Il Papa ai nuovi parroci: «Siate sempre in cammino verso l’adorazione»


L’adorazione come obbiettivo del «cammino» del credente è stata il filo conduttore dell’omelia di Papa Francesco, lunedì 5 febbraio, durante la Messa presieduta a Santa Marta che ha visto concelebrare un gruppo di parroci, diocesani e religiosi, di prima nomina per la diocesi di Roma. Ad accompagnarli il vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma monsignor Angelo De Donatis e il vescovo Daniele Libanori, ausiliare per la cura del clero e dei diaconi permanenti. I cristiani devono imparare la «preghiera di adorazione», ha detto loro il Santo Padre, e i pastori devono avere a cuore la formazione dei fedeli a questa fondamentale forma di preghiera: «Insegnate al popolo ad adorare in silenzio», li ha esortati, perché «così imparano da adesso cosa faremo tutti là, quando per la grazia di Dio arriveremo in cielo».

L’omelia del Pontefice era iniziata con la riflessione sulla prima lettura del giorno (1 Re, 8, 1-7.9-13), nella quale si narra di re Salomone che «convoca il suo popolo per salire verso i monti del Signore, verso la città, verso il tempio», portando in processione l’arca dell’alleanza nel Santo dei Santi.
In questo cammino, che prevedeva un percorso in salita faticoso il popolo portava con sé «la propria storia, la memoria della elezione, la memoria della promessa e la memoria dell’alleanza». E con questo carico di memoria si avvicinava al tempio. Non solo: il popolo, ha aggiunto Francesco, portava anche «la nudità dell’alleanza». Era quello il loro tesoro: «l’alleanza nuda: io ti amo, tu mi ami. Il primo comandamento, amare Dio; secondo, amare il prossimo. Nuda, così». Quindi le «due tavole di pietra, nuda, così, come era stata data da Dio» e non come l’avevano imparata «dagli scribi, che l’avevano “barocchizzata” con tante prescrizioni».

Ed è proprio «con quella memoria dell’elezione, della promessa e dell’alleanza» che «il popolo va su e porta l’alleanza: “Quando furono giunti tutti gli anziani, levarono l’arca, introdussero l’arca nel santuario e nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra”. Appena i sacerdoti furono usciti – ha proseguito il Papa parafrasando il testo -, la nube riempì il tempio del Signore». Era «la gloria del Signore» che prendeva dimora nel tempio. È in quel momento, ha spiegato il Santo Padre, che il «popolo entrò in adorazione», passando «dalla memoria all’adorazione, facendo cammino in salita». Cominciò così l’adorazione «in silenzio». Ecco il percorso compiuto dagli Israeliti: «dai sacrifici che faceva nel cammino in salita, al silenzio, all’umiliazione dell’adorazione».

È a questo punto che il Pontefice ha collegato la parola di Dio alla realtà attuale delle comunità cristiane: «Tante volte penso che noi non insegniamo al nostro popolo ad adorare. Sì, gli insegniamo a pregare, a cantare, a lodare Dio, ma ad adorare…». La preghiera di adorazione, ha detto, «ci annienta senza annientarci: nell’annientamento dell’adorazione ci dà nobiltà e grandezza». E a quella esperienza in cui si anticipa la vita in cielo, ha aggiunto, si può arrivare soltanto «con la memoria di essere stati eletti, di avere dentro al cuore una promessa che ci spinge ad andare e con l’alleanza in mano e nel cuore». Quindi «sempre in cammino: cammino difficile, cammino in salita, ma in cammino verso l’adorazione», verso quel momento in cui «le parole spariscono davanti alla gloria di Dio: non si può parlare, non si sa cosa dire».

Concludendo la sua meditazione, il Papa ha quindi suggerito: «Ci farà bene, oggi, prendere un po’ di tempo di preghiera» e in esso fare «memoria del nostro cammino, la memoria delle grazie ricevute, la memoria dell’elezione, della promessa, dell’alleanza». Un percorso interiore nel quale «cercare di andare su, verso l’adorazione, e in mezzo all’adorazione con tanta umiltà dire soltanto questa piccola preghiera: “Ascolta e perdona”».