma. Essa era buona e piena di premure per tutti i parenti, che aveva numerosi a Roma, da parte materna.

Amiche sue erano quelle che aveva  frequentato l’Istituto della Volpicelli, specialmente le sorelle Mastrandrea.

Impiegata di banca

Dopo la prima Guerra Mondiale, un cugino avvocato, di nome Amilcare Rispoli, figlio della zia Adele, le procurò un’occupazione presso la banca di un parente, chiamato Maccaferri. Ivi Lelia aveva le mansioni di cassiera. Fu una buona cassiera, ordinata ed esatta. L’animo suo però, soffriva quando doveva assistere a certe scene pietose, di persone che spinte dal bisogno erano costrette a chiedere prestiti al tasso del dieci per cento.

Bibliotecaria al Magistero

Uno zio (Biraghi), marito di un’altra sorella di sua madre, di nome Emilia, che era direttore Generale al Ministero della Pubblica Istruzione, le procurò allora l’impiego di bibliotecaria, presso l’Istituto Superiore di Magistero dell’Università di Roma, sito in Piazza dell’Esedra.

In questo ufficio rimase per dieci anni, Sino al 1930. Qui ebbe a dimostrare tutta la sua bravura e cultura, riordinando la biblioteca e impiantando due schedari, uno per autori a lettere alfabetiche ed un altro per soggetti. In biblioteca ebbe l’occasione di avvicinare Professori ed alunni di ambo i sessi e con tutti si dimostrava affabile e cordiale. Fra i Professori i più noti sono Giovanni Gentile, Guido De Ruggero, Giuseppe Cardinali. Era inalterabile la sua pazienza con gli alunni e specialmente era divenuta la confidente delle alunne. Gli alunni trovavano in lei un aiuto ai loro studi e le alunne ottimi consigli, anche nelle ore difficili della loro vita studentesca. Era saggia, era cordiale ed era discreta. Esercitava un vero apostolato di bene.

Quanto lavoro faticoso in quella biblioteca! specialmente in occasione del trasferimento della sede da Via Boncompagni, dove era prima, a Piazza dell’Esedra! In quella occasione, per lo strapazzo e l’ingestione involontaria di polvere, ebbe una febbre tifoidea che le durò quindici giorni. Era già la seconda volta che era ammalata con l’intestino, ciò che avrebbe portato a quell’indebolimento che le sarebbe molti anni dopo riuscito fatale. La prima volta era stato al ritorno da una villeggiatura in Abruzzo. Durante il periodo del suo servizio in biblioteca ebbe occasione di dimostrarsi energica e coraggiosa. Eccone un episodio: In occasione di una dimostrazione di fascisti che passava sotto le finestre della biblioteca vi fu un lettore, che era uno studente, che si affacciò alla finestra della biblioteca e lanciò un grido contro i fascisti.  Questi, accortisene, salirono sopra e volevano linciare lo studente, il quale era armato di rivoltella e si accingeva a difendersi. Lelia si pose sulla porta della biblioteca e fece nascondere il giovane dietro una tenda. Quando giunsero i fascisti, con parole energiche e contemporaneamente persuasive riuscì a farli allontanare.

Vacanze

Durante il periodo di tempo in cui Lelia prestò servizio in biblioteca (1920 –1930) vari avvenimenti lieti e tristi si susseguirono per lei. Due villeggiature ed il fidanzamento della sorella Gilda, gli avvenimenti lieti, e l’improvvisa morte del padre, quello triste. A ciò si aggiunse una gita a Torino per il matrimonio del fratello Aldo.

La villeggiatura all’Isola d’Elba rimase specialmente impressa nella memoria di Lelia. Il villaggio dell’Isola d’Elba, chiamato Marina di Campo, è posto in posizione incantevole sul mare. Gli scogli assumono in quel luogo gli aspetti più strani. Lo scoglio del Vescovo con mitra. Le gite in autoscafo con un gruppo di villeggianti. Una volta l’autoscafo perdé il timone in alto mare e solo a stento riuscì a ritornare nel porticciuolo.

Altra cosa che attirò l’attenzione di Lelia fu la pesca. I pescatori usavano vari modi di pescare: reti, palàmiti, cestelli etc.  Lelia si divertiva ad osservare tutto ciò. Aveva l’abitudine di osservare tutto, di annotare tutto. Aveva scritto dei quaderni interi con ricette di pietanze e dolci e con annotazioni di mille piccole cose che riguardavano l’andamento domestico. Intanto sua sorella Gilda si era fidanzata e Lelia faceva da paciera: ossia metteva pace nei litigi che spesso sorgevano tra i due fidanzati. Inoltre li accompagnava sempre, anche con grave sacrificio proprio, non permettendo che la sorella restasse sola col fidanzato.

Muore il papà

Ma venne un giorno triste: il 15 gennaio 1929, quando i colleghi ricondussero a casa dall’ufficio suo padre moribondo. In poche ore l’angina pectoris, tra strazianti sofferenze, doveva condurre alla morte quel padre esemplare che aveva dedicato tutta la vita alla famiglia e ai propri doveri di ufficio.

Per Lelia fu un colpo duro. La vita le sembrava vuota, inutile, senza scopo. Pochi mesi dopo la morte del padre, la sorella poté coronare il suo sogno di amore e Lelia fu felice di assistere al matrimonio della sorella. Date le nuove condizioni della famiglia, Lelia si adoperò a cercare un piccolo alloggio per sé e per la madre che era rimasta vedova e l’ottenne in Via Tagliamento. Lasciò così la casa di Via Castelfidardo in cui aveva trascorso tanta parte della sua vita. 

Ulisse

Un giorno di autunno dello stesso 1929, Lelia vide entrare nella stanza dove stava a riposare, sua madre tutta commossa, la guardò e domandò che cosa era accaduto. La madre rispose che era venuta a trovarla un vecchio conoscente, il Cav. Leonardo Amendolagine, e non disse altro.  Lelia allora ricordò che il visitatore era mio padre e, data la commozione di sua madre, intuì che fosse venuto a fare la proposta di matrimonio tra lei e me.  Il giorno seguente, mentre stava in biblioteca, la custode l'avvertì che la desideravano al telefono. Uscì allora dalla biblioteca per recarsi nella stanza in cui c'era il telefono. Nel percorrere il corridoio che univa le due stanze incontrò me di faccia, mi guardò e senza salutarmi proseguì per il telefono. Io andai via subito.   

Fidanzati!

Il giorno successivo, giusta l'appuntamento preso, la madre di Lelia ricevette mio padre e me a casa sua. Prima c'era la madre sola, poi si presentò Lelia. S'iniziò così il fidanzamento tre lei e me. Durante il periodo del fidanzamento si dimostrò innamorata, condiscendente, paziente, dimostrava stima di me e lo proclamava davanti a tutti. Condivideva le mie idee perfettamente e senza riserve. Nei problemi d’indole pratica sapeva trovare le soluzioni giuste, anche in cose difficili.

Il matrimonio

Lelia dispose tutto il necessario ed i particolari del matrimonio. Il 29 settembre 1930 sposammo. Lo stesso giorno partimmo per Firenze, dove ci trattenemmo tre giorni, per Bologna, dove restammo due giorni, e per Venezia (quattro giorni) e Trieste dove restammo quindici giorni. Lelia sceglieva gli alberghi e sin da quei primi giorni provvedeva a tutto. La sua preoccupazione era la mia salute. Quando giungemmo a Venezia e percorrevamo in vaporetto il Canal Grande si mise a piangere vedendo la “Ca’ d’oro”. Era commossa, essendo uno spirito aperto all’arte ed alle cose artistiche. Così volle andare in gondola con la luna.

A Trieste ci stabilimmo a Barcola. Quei giorni trascorsero tra visite a monumenti e a paesini. Andammo a vedere il tramonto del sole ad Opicina. Nel matrimonio Lelia trovò la sua santificazione, fu una santa ed una martire del matrimonio. La sua carità e la sua pazienza divennero grandi. Il bocciuolo di elette virtù divenne rosa odorosa. L’egoismo scomparve del tutto. Ella incantava tutti col suo sorriso, un sorriso dolce e modesto e alle volte con qualche arguzia. A molte prove dolorose fu sottoposta durante la sua vita matrimoniale. Tornati a Roma nei primi mesi del matrimonio dové esercitare la pazienza accudendo alle faccende domestiche per lunghi mesi con la famiglia composta, oltre che del marito e dei suoceri, anche di una cognata, del marito della cognata e di un figlio della cognata. Passato questo periodo incominciarono ad intrecciarsi nascite e morti, con tutte le sofferenze inerenti a tali eventi, cui deve sottostare una madre di famiglia.

I figli

Nel 1931, infatti,  nacque il primo figlio, nell'agosto del 1932 morì mia madre, nell'ottobre dello stesso anno nacque il secondo figlio, nel 1934 il terzo, nel 1935 il quarto, nel 1937 nacque la bimba e morì mio padre. Nel 1949 morì improvvisamente la madre di Lelia. Nel frattempo io dovetti subire un’operazione e Lelia restò sempre con me in clinica. I ragazzi incominciavano ad andare a scuola. Lelia li seguiva in tutti loro studi. Comprava delle riviste scolastiche.

La seconda Guerra Mondiale

Ed ecco la seconda guerra mondiale. Lelia è in prima fila per darsi da fare per nutrire i figliuoli.  Lunghe file snervanti, carichi enormi. Intanto le prime Comunioni e Cresime dei figliuoli mettevano una nota di gioia. Lelia ne godeva. Durante la guerra per lunghi mesi ospitati a casa la sorella Gilda col marito ed il figlio e successivamente mia sorella ed il marito. Sfollammo nel 1943, tutta la famiglia a Cappadocia, paesino a 1000 metri d’altezza, presso Tagliacozzo (Aquila).

Lelia a prodigarsi. In questo paese lo strapazzo fu tale, si dormiva per terra e a stento potemmo avere un letto, che Lelia prese la febbre intestinale. Il medico del paese che la vistò disse che l’addome è la tomba dei medici, ossia che non sapeva spiegarsi bene la malattia. Visitata a Roma dal prof. Quarta questi disse che era colite. La cura che aveva Lelia dei figli era straordinaria. Aveva segnate per ciascuno di essi tutte le note biografiche relative alle malattie, al temperamento e alle tendenze. Dopo la guerra la virtù cristiana di Lelia si dimostrò nell’offrire al Signore, con immenso sacrificio, tre figli che dimostrarono la propria vocazione allo stato religioso. Questi furono il secondo, il terzo e il quarto. Il quarto ritornò dopo tre anni a casa condotto dai suoi Superiori, perché ammalato di cuore. Anche questo fu un altro dolore per Lelia.

Muore la mamma

Nel maggio 1949, improvvisamente per un edema polmonare morì la madre di Lelia, all’età di 78 anni. Lelia era nata quando la madre aveva l’età di diciotto anni (n.d.r. non esatto, ma 22 anni), ed aveva sempre vissuto insieme con lei, fu quindi uno schianto terribile per Lelia.

La salute inizia a dare problemi

Lelia sin dai primi tempi del matrimonio si lamentava spesso di uno strano senso di freddo all’addome. Aveva sofferto per due o tre volte prima del matrimonio da ragazza e da adulta delle febbri tifoidee. Da bambina a Potenza anche la febbricola. A Roma soffriva di mal di testa e, dopo sposata, nel 1943, incominciò a soffrire uno strano dolore alla gamba destra che si accentuò sempre più, tanto che camminava zoppicando.  I medici non sapevano trovare una ragione, né rimedi a questi mali che la facevano molto soffrire. Le pillole e i cachets che ingeriva le davano un momentaneo sollievo, ma cessato l’effetto di esse, ricominciava a soffrire.

Si giunse così al principio del 1950. L’11 gennaio di quell’anno Lelia ebbe un primo attacco di dolori fortissimi all’addome con conati di vomito. Chiamati vari medici dissero trattarsi di colite. Ma i rimedi per la colite non erano efficaci. Ogni quattro o cinque giorni ritornavano gli attacchi e spesso anche di notte. I figli ed io ci guadavamo esterefatti. Così continuò sino al 10 marzo 1950. In quel giorno ne ebbe uno più forte degli altri. Fu chiamato il medico primario Prof. Alessandrini, il quale consigliò l’immediato ricovero in clinica dell’ammalata per occlusione intestinale. Volle essere ricoverata nella clinica più vicina alla nostra casa, perché i figli potessero più facilmente venirla a trovare. In clinica fu sottoposta, fra l’altro, a due lavande gastriche penosissime e, dopo un giorno, all’operazione chirurgica, che durò due ore (12 marzo 1950. Domenica dalle 16 alle 18).

Terminata l’operazione il chirurgo Prof. Sovena si avvicinò a me che mi trovavo insieme col marito della sorella di Lelia, Gilda, e mi disse così, senza preamboli, che Lelia aveva il cancro al mesentere, ossia all’intestino medio, che questo cancro era già diramato a ventaglio verso l’alto e che era inoperabile, che l’occlusione intestinale egli l’aveva operata e che avrebbe potuto vivere altri cinque mesi e forse anche di più. L’ammalata intanto, dopo la prostrazione dei primi giorni seguenti all’operazione, si andava rimettendo gradatamente. Quarantacinque giorni dopo l’operazione abbandonò la clinica ritornando a casa in condizioni discrete, apparentemente, di salute. Per alcune domeniche riuscì pure ad uscire di casa andando a Messa, piano piano, sotto il mio braccio. Nel mese di ottobre incominciò a peggiorare, non uscì più da casa. Aveva forti dolori all’addome e agli arti superiori ed inferiori.

Nei primi del 1951 si mise a letto e non si alzò più. Nel mese di marzo 1951 aveva bisogno di essere assistita di note e di giorno. Faceva già quattro o cinque iniezioni di morfina al giorno per calmare i dolori atroci in tutte le parti del corpo.

Le erano venuto dei rigonfiamenti (metastasi) intorno al capo, sotto la mascella sinistra, sopra al braccio destro, sopra il polpaccio della gamba sinistra e un po’ dovunque.

Questi rigonfiamenti erano dolorosissimi in modo che non poteva senza dolore sopportare di venir toccata in qualsiasi parte del corpo. Non le potevo così neppure accarezzare i capelli ed una volta avendo per caso toccato il pollice del piede le feci male. Dalla testa ai piedi! Di giorno l’assisteva una donna che faceva da infermiera e di notte abbiamo avuto la fortuna di avere una Suora infermiera: Suor Consuelo, che è stata un vero angelo consolatore. Le si aprirono intanto sull’addome delle pustule, fra cui una grossissima sotto l’ombelico, per cui doveva essere medicata due volte al giorno.

Intanto alla fine di maggio, avvertito delle gravi condizioni di salute di sua madre venne Roberto (fratel Lelio) dal Noviziato dei Fratelli delle Scuole Cristiane.

Mentre Roberto stava a Roma il fratello di Lelia, Guido, pensò di chiamare uno specialista del cancro, il dott. Lotti, direttore dell’Istituto dei cancerosi in Via Cassia e segretario della Lega nazionale contro il cancro.

Questi, visitata Lelia, disse che era necessario prelevare un pezzo di tessuto dall’addome di Lelia (ossia un po’ di carne viva) per fare in laboratorio l’esame istologico.

Per far questo occorreva un’operazione. Affacciò questo medico l’ipotesi che invece di cancro poteva trattarsi di tubercolosi intestinale, malattia non del tutto incurabile coi mezzi moderni (streptomicina). Davanti a questa possibilità Lelia si decise a farsi l’operazione. Questa operazione durò mezz’ora. Furono necessari quattro punti e Lelia perdette diverso sangue. Il giorno successivo alle 9 di mattina ebbe uno svenimento, perdette la conoscenza e stava per perdere il polso. Roberto (Fratel Lelio) fece chiamare il Parroco. Appena giunto il Parroco, riprese i sensi, ricevette in piena coscienza l’Estrema Unzione. La sera dello stesso giorno giunse pure Giuseppe (Fr.Raffaele), il secondo figlio (carmelitano). Lelia sia per la presenza dei due figli lontani, sia per il sacramento ricevuto, si sentì molto sollevata. Dopo pochi giorni i figli dovettero ritornare alle loro case religiose e Lelia cominciò a dar segni di perdere la coscienza. Si era verificata una metastasi al cervello.

Intanto il Dottor Lotti diede il risultato dell’esame istologico eseguito in gabinetto, che purtroppo confermò la diagnosi di carcinoma solido con metastasi cutanee ed ossee. Lelia perdeva mano mano sempre più la coscienza, diceva una parola per l’altra, non riusciva ad esprimere i propri desideri, diceva: “per favore, per favore…” e poi  non  riusciva a dire quello che voleva. In questo stato le iniezioni di morfina diminuirono da quattro o cinque a una o due al giorno. Dormiva quasi sempre e non riusciva a nutrirsi che a stento con una cannella di vetro succhiando un po’ di latte e caffè che le si dava. Si giunse così al 1° luglio. In questa giornata nel pomeriggio Ersilia, la domestica infermiera che l’assisteva, si accorse che l’ammalata aveva l’emorragia; aveva macchiati di sangue i lenzuoli.

Il medico Alessandri, che era uno degli assistenti del Prof. Sovena, disse che era ormai alla fine. Infatti la mattina del 3 Luglio 1951, appena alzatomi, la trovai che boccheggiava, aveva il respiro frequente e faticoso. Avvertito Giuseppe (Fra Raffaele) giunse due ore prima che la madre morisse. Il Parroco in quel giorno venne a trovare Lelia più volte dando la Benedizione. Cinque o sei giorni prima che Lelia morisse, Francesco e Teresa, i due figli più giovani, mi dissero che avevano assistito verso le ventuno e trenta ad un colloquio portentoso tra la Madonna e Lelia.

In Paradiso

Lelia rivolta a Teresa (mentre già non parlava da circa un mese) disse: “Vedi la bella Signora”.  Poi rivolgendosi ad una persona invisibile, verso la porta della stanza, disse: “Quanto sei bella!”. “Non me la puoi fare la grazia?”.. “Non te ne andare!”. Poi rivolta a Teresa: “Ecco è la Madonna delle Grazie (in quel giorno ricorreva la festa) se n’è andata passando dalla porta”. Verso le 19 di quel giorno fatale, 3 luglio 1951, mi posi a pregare nella stanza dell'inferma. Lessi il Vespro, la Compieta, il Mattutino e le Lodi del piccolo Ufficio della Madonna, in uso per gli appartenenti al Terz'Ordine Secolare Carmelitano. Terminato quest’Ufficio recitai le preghiere per gli infermi "in articulo mortis" che si trova nel rituale annesso alla Regola per i Terziari. Avevo una boccetta con l'acqua benedetta e feci il segno di Croce sull'ammalata.  Lelia a quel segno fece come un'esclamazione "Oh!"

Intanto il figlio "Fra Raffaele", di tanto in tanto veniva nella stanza, si avvicinava al capezzale e diceva ad alta voce un'Ave Maria. Quando terminai di dire le preghiere Lelia diede un piccolo lamento, quasi avesse voluto dirmi qualche parola che non riusciva ad articolare. Io ed Ersilia la stavamo a guardare ed ecco Ersilia si accorge che il respiro affannoso, che si era andato a mano a mano a calmare, era cessato del tutto.

Erano le ore 19,57.

Ulisse Amendolagine