La vita di Lelia scritta
da Ulisse
Appunti sulla
vita di Lelia Cossidente
scritti da
Ulisse dieci giorni dopo la morte di Lelia.
Nascita
Posta su di un colle, tra due grandi vallate, in una delle
quali scorre il Basento, sta Potenza.
La luce e il vento dominano
sovrani. Qui nacque Lelia il 4 maggio 1893. Il padre, di nome
Giuseppe, integerrimo funzionario del Genio Civile, la madre, di nome Ernesta,
appartenente all’agiata famiglia
dei Vaccaro.
Il nonno paterno appaltatore e
costruttore di case. La nonna materna, di cognome Moccia,
appartenente a distinta famiglia napoletana. Degli avi paterni poco
si conosce. Si sa soltanto che provenivano da Avigliano, paesetto
nelle vicinanze di Potenza. I primi anni trascorse nella casa avita
dei Vaccaro, tra numerosi zii, cugini e cuginette. Era una bimba
buona e fornita d'intelligenza vivace. Gli zii spesso la burlavano.
A sei anni la mamma la mandò a scuola da una maestra privata.
Anche
a scuola si mostrava tanto buona e paziente con le compagne.
Riusciva negli studi. Terminate le scuole elementari, iniziò le
scuole normali a Potenza. Ma la famiglia si trasferì a Roma e lei
seguì i genitori.
A Roma
Cresciuta tra numerosi parenti, Roma le sembrò vuota e
triste. Nei mesi estivi, però, insieme coi suoi – padre, madre e i
due fratellini, Guido ed Aldo – ritornavano a Potenza e
trascorrevano la villeggiatura in una tenuta dello zio Nicola
Vaccaro, Sindaco di Potenza, sita a 1.000 metri di altezza e fornita
di case coloniche e bestiame.
Le corse, i giochi all’aria aperta, che impressione facevano
sulla piccola Lelia le polle d'acqua sgorganti dal terreno! Al
ritorno in città, la scuola normale, sita in Piazza dell’Esedra,
presso la Basilica di S. Maria degli Angeli. La famiglia abitava
allora in Via Castelfidardo. Intanto Lelia ebbe una grande gioia: le
era nata una sorellina, la piccola Gilda. Impossibile a dirsi la
premura di cui circondava la sorellina. Pensava sempre a lei, anche
quando stava a scuola le veniva spesso il pensiero che potesse farsi
male, potesse cadere.
Vicino alla casa in Via Castelfidardo vi era un Istituto di
Suore fondato dalla Beata Volpicelli, napoletana. Lelia prese a
frequentare questo Istituto e si affezionò specialmente alla
Superiora, signorina Giuseppina Sportiello.
Queste religiose
riunivano le ragazze di buona famiglia del vicinato, le trattenevano
con piccoli giochi, con recite, insegnando a ricamare. Le religiose
stesse pensarono a far fare la prima Comunione a Lelia. Aveva già
quindici anni d’età. Il suo rammarico fu grande quando seppe che
alla prima comunione non potevano intervenire i propri
genitori, perché la mamma era ammalata. Povera Lelia! Che
sacrificio!
La sua vita trascorreva tra la scuola, le suore e le cure
davvero materne che prodigava alla piccola sorellina. Lelia a quei
tempi era gioviale e di carattere lieto e tale indole ha dimostrato
di conservare anche in seguito.
A scuola la chiamavano la Signorina “ridente”. Prendeva parte
alle recite organizzate dalle Suore e spesso le davano la parte
comica che sapeva eseguire a perfezione. Rimase celebre fra le sue
compagne la parte che fece di “Bombardone”, nella quale doveva
fingersi nonno.
In questo tempo frequentava per molta parte del giorno le
suore cui si era molto affezionata. Nella Cappella delle suore
faceva tutte le sue devozioni. I canti delle sacre funzioni le
facevano impressione e li ripeteva spesso a casa, specialmente
svegliandosi la mattina. Lelia, insieme ad un gruppo di altre
giovani che frequentavano lo stesso istituto, ebbe l’idea di farsi
Suora. Ma né lei, né le altre poterono raggiungere l’intento, per
l’opposizione dei rispettivi genitori. Il Signore la destinava ad un
altro compito. Ma quante sofferenze anche allora! In quel tempo si
recò a Potenza, in villeggiatura, ed un signore del luogo fece alla
famiglia una seria proposta per sposare Lelia, ma Lelia rifiutò.
Negli anni precedenti una volta era andata in villeggiatura
con i suoi a Magliano dei Marsi: lì le capitò un incidente che
poteva costarle la vita. Un ragazzo, suo compagno di giuochi, per
scherzo, le spianò addosso un fucile, partì il colpi e fu un
miracolo se non la colpì.
Lelia intanto proseguiva gli studi. Giunta alla terza classe
normale, una professoressa non volle promuoverla. Allora i genitori
la mandarono a Chieti, presso la zia Adele, sorella di sua madre,
maritata la Cav. Rispoli, intendente di Finanza in quella città. A
Chieti risiedette un anno e prese la licenza normale.
Maestra Elementare
Dopo licenziata si occupò quale insegnante presso una scuola
municipale nel quartiere popolare di Roma di San Lorenzo. Le alunne
l’amavano e riuscì a portare sulla retta via anche alcune che davano
precoci segni di traviamento. Una, specialmente, che si vantava che
il padre ed il fratello erano stati in carcere e guardava
minacciosa. A lei Lelia dava incarichi di fiducia ed essa
piano piano divenne più buona.
Lelia amava la giustizia e soffriva se alle volte le si
imponeva di promuovere chi non meritava.
Rimase un anno in quella scuola. Nell’anno successivo non
poté avere l’incarico dell’insegnamento e rimase a casa. approfittò
di questo tempo per completare la propria cultura, frequentando
l’università pedagogica e una scuola di lingua inglese. Intanto
continuava ad andare dalle Suore. In quel tempo scoppiò la prima
guerra mondiale 1914 – 1918. Nel 1915 i
suoi fratelli Guido ed Aldo dovettero partire per il fronte. Non
dico le ansie della buona sorella Lelia. Ogni mattina accompagnava
alla scuola il figlio piccoletto di suo fratello Guido, di nome
Valentino, il quale vedendola così assidua e premurosa verso di lui,
nella sua ingenuità infantile, le diceva: Ma io non ti debbo
chiamare zia, ma mamma e andava ripetendo per la strada: “mamma,
mamma!” Finalmente la guerra finì e Guido ed Aldo ritornarono dal
fronte. Aldo si stabilì a Torino e Guido a Roma. Essa era buona e
piena di premure per tutti i parenti, che aveva numerosi a Roma, da
parte materna.
Amiche sue erano quelle che aveva frequentato
l’Istituto della Volpicelli, specialmente le sorelle
Mastrandrea.
Impiegata di banca
Dopo la prima Guerra Mondiale, un cugino avvocato, di nome
Amilcare Rispoli, figlio della zia Adele, le procurò un’occupazione
presso la banca di un parente, chiamato Maccaferri. Ivi Lelia aveva
le mansioni di cassiera. Fu una buona cassiera, ordinata ed esatta.
L’animo suo però, soffriva quando doveva assistere a certe scene
pietose, di persone che spinte dal bisogno erano costrette a
chiedere prestiti al tasso del dieci per cento.
Bibliotecaria al Magistero
Uno zio (Biraghi), marito di un’altra sorella di sua madre,
di nome Emilia, che era direttore Generale al Ministero della
Pubblica Istruzione, le procurò allora l’impiego di bibliotecaria,
presso l’Istituto Superiore di Magistero dell’Università di Roma,
sito in Piazza dell’Esedra.
In questo ufficio rimase per dieci anni, Sino al 1930. Qui
ebbe a dimostrare tutta la sua bravura e cultura, riordinando la
biblioteca e impiantando due schedari, uno per autori a lettere
alfabetiche ed un altro per soggetti. In biblioteca ebbe l’occasione
di avvicinare Professori ed alunni di ambo i sessi e con tutti si
dimostrava affabile e cordiale. Fra i Professori i più noti sono
Giovanni Gentile, Guido De Ruggero, Giuseppe Cardinali. Era
inalterabile la sua pazienza con gli alunni e specialmente era
divenuta la confidente delle alunne. Gli alunni trovavano in lei un
aiuto ai loro studi e le alunne ottimi consigli, anche nelle ore
difficili della loro vita studentesca. Era saggia, era cordiale ed
era discreta. Esercitava un vero apostolato di bene.
Quanto lavoro faticoso in quella biblioteca! specialmente in
occasione del trasferimento della sede da Via Boncompagni, dove era
prima, a Piazza dell’Esedra! In quella occasione, per lo strapazzo e
l’ingestione involontaria di polvere, ebbe una febbre tifoidea che
le durò quindici giorni. Era già la seconda volta che era ammalata
con l’intestino, ciò che avrebbe portato a quell’indebolimento che
le sarebbe molti anni dopo riuscito fatale. La prima volta era stato
al ritorno da una villeggiatura in Abruzzo. Durante il periodo del
suo servizio in biblioteca ebbe occasione di dimostrarsi energica e
coraggiosa. Eccone un episodio: In occasione di una dimostrazione di
fascisti che passava sotto le finestre della biblioteca vi fu un
lettore, che era uno studente, che si affacciò alla finestra della
biblioteca e lanciò un grido contro i fascisti. Questi,
accortisene, salirono sopra e volevano linciare lo studente, il
quale era armato di rivoltella e si accingeva a difendersi. Lelia si
pose sulla porta della biblioteca e fece nascondere il giovane
dietro una tenda. Quando giunsero i fascisti, con parole energiche e
contemporaneamente persuasive riuscì a farli allontanare.
Vacanze
Durante il periodo di tempo in cui Lelia prestò servizio in
biblioteca (1920 –1930) vari avvenimenti lieti e tristi si
susseguirono per lei. Due villeggiature ed il fidanzamento della
sorella Gilda, gli avvenimenti lieti, e l’improvvisa morte del
padre, quello triste. A ciò si aggiunse una gita a Torino per il
matrimonio del fratello Aldo.
La
villeggiatura all’Isola d’Elba rimase specialmente impressa nella
memoria di Lelia. Il villaggio dell’Isola d’Elba, chiamato Marina di
Campo, è posto in posizione incantevole sul mare. Gli scogli
assumono in quel luogo gli aspetti più strani. Lo scoglio del
Vescovo con mitra. Le gite in autoscafo con un gruppo di
villeggianti. Una volta l’autoscafo perdé il timone in alto mare e
solo a stento riuscì a ritornare nel porticciuolo.
Altra
cosa che attirò l’attenzione di Lelia fu la pesca. I pescatori
usavano vari modi di pescare: reti, palàmiti, cestelli etc.
Lelia si divertiva ad osservare tutto ciò. Aveva l’abitudine di
osservare tutto, di annotare tutto. Aveva scritto dei quaderni
interi con ricette di pietanze e dolci e con annotazioni di mille
piccole cose che riguardavano l’andamento domestico. Intanto sua
sorella Gilda si era fidanzata e Lelia faceva da paciera: ossia
metteva pace nei litigi che spesso sorgevano tra i due fidanzati.
Inoltre li accompagnava sempre, anche con grave sacrificio proprio,
non permettendo che la sorella restasse sola col
fidanzato.
Muore il
papà
Ma
venne un giorno triste: il 15 gennaio 1929, quando i colleghi
ricondussero a casa dall’ufficio suo padre moribondo. In poche ore
l’angina pectoris, tra strazianti sofferenze, doveva condurre alla
morte quel padre esemplare che aveva dedicato tutta la vita alla
famiglia e ai propri doveri di ufficio.
Per
Lelia fu un colpo duro. La vita le sembrava vuota, inutile, senza
scopo. Pochi mesi dopo la morte del padre, la sorella poté coronare
il suo sogno di amore e Lelia fu felice di assistere al matrimonio
della sorella. Date le nuove condizioni della famiglia, Lelia si
adoperò a cercare un piccolo alloggio per sé e per la madre che era
rimasta vedova e l’ottenne in Via Tagliamento. Lasciò così la casa
di Via Castelfidardo in cui aveva trascorso tanta parte della sua
vita.
Ulisse
Un
giorno di autunno dello stesso 1929, Lelia vide entrare nella stanza
dove stava a riposare, sua madre tutta commossa, la guardò e domandò
che cosa era accaduto. La madre rispose che era venuta a trovarla un
vecchio conoscente, il Cav. Leonardo Amendolagine, e non disse
altro. Lelia allora ricordò che il visitatore era mio padre e,
data la commozione di sua madre, intuì che fosse venuto a fare la
proposta di matrimonio tra lei e me. Il giorno seguente,
mentre stava in biblioteca, la custode l'avvertì che la desideravano
al telefono. Uscì allora dalla biblioteca per recarsi nella stanza
in cui c'era il telefono. Nel percorrere il corridoio che univa le
due stanze incontrò me di faccia, mi guardò e senza salutarmi
proseguì per il telefono. Io andai via subito.
Fidanzati!
Il giorno successivo, giusta l'appuntamento preso, la madre
di Lelia ricevette mio padre e me a casa sua. Prima c'era la madre
sola, poi si presentò Lelia. S'iniziò così il fidanzamento tre lei e
me. Durante il periodo del fidanzamento si dimostrò innamorata,
condiscendente, paziente, dimostrava stima di me e lo proclamava
davanti a tutti. Condivideva le mie idee perfettamente e senza
riserve. Nei problemi d’indole pratica sapeva trovare le soluzioni
giuste, anche in cose difficili.
Il matrimonio
Lelia dispose tutto il necessario ed i particolari del
matrimonio. Il 29 settembre 1930 sposammo. Lo stesso giorno partimmo
per Firenze, dove ci trattenemmo tre giorni, per Bologna, dove
restammo due giorni, e per Venezia (quattro giorni) e Trieste dove
restammo quindici giorni. Lelia sceglieva gli alberghi e sin da quei
primi giorni provvedeva a tutto. La sua preoccupazione era la mia
salute. Quando giungemmo a Venezia e percorrevamo in vaporetto il
Canal Grande si mise a piangere vedendo la “Ca’ d’oro”. Era
commossa, essendo uno spirito aperto all’arte ed alle cose
artistiche. Così volle andare in gondola con la luna.
A Trieste ci stabilimmo a Barcola. Quei giorni trascorsero
tra visite a monumenti e a paesini. Andammo a vedere il tramonto del
sole ad Opicina. Nel matrimonio Lelia trovò la sua santificazione,
fu una santa ed una martire del matrimonio. La sua carità e la sua
pazienza divennero grandi. Il bocciuolo di elette virtù divenne rosa
odorosa. L’egoismo scomparve del tutto. Ella incantava tutti col suo
sorriso, un sorriso dolce e modesto e alle volte con qualche
arguzia. A molte prove dolorose fu sottoposta durante la sua vita
matrimoniale. Tornati a Roma nei primi mesi del matrimonio dové
esercitare la pazienza accudendo alle faccende domestiche per lunghi
mesi con la famiglia composta, oltre che del marito e dei suoceri,
anche di una cognata, del marito della cognata e di un figlio della
cognata. Passato questo periodo incominciarono ad intrecciarsi
nascite e morti, con tutte le sofferenze inerenti a tali eventi, cui
deve sottostare una madre di famiglia.
I figli
Nel 1931, infatti, nacque il primo figlio, nell'agosto
del 1932 morì mia
madre, nell'ottobre dello stesso anno nacque il secondo figlio, nel
1934 il terzo, nel 1935 il quarto, nel 1937 nacque la bimba e morì
mio padre. Nel 1949 morì improvvisamente la madre di Lelia.
Nel frattempo io dovetti subire
un’operazione e Lelia restò sempre con me in clinica. I ragazzi
incominciavano ad andare a scuola. Lelia li seguiva in tutti loro
studi. Comprava delle riviste scolastiche.
La seconda Guerra Mondiale
Ed ecco la seconda guerra mondiale. Lelia è in prima fila per
darsi da fare per nutrire i figliuoli. Lunghe file snervanti,
carichi enormi. Intanto le prime Comunioni e Cresime dei figliuoli
mettevano una nota di gioia. Lelia ne godeva. Durante la guerra per
lunghi mesi ospitati a casa la sorella Gilda col marito ed il figlio
e successivamente mia sorella ed il marito. Sfollammo nel 1943,
tutta la famiglia a Cappadocia, paesino a 1000 metri d’altezza,
presso Tagliacozzo (Aquila).
Lelia a prodigarsi. In questo paese lo strapazzo fu tale, si
dormiva per terra e a stento potemmo avere un letto, che Lelia prese
la febbre intestinale. Il medico del paese che la vistò disse che
l’addome è la tomba dei medici, ossia che non sapeva spiegarsi bene
la malattia. Visitata a Roma dal prof. Quarta questi disse che era
colite. La cura che aveva Lelia dei figli era straordinaria. Aveva
segnate per ciascuno di essi tutte le note biografiche relative alle
malattie, al temperamento e alle tendenze. Dopo la guerra la virtù
cristiana di Lelia si dimostrò nell’offrire al Signore, con immenso
sacrificio, tre figli che dimostrarono la propria vocazione allo
stato religioso. Questi furono il secondo, il terzo e il quarto. Il
quarto ritornò dopo tre anni a casa condotto dai suoi Superiori,
perché ammalato di cuore. Anche questo fu un altro dolore per
Lelia.
Muore la mamma
Nel maggio 1949, improvvisamente per un edema polmonare morì
la madre di Lelia, all’età di 78 anni. Lelia era nata quando la
madre aveva l’età di diciotto anni (n.d.r. non esatto, ma 22 anni),
ed aveva sempre vissuto insieme con lei, fu quindi uno schianto
terribile per Lelia.
La salute inizia a dare problemi
Lelia sin dai primi tempi del matrimonio si lamentava spesso
di uno strano senso di freddo all’addome. Aveva sofferto per due o
tre volte prima del matrimonio da ragazza e da adulta delle febbri
tifoidee. Da bambina a Potenza anche la febbricola. A Roma soffriva
di mal di testa e, dopo sposata, nel 1943, incominciò a soffrire uno
strano dolore alla gamba destra che si accentuò sempre più, tanto
che camminava zoppicando. I medici non sapevano trovare una
ragione, né rimedi a questi mali che la facevano molto soffrire. Le
pillole e i cachets che ingeriva le davano un momentaneo sollievo,
ma cessato l’effetto di esse, ricominciava a soffrire.
Si giunse così al principio del 1950. L’11 gennaio di
quell’anno Lelia ebbe un primo attacco di dolori fortissimi
all’addome con conati di vomito. Chiamati vari medici dissero
trattarsi di colite. Ma i rimedi per la colite non erano efficaci.
Ogni quattro o cinque giorni ritornavano gli attacchi e spesso anche
di notte. I figli ed io ci guadavamo esterefatti. Così continuò sino
al 10 marzo 1950. In quel giorno ne ebbe uno più forte degli altri.
Fu chiamato il medico primario Prof. Alessandrini, il quale
consigliò l’immediato ricovero in clinica dell’ammalata per
occlusione intestinale. Volle essere ricoverata nella clinica più
vicina alla nostra casa, perché i figli potessero più facilmente
venirla a trovare. In clinica fu sottoposta, fra l’altro, a due
lavande gastriche penosissime e, dopo un giorno, all’operazione
chirurgica, che durò due ore (12 marzo 1950. Domenica dalle 16 alle
18).
Terminata l’operazione il chirurgo Prof. Sovena si avvicinò a
me che mi trovavo insieme col marito della sorella di Lelia, Gilda,
e mi disse così, senza preamboli, che Lelia aveva il cancro al
mesentere, ossia all’intestino medio, che questo cancro era già
diramato a ventaglio verso l’alto e che era inoperabile, che
l’occlusione intestinale egli l’aveva operata e che avrebbe potuto
vivere altri cinque mesi e forse anche di più. L’ammalata intanto,
dopo la prostrazione dei primi giorni seguenti all’operazione, si
andava rimettendo gradatamente. Quarantacinque giorni dopo
l’operazione abbandonò la clinica ritornando a casa in condizioni
discrete, apparentemente, di salute. Per alcune domeniche riuscì
pure ad uscire di casa andando a Messa, piano piano, sotto il mio
braccio. Nel mese di ottobre incominciò a peggiorare, non uscì più
da casa. Aveva forti dolori all’addome e agli arti superiori ed
inferiori.
Nei primi del 1951 si mise a letto e non si alzò più. Nel
mese di marzo 1951 aveva bisogno di essere assistita di note e di
giorno. Faceva già quattro o cinque iniezioni di morfina al giorno
per calmare i dolori atroci in tutte le parti del corpo.
Le erano venuto dei rigonfiamenti (metastasi) intorno al
capo, sotto la mascella sinistra, sopra al braccio destro, sopra il
polpaccio della gamba sinistra e un po’ dovunque.
Questi rigonfiamenti erano dolorosissimi in modo che non
poteva senza dolore sopportare di venir toccata in qualsiasi parte
del corpo. Non le potevo così neppure accarezzare i capelli ed una
volta avendo per caso toccato il pollice del piede le feci male.
Dalla testa ai piedi! Di giorno l’assisteva una donna che faceva da
infermiera e di notte abbiamo avuto la fortuna di avere una Suora
infermiera: Suor Consuelo, che è stata un vero angelo consolatore.
Le si aprirono intanto sull’addome delle pustule, fra cui una
grossissima sotto l’ombelico, per cui doveva essere medicata due
volte al giorno.
Intanto alla fine di maggio, avvertito delle gravi condizioni
di salute di sua madre venne Roberto (fratel Lelio) dal Noviziato
dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
Mentre Roberto stava a Roma il fratello di Lelia, Guido,
pensò di chiamare uno specialista del cancro, il dott. Lotti,
direttore dell’Istituto dei cancerosi in Via Cassia e segretario
della Lega nazionale contro il cancro.
Questi, visitata Lelia, disse che era necessario prelevare un
pezzo di tessuto dall’addome di Lelia (ossia un po’ di carne viva)
per fare in laboratorio l’esame istologico.
Per far questo occorreva un’operazione. Affacciò questo
medico l’ipotesi che invece di cancro poteva trattarsi di
tubercolosi intestinale, malattia non del tutto incurabile coi mezzi
moderni (streptomicina). Davanti a questa possibilità Lelia si
decise a farsi l’operazione. Questa operazione durò mezz’ora. Furono
necessari quattro punti e Lelia perdette diverso sangue. Il giorno
successivo alle 9 di mattina ebbe uno svenimento, perdette la
conoscenza e stava per perdere il polso. Roberto
(Fratel Lelio) fece chiamare il Parroco. Appena giunto il Parroco,
riprese i sensi, ricevette in piena coscienza l’Estrema Unzione. La
sera dello stesso giorno giunse pure Giuseppe (Fr.Raffaele), il
secondo figlio (carmelitano). Lelia sia per la presenza dei due
figli lontani, sia per il sacramento ricevuto, si sentì molto
sollevata. Dopo pochi giorni i figli dovettero ritornare alle loro
case religiose e Lelia cominciò a dar segni di perdere la coscienza.
Si era verificata una metastasi al cervello.
Intanto il Dottor Lotti diede il risultato dell’esame
istologico eseguito in gabinetto, che purtroppo confermò la diagnosi
di carcinoma solido con metastasi cutanee ed ossee. Lelia perdeva
mano mano sempre più la coscienza, diceva una parola per l’altra,
non riusciva ad esprimere i propri desideri, diceva: “per favore,
per favore…” e poi non riusciva a dire quello che
voleva. In questo stato le iniezioni di morfina diminuirono da
quattro o cinque a una o due al giorno. Dormiva quasi sempre e non
riusciva a nutrirsi che a stento con una cannella di vetro
succhiando un po’ di latte e caffè che le si dava. Si giunse così al
1° luglio. In questa giornata nel pomeriggio Ersilia, la domestica
infermiera che l’assisteva, si accorse che l’ammalata aveva
l’emorragia; aveva macchiati di sangue i lenzuoli.
Il medico Alessandri, che era uno degli assistenti del Prof.
Sovena, disse che era ormai alla fine. Infatti la mattina del 3
Luglio 1951, appena alzatomi, la trovai che boccheggiava, aveva il
respiro frequente e faticoso. Avvertito Giuseppe (Fra Raffaele)
giunse due ore prima che la madre morisse. Il Parroco in quel giorno
venne a trovare Lelia più volte dando la Benedizione. Cinque o sei
giorni prima che Lelia morisse, Francesco e Teresa, i due figli più
giovani, mi dissero che avevano assistito verso le ventuno e trenta
ad un colloquio portentoso tra la Madonna e Lelia.
In Paradiso
Lelia rivolta a Teresa (mentre già non parlava da circa un
mese) disse: “Vedi la bella Signora”. Poi rivolgendosi ad una
persona invisibile, verso la porta della stanza, disse: “Quanto sei
bella!”. “Non me la puoi fare la grazia?”.. “Non te ne andare!”. Poi
rivolta a Teresa: “Ecco è la Madonna delle Grazie (in quel giorno
ricorreva la festa) se n’è andata passando dalla porta”. Verso le 19 di quel
giorno fatale, 3 luglio 1951, mi posi a pregare nella stanza
dell'inferma. Lessi il Vespro, la Compieta, il Mattutino e le Lodi
del piccolo Ufficio della Madonna, in uso per gli appartenenti al
Terz'Ordine Secolare Carmelitano. Terminato quest’Ufficio recitai le
preghiere per gli infermi "in articulo mortis" che si trova nel
rituale annesso alla Regola per i Terziari. Avevo una boccetta con
l'a
cqua benedetta e feci il segno di Croce sull'ammalata.
Lelia a quel segno fece come un'esclamazione "Oh!"
Intanto il figlio "Fra Raffaele", di tanto in tanto veniva
nella stanza, si avvicinava al capezzale e diceva ad alta voce
un'Ave Maria. Quando terminai di dire le preghiere Lelia diede un
piccolo lamento, quasi avesse voluto dirmi qualche parola che non
riusciva ad articolare. Io ed Ersilia la stavamo a guardare ed ecco
Ersilia si accorge che il respiro affannoso, che si era andato a
mano a mano a calmare, era cessato del tutto.
Erano le ore 19,57.
Ulisse Amendolagine